Seconda recensione di un romanzo non fantasy di fila, giuro che non è un trend – e per farmi perdonare la prossima sarà di qualcosa decisamente pertinente al genere. A mia discolpa posso sciorinare una serie di attenuanti: a) ho frainteso un commento del Times che, inserendo questo romanzo tra le 100 migliori opere in lingua inglese del XX secolo, poneva enfasi sulla “sottotrama” fantascientifica – quando invece questa sottotrama a tutti gli effetti non esiste; b) Margaret Atwood è famosa per il romanzo distopico Il racconto dell’ancella; c) io la Atwood non la conosco granché bene, pensavo fosse una scrittrice di fantascienza impegnata stile Ursula K. LeGuin; d) è pur sempre, secondo il Times, una delle 100 migliori opere di narrativa in lingua inglese del XX secolo.

La scheda del libro

The Blind Assassin di Margaret Atwood
Pubblicato da McClelland and Stewart
Pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie
Anno 2000
552 pagine
Prezzo 16.53€
Il libro su Amazon, non disponibile in formato digitale

Che cosa succede

Ribadisco: ho cominciato a leggere L’assassino cieco erroneamente convinto che si trattasse di un romanzo di fantascienza. Magari non proprio hard sci-fi, ma pur sempre qualcosa che andasse al di là dei confini del normale.

In realtà L’assassino cieco è un romanzo storico con una vena di mystery. Racconta la storia di una famiglia canadese, dagli anni Trenta alla fine del millennio, narrata attraverso i ricordi dell’anziana Iris Chase, che della famiglia è ormai l’unica superstite.

La storia di Iris si apre con il resoconto – distaccato, come una cronaca – del suicidio di sua sorella Laura, gettatasi giù da un ponte con l’automobile. Un suicidio che Richard Griffen, il ricco e potente marito di Iris, ci tiene a far passare per incidente, per non mutilare sul nascere la sua carriera politica.

Dalla morte di Laura si aprono due strade, interconnesse eppure marcatamente divise. La prima, narrata in prima persona da Iris, è la storia della famiglia Chase, dall’infanzia ad Avilion, la magione di famiglia, alla crisi economica degli anni Trenta, fino alla seconda guerra mondiale. La seconda, invece, è composta di brani tratti dal romanzo postumo di Laura Chase, intitolato appunto L’assassino cieco, che narra degli incontri clandestini di due amanti anonimi, una donna sposata di buona famiglia e uno scrittore di racconti pulp. Lo scrittore intrattiene l’amante raccontandole una storia fantascientifica ambientata sul pianeta Zycron che vede a sua volta protagonista un giovane assassino cieco e una vestale muta che avrebbe dovuto essere la sua vittima.

Mentre le due storie proseguono in parallelo, come nei più classici dei romanzi gialli, si scoprirà alla fine che il racconto di Iris e il romanzo di Laura hanno più in comune di quanto non sembri a prima vista.

Che cosa ne penso

Per valutare un romanzo – qualsiasi cosa, in realtà, ma in questo caso un romanzo – bisogna prima tentare di capire dove vuole andare a parare l’autore.

La struttura di L’assassino cieco è molto simile a un mystery: c’è un mistero, Laura Chase e il metaromanzo L’assassino cieco, che viene presentato agli occhi del lettore in tutte le sue sfaccettature e poi risolto alla fine del libro. E tuttavia ciò non basta per fare del romanzo un giallo. L’assassino cieco è più una saga famigliare che non un mystery. Inoltre, se dovessi giudicarlo in quanto mystery, non sarebbe granché: la Atwood pone troppa enfasi sulla rivelazione finale – che, per altro, è facilmente intuibile – e, quando alla fine ci si arriva, le aspettative del lettore non possono che essere disattese, una volta che ci si è riflettuto un po’ su. Ah, è andata così? pensa il lettore. Embè?

Quindi è un romanzo storico? Sulla carta lo sembra. Però c’è un problema: è noioso. E non noioso perché, che palle, non succede niente, fate entrare in scena i robottoni che combattono contro le lucertole antropomorfe giganti nel centro di Tokyo. No. Banalmente, perché nell’universo di personaggi che la Atwood utilizzato per mettere in scena il suo dramma, non ce n’è uno che risulti almeno un po’ simpatico. Iris Chase è una donna debole e patetica, Laura e il signor Chase sono troppo distanti, dei protagonisti di L’assassino cieco (il metaromanzo) lui è arrogante all’inverosimile e lei è una snob, su Richard e sua sorella, che dovrebbero essere gli antagonisti, stendiamo un velo. Manca qualcuno alle cui avventure appassionarsi. E questo è ancora peggio di un mystery che fa acqua da tutte le parti.

Però forse è voluto. Non come esperimento narrativo, ma perché, in realtà, L’assassino cieco è un romanzo che analizza come la condizione di endemica subordinazione della donna nella società patriarcale sia ereditata dalle generazioni precedenti e, pertanto, inevitabile.

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Esatto, L’assassino cieco di presta più che bene a una interpretazione in chiave critico-femminista. Del resto la Atwood, pur rifiutando l’etichetta di scrittrice femminista, ha sempre mostrato interesse per le tematiche che afferiscono al femminismo. E devo dire, pur da misogino convinto, che l’analisi della Atwood è ben costruita, e lascia il segno senza essere soffocante.

Avete presente quando ostio dietro agli scrittori (generalmente quelli italiani) che credono di fare gli impegnati e in realtà non fanno altro che martellare le palle dei loro poveri lettori con messaggi che vorrebbero essere di critica sociale e che invece hanno lo spessore culturale e intellettuale dei temini delle elementari o del blog di Beppe Grillo? Ecco, la Atwood scrive per diffondere un messaggio di critica sociale, ma lo fa con garbo e grazia, avendo cura nel contempo di non soffocare il lettore con paternali infinite.

In conclusione

A dispetto della capacità di Margaret Atwood di costruire una critica alla società patriarcale efficace e discreta, assolutamente non petulante, resta il fatto che L’assassino cieco è pur sempre un romanzo il cui unico punto di forza è la critica sociale. E per me è un big no-no-no.

Il livello di scrittura è più che eccellente, com’è lecito aspettarsi da una scrittrice più volte candidata al premio Nobel per la letteratura, ma la storia in quanto unità narrativa ha dei problemi. Se si tratta di un mystery, non è abbastanza solido, mentre se si tratta di un’epopea famigliare, è costruita con un insieme di personaggi tra i quali è difficile trovare simpatia o per lo meno gradevolezza.

A me L’assassino cieco non è piaciuto. Non mi sento di dire che sia brutto o di sconsigliarlo, tutto dipende dal vostro palato. Ovviamente non era il romanzo che mi aspettavo di leggere, né il genere di romanzo che leggo di solito. Se invece a voi piacciono le incursioni nella literary fiction, dateci un occhio.

Voto finale

Notarella appiccicata dopo con lo scotch A Cthulhu piacendo, quest’anno riuscirò finalmente a partecipare e (forse) concludere il NaNoWriMo. Pensavo di farci un diario settimanale, ma ancora sto aspettando il tecnico Fastweb a casa, per cui ciccia.