Questa mattina mi sono svegliato o bella c insolitamente presto. Mentre bevevo il caffè, mi sono messo a fare il mio consueto giro su Feedly e ho letto l’ultimo post di Davide Mana sul self publishing. E mi sono detto, che palle, è la solita menata sentita e risentita sugli italiani popolo di incivili che non percepiscono il valore del lavoro creativo e sugli autopubblicati che hanno pari dignità letteraria.

Subito il mio primo pensiero è corcazzo, e ancora assonnato medito di scrivere qualcosa in risposta, tipo un breve rant su come gli autori USA intendano il self publishing in maniera più professionale della stragrande maggioranza degli autopubblicati italiani. Non solo, per dire, Anthony Ryan o altri autori che hanno fatto il salto, ma anche quelle autrici di dinosaur porn che hanno fatto di una nicchia di feticismo minuscola e parecchio inquietante un’impresa che frutta loro dei soldini discreti.

Poi ho finito il caffè e mi sono detto, ma chi cazzo me lo fa fare? Perché, se sulla carta sono convinto che il mercato del self publishing in lingua inglese abbia più professionalità e dignità di quello in lingua italiana (un po’ come il mercato editoriale tradizionale e una infinita serie di altri mercati, del resto), resta anche vero che, un giorno, dovrò guardare nel mio giardinetto e fare i conti con me stesso.

Si tratta un po’ di un discorso utilitaristico, ma proprio per questo sincero. Nel senso, quando un giorno (spero al termine di quest’anno ma conoscendomi non ci metterei la mano sul fuoco) avrò finito l’horror semi-fantascientifico con superpoteri a cui sto lavorando ora, quale strada avrò se non quella di prenderlo e autopubblicarlo su Amazon?

Non che non creda nel mio talento (faccio il modesto, ma sotto sotto lo so che non scrivo malaccio), la questione è proprio che non penso rientri nel catalogo di alcuna casa editrice italiana. Due dei quattro protagonisti principali sono adolescenti, che in Italia può significare solo libro per young adult, con tutte le derivazioni paranormalromantiche del caso, ma nella storia ci sono anche svariate scene di violenza grafica, scurrilità assortite, un personaggio secondario un filino razzista che tuttavia non viene esplicitamente condannato dalla voce narrante/moralizzatore, e una scena in cui una minorenne si masturba.

Quando avrò messo la parola fine, revisionato ed editato il manoscritto, previo parere positivo di chi mi betalegge il romanzo, davanti a me si apriranno due strade: o cercare una pubblicazione a tutti i costi con una casa editrice, o mettermi il cuore in pace e autopubblicare e farmi carico della promozione del romanzo io stesso, cosa per la quale non ho alcun talento né predisposizione.

E penso di non essere solo io. Sono fermamente convinto che ci siano validi scrittori che si autopubblicano perché il mercato editoriale tradizionale italiano fa schifo. Che magari poi sono quelli che si lamentano (anche se un pochino a torto) degli italiani incivili perché non comprano autopubblicati.

E a quel punto, sempre mezzo indurmento, mi sorge spontanea una seconda riflessione. Ma non è più vanity press pubblicare con un editore minuscolo, che ti distribuisce solo a livello locale, che non ti fa l’editing, che non ti fa l’ebook, che ti disegna la copertina col Paint, e che non ti promuove, solo per poter dire “sono un vero scrittore perché ho pubblicato con un editore”, anziché fare da sé?

Perché, stando le cose come stanno, di merda ce n’è in abbondanza sia tra gli autopubblicati, sia sugli scaffali delle librerie – discorso che diventa ancora più vero se si guarda in particolare alla narrativa di genere – e quindi la scusa del “ma con il self publishing le poche opere di qualità saranno sommerse da un mare di spazzatura”, ossia la mia scusa preferita, comincia a non reggere più.

Ciò detto, ha senso prendersela con gli italiani incivili che non comprano autopubblicati? Beh, sì se sei uno che con gli autopubblicati ci mangia (figurativamente, giacché con la scrittura, salvo rari casi, non ci si mangia, né da noi né all’estero), ma anche no se ti metti nei panni dell’italiano che acquista ebook, per il quale, colpa del mercato tradizionale così come quello dei self published che ogni giorno pompano gemme e merda in maniera indiscriminata, la diffidenza è più che altro una strategia di sopravvivenza.