Di recente, per riprendermi dalla noia assoluta di True Detective, mi sono messo a guardare Black Mirror, una miniserie fantascientifica britannica che, assieme alle prime due stagioni di Skins, le prime due stagioni di Misfits e le prime due stagioni di Downton Abbey, mi ha ricordato perché amo la televisione seriale inglese. E anche che sono sempre l’ultimo a sapere le cose.

Black Mirror è una serie antologica, la cosa più simile che questa generazione televisiva ha ad Ai confini della realtà. La prima stagione (o serie, come dicono i sudditi di Sua Maestà), è composta da tre episodi ognuno con personaggi e temi diversi. Che in comune hanno l’elevatissima qualità sia a livello di produzione che di narrativa.

Come suggerisce il titolo, che fa riferimento allo schermo nero della televisione, gli episodi di Black Mirror affrontano il tema del rapporto spesso simbiotico e paranoico tra noi umani e la tecnologia, utilizzando la lente deformante di una satira spietata e grottesca, che tuttavia non lascia affatto nello spettatore la voglia di ridere. Si tratta sempre di situazioni ambientate “un po’ più in là” rispetto alla realtà quotidiana che ci circonda, ma, per un motivo o per l’altro, non è del tutto inverosimile che queste si possano realizzare nell’arco di un mese o un anno a partire da adesso.

Il primo episodio, National Anthem, parte col botto. Una popolarissima principessa viene rapita e l’unica condizione posta per il suo rilascio è che il Primo Ministro britannico faccia sesso con un maiale in diretta televisiva. Viene difficile prendere sul serio una premessa del genere, sulla carta, vero? Suona quasi ridicola. Ebbene, se magari all’inizio un sorrisetto per l’estrema assurdità della situazione può anche scappare, a fine episodio non ci sarà più niente da ridere.

Oltre la situazione grottesca si celano inquietanti interrogativi che lo spettatore non può fare a meno di porsi. Primo tra tutti, cosa farei io nei panni del primo ministro? Ovvero, la dignità di un singolo vale più della vita di uno sconosciuto? La domanda è appropriata, perché chi guarda l’episodio conosce bene il primo ministro, che viene introdotto sin dalla prima inquadratura, ma non affatto la principessa rapita, della quale viene solo menzionata l’estrema popolarità. È un po’ come se qualcuno dicesse, masturbati di fronte a tua madre e tuo padre e non ucciderò la persona che un giorno scoprirà la cura per il cancro. La realtà della dignità una persona nota contro l’intangibilità della vita di uno sconosciuto. E, forse più importante, l’interrogativo che consegue dalla scelta del primo ministro: quanto si è davvero liberi di agire quando si è sotto lo scrutinio dei media? Le risposte che l’episodio offre sono grottesche e agghiaccianti, quasi come l’atto di fare sesso con un maiale in diretta televisiva.

L’episodio due, Fifteen Million Merits è una distopia vera e propria. In una società futura, la gente passa gran parte delle proprie giornate circondata da monitor televisivi a pedalare su una cyclette in cambio di punti, chiamati meriti, che possono venire spesi per l’acquisto di beni e servizi. L’unica via d’uscita è diventare una delle celebrità che i pedalatori guardano durante la loro attività, e alla fama si accede tramite un concorso in cui una giuria capitanata da Rupert Everett valuta le abilità degli aspiranti intrattenitori. Bing è uno dei pedalatori e ha la fortuna di possedere un gran numero di meriti, che utilizza per skipare le pubblicità che altrimenti sarebbe obbligatorio guardare (con tanto di intelligenza artificiale che ti intima di mantenere il contatto visivo). Bing conosce Abi, si invaghisce di lei e rimane colpito dal suo talento canoro, tanto che sacrifica quindici milioni dei suoi meriti per farla partecipare al concorso per la celebrità. Una volta lì, ad Abi viene offerto un lavoro nel campo dell’intratteimento, ma non come cantante. Lei accetta e Bing, ormai povero in canna, comincia a covare risentimento nei confronti del concorso e dei suoi giudici, e mette insieme un piano per vendicarsi.

Parto subito col dire che, tra i tre della prima stagione, Fifteen Million Merits è quello che mi è piaciuto un po’ meno. Non tanto perché, guardacaso, è il meno realistico dei tre, ma perché l’aspetto di critica sociale che lo attraversa è per i miei gusti troppo palese e un po’ anche martellato in testa allo spettatore. Abbiamo un lavoro monotono, svolto in cambio di una valuta con la quale si possono comprare solo beni di scarso valore, la cui unica via di uscita sembra essere la celebrità, acquisita grazie a un contest in stile talent-show alla X-Factor. Lo si guarda e si sa già da subito dove si vuole andare a parare. Il che non rende l’episodio brutto, badate, solo un po’ meno sofisticato rispetto agli altri due della stagione. Resta però da dire che, se l’idea ce l’avessi avuta io, l’avrei fatto finire esattamente così come si è concluso, per cui non posso proprio lamentarmi.

Terzo e ultimo episodio, il mio personale favorito, The Entire History of You. Si tratta di una storia fantascientifica molto cyber e poco punk che ruota attorno a una popolare modificazione tecnologica del corpo umano che consente di immagazzinare e proiettare i propri ricordi anziché nel deposito poco affidabile della memoria, in un ben più facilmente consultabile hard disk. Liam, giovane avvocato, va riluttante a cena con dei vecchi amici di sua moglie Ffion. Tra gli ospiti c’è anche un certo Jonas e, mano a mano che la serata procede, Liam comincia a sospettare che tra Jonas e sua moglie ci sia stato in passato del tenero. E, in un mondo trasformato dalla tecnologia in cui non si può praticamente più mentire, omettere, o ricordare male, il sospetto di Liam si trasforma pian piano in un’ossessione distruttiva.

Dei primi episodi, The Entire History of You, già opzionato da Robert Downey Jr. per diventare un film, è in apparenza il meno spettacolare, ma proprio per questo il più angosciante. La sensazione di disagio che si ha guardando il ricatto cui è sottoposto il primo ministro in National Anthem o la società perversa di Fifteen Million Merits, qui deriva non tanto dalla premessa, ma dal modo in cui è svolta. L’accento non è sulla perversione della tecnologia, ma sul modo in cui essa influenza le vite degli esseri umani, a partire dal caso personale di Liam e Ffion, anche se nel corso dell’episodio ci sono parecchi riferimenti e spunti di riflessione in tal senso.

Black Mirror è una serie che mi sento tranquillamente di promuovere a pienissimi voti. Appena possibile recupererò anche i tre episodi della seconda stagione, in attesa della terza, che è stata confermata a gennaio di quest’anno.

Black Mirror è andato in onda anche in Italia, su Sky Cinema e Rai 4.