Strano ma vero, questa volta non parliamo di un fantasy/horror/sci-fi, né di una pellicola dallo spettacolare trashume. Come ve la cavate coi film artistici? Perché io non benissimo.

Di solito io i film li capisco. Nel senso che riesco quasi sempre a intuire il tema generale di una storia o la riflessione che il regista tenta di suscitare nello spettatore. Sia che si tratti di film che prediligono il virtuosismo stilistico sopra la sostanza, come The Tree of Life di Terrence Malick o il recente Stoker di Chan-wook Park, o di film meglio riusciti come Beasts of the Southern Wild e Upstream Color, che è uscito quest’anno e che vi consiglio caldamente di recuperare perché è strepitoso, so più o meno sempre capacitarmi di dove si vuole andare a parare.

E poi ho guardato Spring Breakers di Harmony Korine, ed è come se fossi diventato stupido, perché, sul serio, ho trecentosessantacinque ipotesi (va bene: tre) su che cosa voglia dire questo benedetto film, e attualmente nessuna mi sembra più giusta delle altre. Tra l’altro i miei amici non hanno visto il film (e si rifiutano di farlo), e sono anche senza internet, per cui non posso sentire terze campane.

Attenzione che il post è spoileroso, e in tutta onestà anche un po’ criptico per chi non ha visto il film.

Ma partiamo dalla trama. Quattro sgallettate (due delle quali interpretate da Selena Gomez e Vanessa Hudgens, sempre sia lodata) decidono, nella miglior tradizione tamarra statunitense, di andare a trascorrere lo spring break in Florida, ubriacarsi, pippare, e contrarre una vasta gamma di malattie a trasmissione sessuale. Solo che non hanno soldi. Per cui tre delle quattro sgallettate (la quarta, Faith, profondamente religiosa, non viene coinvolta dalle amiche) decidono di rapinare una tavola calda e, con i proventi della rapina, partire per la vacanza.

Una volta arrivate in Florida, le quattro si danno alla pazza gioia com’era nei loro piani, ma vengono arrestate e trattenute per consumo di sostanze stupefacenti. A cavarle dagli impicci ci pensa il rapper Alien (interpretato da James Franco nella sua migliore imitazione di Snoop Dogg bianco). Così le quattro sgallettate si ritrovano legate ad Alien e al suo mondo, e devono decidere se tornare a casa o continuare a vivere il loro sogno dello “spring break forever”.

Ok, ora: interpretazione numero uno. Spring Breakers è una metafora della discesa nella tentazione e nel peccato. A supporto di questa interpretazione c’è che il personaggio di Selena Gomez non solo si chiama Faith ed è l’unica che viene mostrata allo spettatore come una cattolica osservante, ma è anche in sostanza la voce morale del gruppo (e l’unica non bionda, per la cronaca). Per cui, è Spring Breakers una parabola morale sulle inevitabili tentazioni cui è sottoposto l’uomo? Sembrerebbe di sì, all’inizio, perché Faith è la prima che decide di abbandonare le amiche e tornare alla sua vita pre-spring break, ma questo accade nella prima metà del film. In seguito, di Faith non c’è più traccia e il focus del film si sposta su Alien e sulla sua reazione. E resta una possibile interpretazione che Spring Breakers sia una storia di perdita dell’innocenza non dal tipico angolo di chi soccombe al vizio ma poi riacquista la virtù, ma dal punto di vista di chi si limita a soccombere, ovvero le tre sgallettate bionde. Non a caso nella pellicola i protagonisti cantano due canzoni di Britney Spears. La prima è Baby One More Time, quando la Spears era l’innocente American Sweethart, la seconda è Everytime, una ballata della Britney più matura (e più prona agli eccessi della celebrità).

Poi abbiamo l’interpretazione numero due, che è quella che a me personalmente piace più di tutte. La cosa più figa che uno studente di sociologia e antropologia possa imparare nel suo corso di laurea (e, sì, esiste almeno una cosa figa che uno studente di sociologia e antropologia può imparare nel suo corso di laurea) è senza dubbio la teoria della liminalità di Arnold Van Gennep. Che, per inciso, si tratta di una postulazione talmente affascinante che sono anni che voglio scriverci un racconto, senza trovare una storia sufficientemente degna.

La teoria della liminalità tratta dei riti di passaggio come momenti in cui l’ordine sociale è sospeso e può essere ristabilito solo una volta che il percorso del giovane verso la maturità è compiuto. In questa seconda interpretazione lo spring break è il rito di passaggio e le quattro sgallettate sono i giovani chiamati a passare dall’infanzia all’età adulta. In quanto momento di rito di passaggio, lo spring break è un non-luogo di sospensione distruttiva delle norme sociali. La decisione che termina il rito di passaggio e quindi sancisce il passaggio dall’infanzia all’età adulta è quella di ritornare alla vita di tutti i giorni. Per cui Faith, che è la prima ad abbandonare il gruppo delle sgallettate quando la presenza di Angel la mette a disagio, è anche la prima a superare il rito di passaggio e a diventare adulta. Non a caso è quella il cui atteggiamento nei confronti dello spring break cambia drasticamente, da un “vorrei rimanere qui per sempre” a un “io me ne vado, voi fate quello che volete”. La seconda sgallettata che se ne va è Cotty (quella che, durante la rapina alla tavola calda, guidava l’auto e non vi ha preso parte direttamente), e lo fa solo dopo essere stata coinvolta in uno scontro a fuoco tra Angel e una gang rivale. La sua decisione di abbandonare lo spring break è tardiva, ma nonostante ciò riesce a ritornare all’interno della società anche lei cambiata e maturata. Poi ci sono le altre due sgallettate, che invece portano avanti l’idea di “spring break forever” dall’inizio fino alla fine. In questo caso rimangono intrappolate, per loro volontà, all’interno del non-luogo, hanno in sostanza fallito il rito di passaggio e viene loro negato l’ingresso nell’età adulta, nonostante tutto ciò che fanno una volta rimaste sole con Alien.

La terza interpretazione, invece, prende in considerazione la figura personale e professionale del regista. Harmony Korine è un regista di film sperimentali, artistici e, soprattutto, di nicchia. Ma di vera nicchia, non quei film “di nicchia” che poi ha visto mezzo mondo, tipo Juno o Little Miss Sunshine. Qui stiamo parlando della nicchia di Jim Jarmush, per intenderci. Tanto è vero che il film più “famoso” (il virgolettato è d’obbligo) scritto ma non diretto da Korine è Ken Park, che è famoso non per la risposta del pubblico, ma per la nudità e le scene di sesso esplicite dei protagonisti, che sono tutti ragazzi di quindici-diciotto anni. È un po’ come la scena del pompino in The Brown Bunny di Vincent Gallo o la scena della coprofagia in Fenicotteri Rosa. È noto perché è scabroso. Un altro dei film di Korine si chiama Trash Humpers e parla di gente (uomini e donne con maschere da anziani) che fa sesso con sacchi e bidoni della spazzatura. Esatto. Sono film estremamente di nicchia.

E poi abbiamo Spring Breakers, che è un film che sì, vede al suo interno tutti gli elementi tipici di Korine, ma è ambientato in un contesto mainstream come, appunto, lo spring break, e vede al suo interno attori del calibro di James Franco e starlette di Disney Channel come la Gomez e la Hudgens (sempre sia lodata). Per questo la mia terza interpretazione è che Spring Brakers sia un film sul conformismo e il suo costo. Dopotutto lo spring break, un po’ come tutte le cose che i truzzi fanno, è una idiozia edonista e caciarona. Io, ad esempio, odierei trovarmi in un contesto del genere dove sei in pratica costretto a divertirti in maniera platealmente eccessiva. Ma questo è ci che fanno tutti, quindi conformità. Le sgallettate desiderano fare quello che fanno gli altri, vogliono conformarsi, e alla fine si trovano a vivere una versione esasperata della vita che facevano a casa loro (perché non è che hanno cominciato a bere e drogarsi al mare). Poi arriva il punto in cui l’esasperazione supera la soglia massima e allora l’equilibrio si rompe. C’è chi torna a casa, ma c’è anche chi resiste, chi porta a conclusione il processo di conformazione, abbracciando totalmente il nuovo mondo, lo “spring break forever”. E questo è quello che può essere capitato a Korine, il passaggio dai film di nicchia ai film con budget e nomi di peso, e la realizzazione che le differenze tra i due mondi non sono poi così abissali.

Per tirare le somme, al di là del mistero glorioso su quale sia il significato ultimo del film, devo dire che Spring Breaker mi ha sorpreso. Avevo letto in giro che era un film da vedere, ma pensavo fosse una cosa tipo Mean Girls (che è un buon film, ma niente di eccezionale). Invece mi ha totalmente spiazzato.

Rimango della mia idea che James Franco sia un fratello – è il mio parere professionale di critico, sappiatelo – e che secondo me il 90% delle sue battute erano improvvisate, per cui nel film ci sono circa quindici-venti minuti di James Franco che dice cose a caso facendo finta di essere un rapper. Il che è glorioso.

Ma, poi, consiglierei questo film? Non lo so, sinceramente, perché non si tratta di un film per tutti. Sta di fatto che, se vi capita di vederlo, fatevi un giro da queste parti e ditemi quale delle tre interpretazioni è quella giusta. O aggiungete la vostra alla lista.