Non è che ci voglia molto a parlare bene di uno dei film che viene costantemente inserito nelle liste dei migliori dell’anno, ma mettetevi nei miei panni. Io odio George Clooney con la stessa spietata intensità di Francine Smith. E non vado matto neppure per Sandra Bullock. Per cui elogiare un film la cui trama è essenzialmente Sandra Bullock e George Clooney IN SPAAAAAAAAAACE dovrebbe risultarmi un po’ ostico.

Ma, per parafrasare una figura mitologica associata al Natale (no, non Babbo Natale, Gesù) sia dato a Cesare quel che è di Cesare e ad Alfonso Cuaron quel che è di Alfonso Cuaron.

Gravity è un film d’azione fantascientifico che vede protagonisti i già citati Bullock e Clooney nei rispettivi panni dell’ingegnere biomedico Ryan Stone, alla sua prima missione in orbita, e il comandante Matt Kowalski, navigato astronauta alla sua ultima passeggiata spaziale prima della pensione (esatto, è quel topos cinematografico). I due, assieme al resto dell’equipaggio dello shuttle Explorer, stanno svolgendo delle operazioni di manutenzione al telescopio Hubble, quando ricevono l’ordine di annullare la missione e rientrare immediatamente, i russi hanno distrutto un loro satellite spia e i detriti hanno causato una reazione a catena distruggendo altri satelliti e creando altri detriti che ora sono in rotta verso di loro. Quando la pioggia di detriti li raggiunge, lo shuttle viene distrutto e Stone e Kowalski si trovano alla deriva nello spazio, con l’unica opzione di raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale e utilizzare i moduli di salvataggio Sojuz per ritornare sulla terra.

I primi dieci-quindici minuti sono un lungo piano sequenza in cui la camera ruota e oscilla mentre i protagonisti effettuano le operazioni di manutenzione sull’Hubble e che si interrompe solo quando Stone è sbalzata alla deriva a seguito dell’impatto dei detriti satellitari. E basta una manciata di minuti per dare idea allo spettatore del genere di film che si troverà davanti. Visivamente spettacolare, ma anche carico d’azione e di suspense, tanto da tenere il sottoscritto con il fiato sospeso durante le scene più adrenaliniche.

Ciò che rende Gravity una grande esperienza cinematografica, come se ne fanno poche negli ultimi tempi (diete quello che volete, ma l’ultima degna di tale nome è stato Avatar di James Cameron), è la perfetta sincronia tra azione, l’abilità alla regia di Alfonso Cuaron, e l’uso della CGI, che cattura in maniera sorprendente l’isolamento del vuoto spaziale e l’impossibilità di sopravviverci quando tutto va storto.

Ma Gravity è qualcosa di più di un semplice film d’azione man vs. nature nello spazio. È anche un’efficace rappresentazione di quanto sia minuscolo e, in ultima analisi, fragile il genere umano se paragonato all’infinita immensità del cosmo. Eppure, nonostante questa disparità e nonostante le probabilità non giochino a nostro favore, l’uomo possiede sempre e comunque quella spinta a rifiutare di lasciarsi andare. Come a dire che, nonostante la nostra piccolezza, la nostra voglia di sopravvivere nonostante tutto legittima la nostra esistenza.

Ci sono anche altri piccoli tocchi “artistici” che fanno di Gravity non “qualcosa di più di un film d’azione” ma un film d’azione con qualcosa di più. Ad esempio il parallelismo tra il centro controllo di missione di Houston e dio – nelle parole di Kowalski, dopo la perdita di contatto radio: “A volte devi parlare con Houston anche quando Houston non può sentirti”. Oppure l’immagine di Stone che quasi trasfigura in un feto poco dopo essere quasi morta per esaurimento dell’ossigeno. Per non parlare delle penne che, a pià riprese, fluttuano alle spalle dei protagonisti in gravità zero, che a me sono sembrati un chiaro rimando a 2001: Odissea nello spazio. Piccole cose, ma d’impatto.

Come d’impatto è l’assenza di suoni, che nello spazio non si propagano, e di esplosioni, nonché la corretta rappresentazione di fuoco e acqua in zero g. Certo, il film non è al cento percento scientificamente accurato, e persone che di spazio se ne intendono, tipo Neil deGrasse Tyson e Buzz Aldrin, hanno fatto notare alcune imprecisioni, nonostante le quali, però, entrambi hanno elogiato il prodotto finale.

In ultima analisi, Gravity è un gran bel film. Minimalista in quanto a cast – e location, visto che dopotutto lo spazio è un grande vuoto – ma con scene d’azione iperadrenaliniche, in grado di incollare lo spettatore alla sedia, ed effetti speciali spettacolari.

Nonostante fossi prevenuto nei confronti di un film in cui compaiono solo e soltanto due attori che io detesto, non posso che considerare il prodotto finale una delle migliori pellicole di quest’anno.