Ehi, da quanto tempo non recensivo un romanzo autopubblicato? Da agosto del 2012, e anche allora più che una recensione si era trattato di un massacro. Questa volta, invece, sarò buono.

Come raccontavo nella precedente recensione, ho recentemente fatto un po’ di shopping ebookkaro, favorendo in particolar modo gli scrittori autopubblicati italiani, sia per controllare il livello di un’eventuale concorrenza, sia perché sugli autori italiani che pubblicano con le Grandi Case Editrici al 99% è meglio stendere un velo pietoso, e quindi per leggere qualcosa di meritevole è meglio guardare altrove, o al mercato anglofono, o nella spelonca caliginosa del self publishing.

Pixel, racconto fantascientifico con puntine di esistenzialismo scritto da Andrea Viscusi – autore che conosco a livello superficiale dagli anni del noto portale un tempo contro l’editoria a pagamento e che ora non si sa più che cazzo sia ma per favore donate 10€ e cliccate sui banner pubblicitari, e del quale avevo già avuto modo di apprezzare il lavoro –, è stato un’altra vittima del mio shopping spree.

La scheda del libro

Pixel di Andrea Viscusi
Autopubblicato
Anno 2014
33 pagine
L’ebook su Amazon

Che cosa succede

Massimo è un ex studente che pare abbia raggiunto il picco del proprio successo quando, a partire dalle ipotesi presentate nella sua tesi di laurea, un’agenzia spaziale ha lanciato una missione, Argo, che ha lo scopo di indagare i confini dell’universo.

La tesi di Massimo è nata grazie all’incontro, all’università, con l’eccentrico Glauco, che un giorno gli ha messo in testa l’idea che noi umani potremmo non essere altro che personaggi di una grande simulazione a uso e consumo di qualcuno che “gioca” con tutti noi, come se fossimo personaggi in The Sims (ma con un’AI che non ci lascia pisciare addosso se tra noi e il water qualcuno ha posato un piatto). Per scoprire la verità su questa teoria incredibile, basterebbe andare alla ricerca dei confini della simulazione, ovvero l’universo.

Tutto questo accade nel passato. Il presente di Massimo è ben diverso e il momento di gloria della sua tesi di laurea è stato più che altro passeggero. Per lo meno fino a che Glauco, dopo anni di silenzio, si mette nuovamente in contatto con Massimo e gli chiede di vedersi con urgenza.

Che cosa ne penso

Di Andrea Viscusi avevo già avuto modo di apprezzare il talento quando ho letto (e giudicato) il suo racconto nella raccolta Steampunk vs. Dieselpunk. Il qui presente Pixel, racconto breve di fantascienza, non fa che confermare la mia attitudine positiva nei confronti del suo autore.

L’idea che sta alla base di questo Pixel non è particolarmente nuova o innovativa. Già Platone lo elaborava ai tempi della Repubblica (non il quotidiano umoristico, il trattato di filosofia politica) con il famosissimo mito della caverna, che poi veniva rielaborato e talvolta riciclato dai media anche ai giorni nostri, si veda per esempio la trilogia di Matrix. Ma ciò che importa, alla fine, non è se l’idea alla base è al cento percento originale e sorprendente (diciamolo con onestà, la quasi totalità delle idee alla base di storie brevi o lunghe affonda le sue radici in qualcosa che già è stato scritto) quanto più se tale idea è presentata in maniera convincente. A mio avviso Pixel lo è. Ho molto apprezzato, pur capendoci poco, da profano, l’attenzione ai dettagli e le spiegazioni che tirano in ballo la fisica quantistica (o quello che è, tanto lo sappiamo tutti che la scienza è il modo in cui Satana tenta di convincerci che la Terra non sia stata creata da Dio 4000 anni fa come sostengono le Sacre Scritture). In un periodo in cui va di moda una fantascienza che preferisce focalizzarsi, spesso anche cannando alla grande, sulle prospettive antropologiche del genere (vedasi l’infinita sequela di distopie più o meno bimbominkiose, più o meno scritte con cognizione di causa e conoscenza della sociologia), Pixel è quasi un ritorno a una fantascienza delle origini che, pur non essendo in alcun modo space opera, suona ricercata e pone questioni esistenziali.

Di contro il racconto non è privo di due o tre difetti. Niente di orribile, eh. Ad esempio nel dialogo tra Massimo e Glauco c’è un po’ di exposition inverosimile, quando, a beneficio del lettore, un interlocitore pone all’altro domande su cose che entrambi non avrebbero bisogno di ricapitolare. Inoltre mi sarebbe piaciuto un finale un po’ meno aperto, magari con qualche sorta di confronto (che però mi rendo conto avrebbe posto fine all’ambiguità con cui la storia si conclude, rovinandone l’efficacia). Il che ci porta alla solita questione, che è quella che ripropongo, sul blog o nella mia testa, ogni volta che devo valutare un racconto. Ovvero che mi sarebbe piaciuto che la storia fosse più lunga.

Ma se, alla fine della fiera, l’unica critica di un certo peso è che il racconto è troppo corto, vuol dire che ha colto nel segno.

Voto finale

(By the way, recensione di 100 parole più corta di quella della raccolta di Lukha B. Kremo…)