Partiamo dalla notizia. Si è appena scoperto che J.K. Rowling, autrice della serie Harry Potter e di Il seggio vacante, nonché scrittrice inglese più venduta di sempre, ha pubblicato un romanzo con lo pseudonimo di Robert Galbraith. Il romanzo, The Cuckoo’s Calling, è un mystery ed è stato descritto dai media che hanno riportato la notizia come un giallo di successo che è stato salutato con ammirazione dalla critica.

La realtà è un tantino più amara. Nel senso che l’edizione rilegata di The Cuckoo’s Calling ha venduto 1500 copie nel Regno Unito. Anche se le vendite digitali non sono inserite nel conteggio (e c’è da dire che nei paesi anglosassoni capita spesso che le vendite digitali superino quelle del cartaceo, mica come da noi che “il profumo della carta” e “firma anke tu l’apetizione x havere ‘Il respiro palpitante della teenager non bella ma con personalità sedotta dal vampiro/alieno/angelo/lupo mannaro bello, tenebroso e soprattutto antikonformista’ in kartaceo!!!!!!1111!!”) e verosimilmente il libro non è stato promosso in alcun modo, resta comunque un risultato al di sotto delle aspettative per una come J.K. Rowling. Difatti Amazon ha comunicato che, dopo il coming out, le vendite sono aumentate del 150%. Guardacaso.

Rimane da chiedersi, ed è questo ciò di cui volevo parlare, del perché la Rowling abbia deciso di scrivere sotto pseudonimo.

Probabilmente si è trattato di una mossa volta a scrivere qualcosa che le andava di scrivere, un giallo, senza trovarsi sotto la lente d’ingrandimento della critica, che su Il seggio vacante ne ha dette d’ogni, pur non andando a incidere sulle vendite. E difatti, se si va a curiosare su Goodreads, dove il libro è stato stellinato 97 volte al momento in cui scrivo, con una valutazione media di 4.04 stelline, e si prendono in considerazione solo le recensioni più vecchie, quelle scritte prima della rivelazione, per intenderci, il voto più basso ottenuto dal romanzo sono le tre stelle di due recensioni che, pur asserendo di aver apprezzato la storia, fanno notare che lo stile avrebbe potuto essere meglio. Che, guarda caso, è una critica che la Rowling si sente fare dal primo Harry Potter.

Il desiderio di ricevere recensioni oneste al di là della fama di caso letterario è una motivazione validissima per scrivere sotto pseudonimo, a mio avviso. Serve a eliminare il rumore di sottofondo e a concentrarsi sul libro in sé.

Un altro famoso autore che, dichiaratamente, apprezza molto Jo Rowling è Stephen King. E, guarda un po’, pure lui ha scritto dietro pseudonimo. Quando già aveva acquistato una discreta fama, sul finire degli anni Settanta e nel corso degli anni Ottanta, King ha deciso di pubblicare cinque romanzi (Ossessione, L’uomo in fuga, La lunga marcia, L’occhio del male e Uscita per l’inferno) che aveva scritto prima di raggiungere il successo con Carrie. Non li ha però pubblicati come Stephen King, ma dietro lo pseudonimo di Richard Bachman, per vedere se riusciva a scrivere una storia che piacesse al pubblico senza che si trattasse del “nuovo romanzo di Stephen King”. A mio modesto avviso, Ossessione e La lunga marcia sono eccellenti romanzi, mentre L’uomo in fuga ha avuto una particolare influenza sul mi sviluppo “professionale”. Insomma, King avrebbe potuto pubblicarli a suo nome e avrebbe indubbiamente fatto un sacco di soldi. Ma il King degli anni Settanta era un tizio idealista e ha deciso di optare per Bachman. Risultato: i libri hanno venduto, poco ma hanno venduto (L’occhio del male ha venduto qualcosa come 28.000 copie, che non sono poche, eh), l’esperimento poteva dirsi riuscito. Poi King è stato scoperto, Bachman è improvvisamente morto, ma sua moglie, che fa anche una comparsata nei libri della Torre Nera, ha una scatola in cui conserva alcuni manoscritti mai pubblicati del marito, e ogni tanto ne tira fuori qualcuno. L’ultimo, ad esempio, è stato Blaze.

Utilizzare uno pseudonimo per vedere se si è bravi a fare il proprio lavoro o se si vende perché si è stati bravi vent’anni fa e ora è bravo l’editore a fare il proprio.

E poi c’è Loredana Lipperini. Che, a livello di talento e simpatia personale non ci azzecca una fava placcata in oro con King e la Rowling, però anche lei ha utilizzato uno pseudonimo. Nella maniera più ipocrita possibile.

Salto indietro. Nel 2009 una fanwriter di nome Lara Manni riesce a coronare il sogno di ogni autore esordiente con zero esperienza e pubblicare una propria fanfiction con una casa editrice di serie A, la Feltrinelli. Esbat, il romanzo in questione, è un buon romanzo, scritto anche piuttosto bene, che ho recensito anch’io. Il seguito, Sopdet, pubblicato con Fazi dopo il flop del romanzo precedente, faceva cagare. La conclusione della trilogia non mi sono preso la briga di comprarla, assieme al 99.999% degli italiani, e, dato che non ne ho mai trovata una copia digitale piratata, non l’ho mai letta. Ma ho l’impressione di non essermi perso nulla.

Insomma, un’autrice esordiente che fa il colpaccio, parte bene, è una buona promessa, e poi si fa prendere la mano, inizia a frequentare brutte compagnie letterarie (i vuminghi), e finisce che inizia a scrivere merda. Capita. Anzi, nel panorama italiano è già tanto che abbia scritto un romanzo decente – dato che molti autori non si degnano di fare neanche quello.

Il fatto è che in seguito è venuto fuori che la Manni era in realtà la Lipperini. Che poi quel sito inutile di wikipedia italia non abbia ancora accettato la cosa e tenga la Lippemanni su due pagine diverse, concedendo ancora il beneficio del dubbio è un’altra storia – e indice della qualità di wikipedia italia. Ora, Loredana Lipperini è il tipico autore che in genere evito a priori, prima di tutto perché io leggo romanzi di un certo tipo e la Lipperini non scrive romanzi ma saggi. Che sono quei libri che fanno critica alla società contemporanea senza nascondersi dietro l’etichetta di “romanzo di genere” (il che è apprezzabile). La Lipperini pubblica con, indovina indovinello, Feltrinelli. E quindi la storia dell’esordiente che tutto d’un tratto pubblica con la Grande Casa Editrice è già una presa per il culo.

Tenete presente che Robert Galbraith ha pubblicato con la Sphere, un piccolo publisher indipendente, non con il suo solito editore, la Little, Brown and Company. Certo, la Sphere è una controllata Little, Brown and Company, ma è un po’ come se un Autore con otto titoli alle spalle pubblicati da Mondadori decidesse di pubblicare un romanzo con Frassinelli (che appartiene alla Sperling, a sua volta controllata da Mondy). Senza contare che il romanzo di Galbraith era stato proposto anche ad altri editori che, lol, l’avevano rifiutato. Richard Bachman pubblicava con la Signet, non con la Doubleday di King. Lara Manni invece ha pubblicato con un editore che di norma non pubblica fantasy di esordienti e che ha la massima visibilità quando si arriva a ciò che conta, ossia l’esposizione sugli scaffali delle librerie (posto che la mia copia di Esbat l’ha portata a casa mio padre dalla legatoria dove lavorava, e senza di lui non avrei mai letto il romanzo in questione, nemmeno dopo il consiglio di Gamberetta, che pare non sapesse della vera identità della Manni).

Ok, ora voi direte: e che male c’è a pubblicare con uno pseudonimo?

Abbiamo visto che lo fanno in tanti altri. Ma in maniera un ciccino diversa. Richard Bachman e Robert Galbraith sono entità silenti, che esistono solo come un nome sulle copertine dei loro romanzi. Lara Manni era una presenza nella blogsfera letteraria italiana. Curava un blog, partecipava a discussioni con lo scopo di discutere e non di promuovere il suo lavoro, organizzava o sponsorizzava eventi, scriveva recensioni su aNobii. Sebbene non mi pare sia arrivata al punto di recensire la Lippa (né viceversa), Lara Manni non era un nome invisibile, era un elemento inserito all’interno di una comunità. Per questo trovo il comportamento della Lippa estremamente scorretto.

Robert Galbraith è solo un nome privo di personalità. Richard Bachman una personalità ce l’aveva, ma solo perché Stephen King in fondo è un po’ folle. Lara Manni era una persona. Una persona che faceva da cassa di risonanza al pensiero della Lipperini, promuovendo, ad esempio, le iniziative dei vuminghi e lodando la traduzione di Full Dark, No Stars e 11/22/63. Manni e Lipperini combattevano le stesse battaglie, però si rivolgevano a due pubblici diversi: la Lippa ai sinistronzi radical-chic a cui piace usare parole politcally correct come “femminicidio” e “migranti”, la Manni ai membri più giovani comunità letteraria, quelli che, magari, aspiravano a diventare come lei.

E proprio qui sta la truffa intellettuale.

Ora: perché sto rivangando un caso di più di un anno fa? Intanto per evidenziare la disonestà tipicamente italiana di cui si macchiano anche quelli che fanno della loro bandiera lo schifare il cosiddetto malcostume nostrano – è quella che amo chiamare la coerenza del radical-chic. Ma soprattutto perché so che molti tra i miei lettori sono autori, e c’è una buona probabilità che alcuni siano autori che pubblicano con uno pseudonimo. Non c’è assolutamente niente di male a usare un altro nome per pubblicare, ma occhio a giocare con l’identità. Perché quando è venuto fuori che la Rowling ha pubblicato un romanzo servendosi di uno pseudonimo mi sono detto: “E brava la Jo”, perché, tutto sommato, Galbraith era solo un’ombra. Quando la Lippa ha fatto altrettanto, con un nom de plume che era molto più di un semplice nome, mi sono sentito un po’ preso per il culo.

Non è lo pseudonimo, insomma. È l’uso che se ne fa. Anche in questo campo, il mio consiglio è di lasciar perdere gli italiani e imparare dagli stranieri.