George R.R. Martin scorre potente in Daniel Abraham. Entrambi sono residenti nel New Mexico, entrambi sono affermati scrittori di genere, e spesso collaborano tra di loro. A differenza di Giorgino, però, Daniel Abraham è anche un autore piuttosto prolifico. Dal 2006 ha dato alle stampe la bellezza di quattro serie, per un totale di quindici romanzi, di cui due (The Black Sun’s Daughter e l’Expanse) sotto pseudonimo. Insomma, è uno che scrive per campare e campa per scrivere, a quanto pare.

Della corposa bibliografia di Daniel Abrahm, The Dagger and the Coin è la serie (fantasy) più recente, cominciata nel 2011 con il quipresente The Dragon’s Path. Proseguita con The King’s Blood nel 2012 e The Tyrant’s Law, uscito quest’anno, terminerà nel 2014 con The Widow’s House.

È fantasy, ci sono in draghi (per modo di dire), per cui recensiamola!

La scheda del libro

The Dragon’s Path. The Dagger and the Coin #1 di Daniel Abraham
Pubblicato da Orbit, inedito in Italia
Anno 2011
555 pagine
Prezzo 10.17€
Il libro su Amazon (anche in edizione digitale a 6.49€)

Che cosa succede

Come il titolo della serie lascia intuire, due degli elementi portanti di The Dragon’s Path hanno a che vedere con l’esercito (the dagger) e con le banche (the coin), e nella fattispecie con gli intrighi e i sotterfugi politici ed economici che muovono l’attività di queste due istituzioni.

Primo dei quattro volumi che compongono la serie, l’ultimo dei quali sarà pubblicato l’anno prossimo, The Dragon’s Path, in maniera molto simile alle Cronache di Martin, è una storia narrata attraverso un numero ristretto di punti di vista.

La storia ha inizio con una disputa all’apparenza di poco conto, una schermaglia più politica che militare tra il regno di Antea e il principe della città libera di Vanai. Geder Palliako, figlio ed erede del visconte di Rivenhalm è, come molti giovani rampolli anteani, in marcia verso Vanai assieme all’esercito. Geder, però, è più un intellettuale che un soldato, e immancabilmente si ritrova a essere lo zimbello di quasi tutti i suoi commilitoni.

A Vanai, intanto, Maestro Imaniel della filiale locale della Medean Bank, è certo che Vanai non abbia speranza contro l’esercito di Antea e si attiva affinché l’oro e i libri contabili della banca vengano portati in salvo lontano dalla città, nascosti all’interno di una carovana che trasporta lana. Alla guida del convoglio viene posta Cithrin Bel Sarcour, una giovane orfana tutelata dalla banca e allevata da Maestro Imaniel.

Il capitano Marcus Wester, celebre veterano e mercenario, si ritrova a declinare l’offerta del principe di Vanai di partecipare alla difesa della città, perché è convinto, come Maestro Imaniel, che la battaglia sia persa in partenza, accampando la scusa di essere già sotto contratto per scortare una carovana. Quando il principe di Vanai fa arrestare i suoi uomini, Marcus è costretto ad assoldare una compagnia di attori, capitanata da mastro Kit, per interpretare il ruolo di guardie mercenarie. E il convoglio che guideranno fuori dalla città – indovina indovinello – è quello guidato da Cithrin.

Intando, ad Antea, l’inflessibile Dawson Kalliam, barone di Osterling Falls, è impegnato, assieme alla moglie Clara, a far luce su un complotto contro re Simeon che potrebbe destabilizzare gli equilibri dell’intero continente.

E questo è più o meno quello che succede nei primi quattro capitoli. Poi abbiamo battaglie, complotti, tradimenti, colpi di scena, colpi di genio, e il culto di una dea che, a quanto pare, finirà per divorare il mondo.

Che cosa ne penso

Era un po’ che non leggevo un bel fantasy come si deve, e The Dragon’s Path è riuscito a soddisfare appieno le mie aspettative.

Daniel Abraham, amico di George R.R. Martin e indubbiamente influenzato dallo stile del malefico ciccione, mette insieme un cast di personaggi che, pur essendo ambigui, imperfetti, e ben lontani dall’archetipo dell’eroe, risultano comunque un piacere da leggere. Su tutti, per me, a risaltare è Geder Palliako, che viene presentato come una sorta di Samwell Tarly – un ragazzo ingenuo, nobile eppure amante dei libri in un tempo in cui per i nobili era costume amare la spada, che spesso non si merita tutto il male che gli capita – e poi, nel corso del romanzo, subisce un’evoluzione che lo porta da tutt’altra parte e che mi ha personalmente lasciato basito.

Poi, certo, altri personaggi sono un po’ pedanti. Ma forse sono io che non ho grande simpatia per chi ama autodistruggersi come fa Cithrin per buona parte del romanzo. Tutto sommato devo riconoscere che Abraham ha fatto davvero un buon lavoro, con i protagonisti e anche con i molti personaggi di supporto che, quando vengono promossi a POV, come nel caso di Clara, aggiungono qualcosa alla storia e non sono solo uno stratagemma per raccontare eventi in un posto in cui non c’è alcuno dei POV principali …coughLeCronachedelGhiaccioedelFuococough…

Ho apprezzato la storia, che incastra bene una trama con l’altra, come un ingranaggio ben oliato – passatemi la similitudine stucchevole, sto scrivendo e in realtà vorrei pranzare. Non c’è quasi mai un momento di noia, e l’introspezione è ben bilanciata dall’azione. Il personaggio evolve insieme alla storia, e ciò è bene.

Come ho apprezzato storia e personaggi, lo stesso vale per l’ambientazione. Il mondo in cui si svolgono le vicende dei nostri “eroi” ha un passato ricco di storia, e non solo. È abitato da uno svariato numero di razze (sorry, ma non ricordo il numero esatto), tutte, si dice, discendenti dal sangue dei draghi. E la cosa che a me è piaciuta è che vengono trattate non come se fossero le classiche razze fantasy, ma più come se fossero le diverse razze (termine poco politically correct, ma ‘stcazzi) che compongono il genere umano.

Non sta sulle palle anche a voi quando gli elfi sono tutti degli eterei fighetti new age esperti con l’arco, i nani sono tutti burberi ma dal cuore d’oro (e amanti della birra), gli gnomi e/o i folletti amano trafficare, gli orchi sono tutti brutali guerrieri e via discorrendo? Le razze mono-caratteristica, per intenderci. Tutti i [razza] sono [caratteristica]. Manco a dirlo, un’altra delle eredità di Dungeons and Dragons. Non ci credete? Provate a leggervi Il gioco degli eroi di Andre Norton, che è il primo del cinquecentordicimillantamilamilioni di romanzi ambientati nei Forgotten Realms. Leggetelo da cima a fondo senza facepalmare. Coraggio, vi sfido.

Qui, grazie al cielo, le razze sembrano accumunate solo dall’aspetto fisico – e alcune hanno delle caratteristiche che, invero, ricordano orchi, elfi e compagnia bella – e ogni individuo agisce per sé, non spinto da una sorta di coscienza individuale che gli impone di eccellere nel tiro con l’arco, di essere burbero ma dal cuore doro, di andare in bersek, e così via.

Lo so, un fantasy con una costruzione sociale plausibile, non vi fa sentire strani?

In conclusione

Mi sento di promuovere The Dragon’s Path sotto ogni punto di vista. La storia è ben congegnata e basta il primo volume per catturare l’attenzione del lettore e convincerlo che valga la pena di leggere i seguiti. I personaggi funzionano nonostante i loro difetti. Certo, alcuni, tipo Marcus, sono un po’ pedanti e devono ancora avere la loro occasione di sbocciare. Per ogni Marcus c’è un Geder e una Clara, in ogni caso, quindi per me va più che bene. L’ambientazione è ricca e se ne percepisce la profondità, segno che è stata curata a dovere.

La carne al fuoco è tanta, insomma, ma siamo solo a un quarto dell’opera. Intanto, mi sento di consigliare il qui presente The Dragon’s Path e senza dubbio, quando avrò finito di leggere il libro che sto leggendo ora, comincerò con la lettura del sequel.

Non gli do cinque stelline perché voglio vedere se la qualità del resto della serie rimane costante, però se le meriterebbe.

Voto finale