Come cantava Will Ferrell agli Oscar del 2007, “A comedian at the Oscars is the saddest man of all”, una canzone che si prende gioco dello stereotipo secondo cui l’Arte è tale solo se è permeate di assoluta serietà, e non c’è spazio per la commedia quando si tratta di premiare un lavoro artistico, di qualsiasi genere.

Se si fa caso, ad esempio, agli ultimi dieci anni del più prestigioso premio per la narrativa del fantastico, il premio Hugo, si può facilmente notare che i romanzi vincitori sono tutti caratterizzati dalla serietà delle loro storie, che non di rado esaminano certi aspetti culturali, sociali e antropologici propri del genere umano. Tra di essi non mancano storie dal tono più leggero, come Il sindacato dei poliziotti Yiddish di Michael Chabon, o Il figlio del cimitero di Neil Gaiman, ma si tratta sempre di romanzi dall’innegabile drammaticità.

Salvo quest’anno, il 2013, in cui a risultare vincitore è stato Redshirts di John Scalzi. Che non solo è una comedy, ma è addirittura una parodia di un genere, la space opera alla Star Trek.

Come è riuscito un romanzo non drammatico a sbaragliare la concorrenza degli altri candidati? E, soprattutto, è davvero un buon romanzo (il migliore dell’anno secondo i votanti dello Hugo)?

Andiamo a dare un’occhiata.

La scheda del libro

Redshirts. A Novel with Three Codas di John Scalzi
Pubblicato da Tor Books, inedito in Italia
Anno 2012
317 pagine
Il libro su Amazon, anche in edizione digitale

Che cosa succede

L’Intrepid è la nave di bandiera dell’Unione Universale. Comandata dal capitano Paul Abernathy, affiancato dall’ufficiale scientifico Q’eeng, la sua missione è una parafrasi di “arrivare là dove nessun uomo è giunto prima”. Non di rado l’Intrepid e il suo equipaggio si ritrovano ad affrontare ribelli interplanetarie, mostri spaziali, robot senzienti impazziti, tutte situazioni ad alto tasso di adrenalina che li pongono tra la vita e la morte. E, difatti, di tanto in tanto qualche redshirt ci lascia la pelle.

Per rimpinguare il sempre più magro equipaggio, l’Intrepid riceve una nuova infornata di ensign (un sottufficiale corrispondente in italiano più o meno di sottotenente di vascello o guardiamarina), tra i quali figurano Andy Dahl, ex prete Forshan e ora xenobiologo; Maia Duvall, un’ex mercenaria dei corpi di pace con un brutto carattere; Jimmy Hanson, erede di una delle ricche famiglie dell’universo; Finn, che è stato assegnato all’Intrepid dopo essere stato sorpreso a spacciare sostanze-allucinogene-ma-tecnicamente-non-illegali, e Hester, un pilota introverso che si è ritrovato coinvolto per caso tra i magheggi di Finn.

I cinque redshirt cominciano a legare una volta sul vascello e, piano piano, scoprono che sull’Intrepid c’è qualcosa che non va. Tipo che il laboratorio di xenobiologia della nave ha una magica scatola che è in grado di effettuare analisi impossibili in tempi impossibili, ma sempre completandole al 99% e lasciando il restante 1% all’intelletto dell’ufficiale scientifico Q’eeng. O anche che il tenente Kerensky con cadenza quasi settimanale viene ferito, infettato da virus alieni, lasciato tra la vita e la morte, eppure è in grado di ritornare subito in salute perfetta. O, soprattutto, che ogni volta che una redshirt va in missione esplorativa con Abernathy, Q’eeng, Kerensky, o un altro degli ufficiali, finisce sempre male per la redshirt.

Le indagini ufficiali dell’Unione Universale parlano di perdite in linea con le statistiche, poiché l’Intrepid è impegnata in missioni di particolare delicatezza, ma Andy Dahl comincia a sospettare che ci sia qualcosa di più – un qualcosa che si chiama Narrativa e che sembra sconvolgere con cadenza settimanale la vita a bordo dell’Intrepid. Andy deve fare qualcosa, prima che la Narrativa faccia il suo corso e lui venga chiamato in missione con uno degli ufficiali.

Che cosa ne penso

È possibile dividere la narrativa di Resdshirts in tre parti. Tre parti che, se il romanzo fosse un grafico, andrebbero rappresentate come una linea calante dal (molto) alto al (molto) basso.

Il primo atto di Redshirts è la parodia, ossia la parte in cui Andy Dahl si trova a bordo della Intrepid e comincia a sospettare che ci sia qualcosa che non va. Si tratta senza alcun dubbio della parte migliore del romanzo. In essa sono esaminati e presi in giro con affetto e senza astio i vari cliché della space opera, dalle assurdità create ad arte per ottenere dramma, al technobabble. Inoltre, è la parte in cui i personaggi danno il meglio di sé, con dialoghi (in un romanzo che è 90% dialoghi) divertenti, carichi di ironia e arguzia.

Il secondo atto è il viaggio nel tempo. Una volta scoperto che cos’è la Narrativa, i nostri redshirt elaborano un intricato – e scientificamente incoerente – piano per contrastarla. Neanche a dirlo, il piano implica un viaggio nel tempo e nelle dimensioni dal futuro dell’Intrepid ai giorni nostri. Personalmente, on sono un grande fan dei viaggi nel tempo. Come ci ricorda il sempre saggio Bruce Willis nel film Looper, è meglio non parlare di viaggio nel tempo, perché se si comincia a parlarne va a finire che si perde tutto il giorno a fare schemini e diagrammi. Ecco, io sono la persona che fa schemini e diagrammi (mentali) quando una storia menziona il semplice concetto di viaggio nel tempo. E trovo sempre qualcosa che non va, qualche paradosso o assurdità. Inoltre, trovo il viaggio nel tempo un modo stupido di risolvere il conflitto: eliminare i propri errori dal continuum spaziotemporale significa non vivere con le conseguenze delle proprie azioni. In sostanza, non mi piace il viaggio nel tempo. Ma questo secondo atto ha comunque i suoi momenti divertenti, solo che sono infilati in un contesto meno divertente della parte precedente.

Il terzo e ultimo atto è in realtà l’epilogo. Le tre code. E si tratta di un epilogo che fa sembrare l’epilogo del Signore degli anelli l’epilogo di… un romanzo con un epilogo non lungo e inutile. Ecco, le tre code di Redshirts, che tentano di analizzare le conseguenze della premessa delirante di redshirts, sono lunghe e inutili, riguardano situazioni e personaggi di cui al lettore non frega assolutamente niente e, soprattutto, non sono divertenti. E vengono pure alla fine di un finale un po’ tirato per i capelli.

In conclusione

Redshirts non è Guida galattica per gli autostoppisti, che ve lo dico a fare? È una parodia affezionata di Star Trek (scritta mentre Scalzi lavorava come consulente per Stargate: Universe), e l’amore e il rispetto che l’autore prova per il materiale originario traspare ovunque. Ha i suoi momenti comici ed è innegabile che la velocità delle scene e dei dialoghi sia un suo punto di forza in tale direzione, ma il suo problema è che è basato su una premessa che, alla fine della fiera, poteva essere uno sketch del Saturday Night Live (e forse lo è anche stata) e non sarebbe morto nessuno.

Quando scalzi tenta di sviluppare la premessa e darle un senso, il risultato è un pastrocchio che tenta di avere senso pur essendo conscio di non averne.

L’umorismo del romanzo è quasi totalmente meta, ossia autoreferenziale, riferito al genere che viene parodizzato. Il concetto di meta può piacere o non piacere. Io, ad esempio, adoro tutto ciò che è meta, dalla quadrilogia horror di Scream ad Abed di Community, e ho quindi adorato la prima parte del romanzo.

La seconda un po’ meno. Troppo ingarbugliata, quasi impantanata in una trama eccessivamente contorta e assurda.

Per cui, Redshirts è un libro divertente ma ad andar bene mediocre, ma allora come si spiega che abbia vinto lo Hugo? Intanto, spiace dirlo, ma la concorrenza è stata tutt’altro che agguerrita. Paragonato ai potenziali candidati che abbiamo quest’anno (Neil Gaiman, Guy Gavriel Kay, Margaret Atwood, Robert Jordan e Brandon Sanderson, Peter F. Hamilton, Robin Hobb, solo per citare i big), la cinquina dei nominati dell’anno scorso impallidisce. Tra di essi, l’unico concorrente per Redshirts era 2312 di Kim Stanley Robinson, che infatti ha vinto il premio Nebula. O forse è perché, in fondo, quelli che votano per lo Hugo sono tutti dei giganti nerd che con un libro che parodizza con affetto una serie culto come Star Trek ci vanno a nozze. O forse è solo un segnale che gli award non sono poi così indicativi di qualità eccellente.

Voto finale