C’è chi dice che non esistono più trame originali, e probabilmente ha ragione. Tanto non è il canovaccio a fare una buona storia, ma l’esecuzione.

E ciò che si dice per la trama vale spesso anche per i personaggi. Chi legge centordici milioni di romanzi all’anno è facile che lo sappia di già, per gli altri, breaking news: il 90% dei personaggi ricalca pari pari qualche topos letterario. Il cavaliere senza macchia e senza paura, l’antieroe, la damigella in pericolo, il professore anticonformista, il commissario sticazzi, la nobildonna pettegola, il prescelto, il bel tenebroso e così via all’infinito.

Degli stereotipi si dice che hanno stracciato un po’ le gonadi, perché sono il male assoluto della narrativa e ammazzano la creatività appiattendola su qualcosa di già visto. Ma lo sapete che vi dico? Non tutto il male viene per nuocere, e ci sono alcuni personaggi-cliché di cui io stesso, come lettore e anche scrittore, non riesco proprio a fare a meno.

La Fighting Girl che spacca i culi

Al primo posto quello che sembra essere il personaggio che va per la maggiore nella letteratura di genere, specialmente l’urban fantasy. E, no, non sto parlando della Mary Sue, ma della Fighting Girl – anche se, va sottolineato, il più delle volte la protagonista di urban fantasy/paranormal romance finisce per essere una Mary Sue pur indossando la maschera da Fighting girl, anche se questo dipende dall’abilità dell’autore.

Quella che io chiamo Fighting Girl è il tipico personaggio femminile che, pur essendo parte di quello che, ancora oggi, viene definito il “sesso debole”, non ha paura di sporcarsi le mani e menare qualche pugno, pur conservando la sua femminilità.

È un po’ un cliché sessista, la Fighting Girl, perché si suppone colpisca la fantasia di chi ne legge le gesta proprio perché fa cose da uomo (picchia la gente, dice parolacce, magari fuma il sigaro, apriti cielo!) pur mancando l’adeguato set di organi genitali per definirsi tale. In pratica supera le barriere di genere comportandosi esattamente come non ci si aspetterebbe da una donna, che il luogo comune vorrebbe ancora damsel più o meno in distress.

In realtà non è per questo che sono affascinato da questo personaggio cliché tanto che penso proprio non mi stancherà mai. La ragione è ben più semplice: non è perché la Fighting Girl si comporta da uomo, ma perché la stragrande maggioranza dei romanzi con protagoniste femminili sono così dannatamente politically correct che anche quella che in quarta di copertina viene presentata come una Fighting Girl alla fine si rivelerà essere non molto di più di una damigella in pericolo con qualche sporadico giuzzo di amor proprio.

Casi celebri di Fighting Girl sono Monza Murcatto, pur con tutti i suoi difetti caratteriali, di Il sapore della vendetta, o, in maniera più suggerita che oltraggiosamente sbattuta in faccia, Kirby, protagonista di The Shining Girl di Lauren Beukes. Uno bravo con questo genere di personaggi è Stephen King. E, spostandoci alla televisione, Joss Whedon.

Lo studente sfigato ed emarginato

Da Harry Potter a Charlie di Ragazzo da parete di Stephen Chbosky, lo stuente un po’ sfigato ed emarginato è un personaggio cliché che ritorna spesso nelle mie letture. Può essere perché ho passato più tempo da studente che a far altro, nella mia vita, e quindi mi riveda automaticamente quando non al millimetro nel personaggio, per lo meno nell’ambiente in cui si muove.

Oppure è perché un buon romanzo è la storia di un buon conflitto, e lo studente sfigato ed emarginato è il tipo di personaggio che è nello stesso tempo vicino al mondo di chi legge e che si trova in una posizione di subalternità quasi totale a svariate figure di autorità. In quanto adolescente è sottoposto all’autorità della propria famiglia, in quanto studente a quella del sistema scolastico e, in quanto sfigato ed emarginato, a quella dei propri coetanei.

Il killer spietato e senza emozioni che porta a termine il suo lavoro costi quello che costi

Per quanto la figura del killer spietato e senza emozioni che porta a termine il suo lavoro costi quello che costi sia inflazionata e presente quasi sempre nelle storie che richiedano la presenza di un assassino a contratto, è un personaggio di cui semplicemente non riesco a fare a meno.

Perché? È presto detto: come luogo comune richiede, il killer senza emozioni che porta a termine il suo lavoro a tutti i costi è l’esemplificazione perfetta della purezza del male. È male non diluito da empatia o scrupoli, cattiveria allo stato puro. Pertanto difficile da comprendere per noi individui morali, e in virtù di ciò ancora più minacciosa e inquietante.

Un cattivo patetico, l’altro estremo dello spettro, è un tipo di antagonista molto più difficile da realizzare, e che non mi dispiace affatto leggere, ma che allo stesso modo difficilmente mi darà il piacere proibito di leggere del male puro.

E questi sono i tre personaggi-cliché di cui, alla fine della fiera, non riesco a fare a meno. Saranno scontati e già sentiti, ma la verità è che a me non stancheranno mai.

Poi magari un giorno butterò giù un articolo speculare sui quei personaggi-cliché che, invece, mi hanno ampiamente scartavetrato i maroni.