Quando mia madre mi vede leggere un libro cartaceo pensa di avere un figlio intelligente. Quando invece mi vede leggere lo stesso libro, ma in formato digitale dal mio tablet, pensa che sto sempre attaccato al computer e che dovrei uscire di più. E a me è andata anche di lusso. Pensate se mia madre si fosse ritrovata un figlio giocatore professionista di Dota, come le madri in Free to Play, documentario del 2014 realizzato da Valve e disponibile gratuitamente sul sito ufficiale, su Steam e su Youtube (sul serio, è gratis, guardatelo).

Free to Play è il resoconto dei cinque giorni di un torneo internazionale di debutto di Dota 2 che ha la particolarità di avere in palio un montepremi senza precedenti, e non solo nella storia delle competizioni di gaming, ossia un milione di dollari. La storia è narrata a partire dal punto di vista di tre giocatori professionisti, il singaporiano Hyhy, lo statunitense Fear, e l’ucraino Dendi, ed è un resoconto non solo di ciò che accade al torneo, ma anche e soprattutto di come essere un giocatore professionista di Dota abbia impattato le loro vite.

Preso isolato dal proprio contesto, Free to Play è un buon documentario. Sebbene non si addentri mai più di tanto nelle spiegazioni tecniche su che cosa sia Dota, da dove origini, quali siano le sue regole, quale il suo funzionamento di base, basta una conoscenza appena marginale del mondo del gaming per riuscire a seguire il filo generale del discorso senza perdersi nel proverbiale bicchiere d’acqua. Il che, unito alle modalità di distribuzione del documentario, mi fa pensare che il target di riferimento fosse appunto una popolazione che è dotata almeno di un’infarinatura di base sull’argomento del documentario. Il che è un po’ un peccato, e ora cerco di spiegarvi perché.

Più che essere un documentario sul gioco online in sé, infatti, Free to Play parla fondamentalmente dell’atto di giocare, nella fattispecie dell’atto di giocare a livello professionale. Ovvero, venire pagati per qualcosa che gran parte della gente considera, quando non un semplice passatempo, un vero e proprio spreco di energia e risorse. Un tema centrale durante tutto il corso della narrazione è l’impatto che l’essere un giocatore professionista di Dota ha avuto sulle vite personali dei tre ragazzi che il documentario segue durante il torneo, di quali sacrifici richieda il perfezionarsi in una disciplina che, vista dagli occhi di molti, è più che altro una distrazione da ciò che è veramente importante. C’è quello che mette in gioco la propria istruzione, partecipando al torneo anziché sostenendo gli esami di fine semestre, quello che usa Dota per cooperare con un lutto, quello che viene addirittura sfrattato di casa perché il suo team è dall’altra parte del mondo e deve fare orari impossibili per giocare con loro. Tutte cose che, alla maggior parte delle persone, susciterebbero raccapriccio, tanto magari da far parlare di “giochi online che rovinano la vita delle persone”.

In realtà Free to Play mostra come l’essere giocatori professionisti di Dota stia pian piano diventando una passione in grado di fornire ricompense monetizzabili per i migliori in campo. Un po’ come il calciatore o il giocatore di poker, il giocatore professionista di Dota sta lentamente diventando una figura dotata di dignità professionale. E questo grazie anche a eventi come il torneo internazionale di Colonia mostrato nel film.

Il che mi colpisce a livello personale, non perché io sia un giocatore di Dota, ma perché, lo sapete, sono uno scrittore. Sono uno scrittore in un mondo in cui, anche all’interno dei mercati più evoluti e meno disastrati, come quello anglosassone, un professionista guadagna in un anno quello che un impiegato guadagna in due/tre mesi. Figuriamoci poi in Italia, dove la professione dello scrittore non è vista come tale nemmeno da chi con gli scrittori ci guadagna, ossia gli editori. Nel nostro paese non avere un lavoro clericale dalle nove alle diciotto equivale a essere dei nullafacenti. E poco importa se le competenze necessarie per scrivere un romanzo, o editare un testo, sono assai superiori a quelle richieste per inserire dati in un foglio Excel e compilare a fine giornata un report che tanto nessuno legge.

Free to Play presenta un caso molto simile alla realtà in cui io stesso mi trovo a vivere, seppure, è vero, in un mercato all’interno del quale girano molti più soldi che in quello della narrativa.

Il professional gaming in Asia è già un’occupazione vera e propria, basti pensare a Starcraft in Sud Corea, o allo stesso Dota in Cina, e pian piano la mentalità sta cambiando anche in altre parti del mondo, i cui si arriva ad accettare il fatto che Tizio possa essere un giocatore professionista di un gioco online così come Caio è un giocatore professionista di calcio.

Quello che Free to Play fa è gettare una luce in un mondo che è poco conosciuto dai non addetti ai lavori, e pertanto vittima di pregiudizi ingiustificati. Ed è per questo che mi lascia un po’ l’amaro in bocca che il target di riferimento sia chi già dell’online gaming ha per lo meno un’infarinatura di base, perché è più facile che questi abbiano già un’opinione dei giocatori professionisti di Dota che va al di là dello stereotipo del ciccione vergine senza vita sociale che sta buttando via la propria vita.

Per quanto riguarda me e l’essere scrittore, mi piace conservare l’ottimismo. Mindframe is not easy to change, dice a un certo punto del film una giocatrice professionista di Dota. Ed è vero. Così come è vero che non sempre le realtà delle cose ci consente di fare ciò che ci piacerebbe fare. Ma, fintanto che c’è una possibilità, tanto vale provarci. E magari far vedere al mondo che anche il mondo della scrittura professionale esiste e non è un covo di disillusi perditempo come ancora in troppi credono.

In altre parole, continuare a lagnarsi di quanto, riguardo alla scrittura, gli Italiani siano un popolo di retrogradi e ignoranti lascia un po’ il tempo che trova e, a lungo andare, ti fa passare per qualcuno con il complesso della vittima. Se c’è una cosa che la visione di Free to Play mi ha lasciato è questa: quello che importa è rimboccarsi le maniche e inseguire la propria passione.