decarloSprechiamo ancora un po’ di tempo per parlare di quella troiata di Masterpiece. Come avevo promesso, non ho guardato l’episodio di domenica scorsa, né ho intenzione di farlo, per cui questo non vuole essere un altro commentario sull’incompatibilità tra narrativa (non letteratura, come erroneamente e truffaldinamente vorrebbero far credere gli autori del programma) e reality television. Parlo invece di qualcosa che hanno notato molti altri blogger italiani e che riecheggia le opinioni di una giurata nella puntata che ho avuto la sfortuna di guardare, ossia che il fantasy è un genere letterario inutile, senza dignità, e, in fin dei conti, patetico. Che uno scrittore per definirsi serio deve trattare temi reali, non immaginario.

Che Masterpiece sia troppo focalizzato sul quel genere di narrativa in cui lo scrittore scrive di sé e basta, attingendo non alla propria creatività, ma al proprio vissuto, l’avevo già sottolineato del precedente post dedicato all’argomento. Ma quando sento denigrare un intero genere letterario – il mio genere letterario – vuol dire che è arrivato il momento di tirare una linea e dire basta.

Quella dei giudici di Masterpiece è una concezione sinistroide della cultura, per cui la vera Arte (con la A maiuscola) è seria, solenne, tragica e radicata nel reale, avulsa da qualsiasi forma di escapismo o intrattenimento. La vera Arte è un film ceceno in bianco e nero con sottotitoli in russo. Tutto il resto è merda.

E, credetemi, sto scrivendo questo post con rabbia. Sono incazzato e anche un pelino offeso come quando, in prima liceo, uno dei miei compagni di classe ha chiesto alla prof di lettere se avremmo saltato la parte del libro di testo che parlava della letteratura del fantastico, perché in fondo si trattava di “storielle per bambini”. (Fun fact: il compagno di classe in questione era un berlusconiano di ferro, per cui l’idea che questa concezione snobista del fantastico come genere inferiore sia relativa ai soli sinistronzi è, per quanto affascinante, tutt’altro che dimostrata.)

Potrei lanciarmi alla difesa del mio genere di elezione sciorinando una serie di grandi autori che hanno scritto fantasy o sci-fi. Potrei menzionare Tolkien, Borges, Asimov, Murakami, Rushdie, McCarthy. Lessing, Steinbeck e Saramago hanno vinto il Nobel. E hanno scritto uno o più romanzi che rientrano nel genere del fantastico. Ma sarebbe un esercizio inutile, perché il problema sta da un’altra parte. Ossia, nessuno dei giurati di Masterpiece ha mai scritto fantasy. Quindi non possono sapere che scrivere il genere che tanto denigrano è difficile. Fottutamente difficile.

La base di ogni buona storia risiede nel dramma, ossia nel conflitto. Ogni storia, per definirsi tale, richiede almeno un elemento drammatico. Il dramma è un qualsiasi evento rilevante nella vita di un personaggio. Facciamo un esempio un po’ deprimente: nella nostra storia, un uomo anziano comincia a manifestare segni del morbo di Alzheimer, ed è costretto a venire a patti con la sua mortalità, la sua vulnerabilità e, infine, la progressiva incapacità di esercitare controllo su sé stesso e in parte sul mondo che lo circonda. Si tratta di una storia che potrebbe potenzialmente far sbavare i giudici di Masterpiece, perché si tratta di una storia realistica e permeata di dramma (quasi melodramma, se vogliamo).

E se invece di essere un pensionato, l’uomo con l’Alzheimer fosse il re di un regno fantastico, magari con un erede troppo giovane e ancora non pronto a prendere il potere, o magari sull’orlo di un invasione da parte di un esercito di barbari provenienti da oriente che, si vocifera, siano riusciti ad addomesticare i selvatici draghi delle steppe e servirsene in battaglia? Mettiamo anche che il fulcro della storia e unico POV sia il vecchio monarca, che piano piano prende coscienza della sua crescente fragilità, e che gli avvenimenti politici e bellici avvengano solo sullo sfondo. Anche così, è il re con l’Alzheimer (che nel romanzo avrà un altro nome, magari ispirato da un catalogo dell’Ikea, ma sarà pur sempre riconoscibile dal lettore come Alzheimer) il vero protagonista di una storia che rimane pur sempre decisamente fantasy – è ambientata in un universo secondario, e ci sono i draghi – e, in quanto tale, destinata a essere schifata dai sapienti giudici di Masterpiece.

Ma, scusate, alla fine della fiera, c’è davvero tanta differenza tra i due scenari? Che importa se il protagonista è un pensionato o un re, quando il dramma risiede nella malattia e non in ciò che le fa da contorno? Ma soprattutto, non è un pelino più difficile inquadrare un universo in cui ci sono giochi di potere e nomadi delle steppe che cavalcano draghi in battaglia, rispetto a una storia ambientata nella quotidianità di un comune dell’hinterland milanese?

Insomma, sono solo io che riconosco il talento di uno scrittore che riesce a prendermi per mano, portarmi in posti che so di per certo non esistere eppure farmeli sentire veri e vibranti con la sola forza della parola su carta?

Questo senza contare che, spesso e volentieri, il fantasy utilizza la metafora e l’allegoria per parlare della realtà come e forse più di quanto non faccia la literary fiction. Non dimentichiamoci che l’intera speculative fiction è un ottimo strumento per osservare e commentare il reale. Il sottogenere della distopia, da Huxley alla Collins, parla da sé. Ma ciò vale anche a livello personale, o credete davvero che Shining sia solo una storia di fantasmi e non l’espressione su carta della paura di Stephen King, ai tempi alcolizzato, di fare del male alla propria famiglia?

Io so che i giudici di Masterpiece non si riferivano a questo tipo di fantasy, quando hanno espresso la loro opinione sul genere. Lo so per un semplice motivo: nel mio piccolo, sono stato anch’io un giudice di un contest letterario. E so che non ci vuole molto a gettare la spugna con gli autori fantasy che scrivono paranormal romance o campagne di Dungeons and Dragons con nomi alterati, tutti uguali e tutti senz’anima. Ma ciò non è sufficiente per relegare un intero genere alla semplicistica definizione di favolette per bambini. Il fantasy di alto livello (il fantasy letterario, se vogliamo) esiste. Magari non scritto da autori italiani, ma esiste.

Il fantasy è un genere che, per definizione, non è ancorato alla realtà, e questo è vero. Se vogliamo essere poetici, possiamo dire che il fanasy è escapismo, ossia ci insegna a sognare. Ma, a questo punto, cari giudici di Masterpiece, che cosa sono i sogni se non frammenti di realtà scomposti e ricombinati in forme diverse dalla forza dell’immaginazione?