Dunque, Michael Moorcock. Uno dei primi a scrivere gritty fantasy, pilastro del genere, autore famosissimo, Elric di Melniboné e yadda yadda yadda.

Ecco, a me Moorcock non è mai piaciuto. E non come non sono mai andato matto per il Signore degli Anelli, ma riconosco a Tolkien un’abilità semantica irraggiungibile a qualsiasi altro autore. No. Moorcock a me proprio non piace. Perché Elric di Melniboné è un butto libro, scritto male e pensato peggio.

Ma questo non è Elric di Melniboné, è la quadrilogia della Bacchetta Magica (o runa, a seconda della traduzione) o serie di Hawkmoon, se vi stanno sulle balle gli artefatti magici e preferite usare il nome del protagonista. In ogni caso, è tutta un’altra cosa.

O meglio, quasi. Le carte in tavola sono cambiate, ma non del tutto, perché dietro la macchina da scrivere c’è sempre Michael Moorcock, quello che mangia pane e deus ex machina a colazione pranzo e cena. Storia e ambientazione, però, sono completamente diverse.

Il risultato finale? Restate con me e lo scoprirete.

La scheda del libro

The Jewel in the Skull (History of the Runestaff #1) di Michael Moorcock
Pubblicato in Italia da Longanesi e in USA da Lancer Books
Anno 1967
190 pagine
Niente su Amazon in italiano, c’è però un’edizione usata. E l’edizione sia digitale che cartacea inglese.

Che cosa succede

La vicenda di Il gioiello della morte ha luogo in mondo – in un’Europa, per la precisione – che è sì la nostra, ma dopo un conflitto apocalittico durato oltre un millennio, che ha distrutto la civiltà così come noi la conosciamo, riducendola a una sorta di secondo medioevo in cui si ritrovano vestigia tecnologiche del passato e le mostruose e bizzarre creature generate da secoli di guerra nucleare.

Manco a dirlo, abbiamo l’Impero del Male, che qui si chiama, in un impalpabile sfoggio di sottigliezza, l’Impero Nero di Gran Bretagna. Governato dall’immortale imperatore Huon, l’Impero Nero sembra avere come unico scopo quello di piegare sotto di sé l’intero mondo, lasciando al proprio passaggio una scia di morte e distruzione.

Ma un paese resiste alla forza dell’invasore, la Kamarg, un territorio collocato in prossimità dell’antica Linguadoca, comandata dal conte Brass, assieme alla figlia Ysselda e al fidato consigliere Bowgentle. Un giorno Brass riceve la visita del barone Meliadus, inviato dell’Impero, che cerca di convincere il conte a unirsi pacificamente al dominio dell’imperatore Huon senza essere conquistato. Brass risponde picche e Meliadus giura di vendicarsi.

Intanto, a Khöln una ribellione contro l’Impero guidata dall’ex duca Dorian Hawkmoon viene sedata nel sangue e Hawkmoon catturato. Meliadus, ritornato con le pive nel sacco dalla Kamarg, vede in Hawkmoon la possibilità di vendicarsi del conte Brass per l’affronto subito e, impiantandogli il gioiello della morte del titolo nel cranio, lo invia alla corte di Brass.

Che cosa ne penso

Questo libro non è granché. Come avevo già avuto modo di constatare in precedenza leggendo il primo volume di Elric e un quarto del secondo, Michael Moorcock è un pessimo scrittore, che si serve spesso e volentieri di scorciatoie letterarie (tipo coincidenze che fanno avanzare il plot per puro caso, o personaggi, come il Guerriero in Giaietto e Oro, che esistono solo per dire al protagonista “devi fare questo e quest’altro, perché tale è il tuo destino”) per cavarsi dagli impicci.

Il risultato è una storia dalla trama telegrafata, con personaggi monodimensionali. Scritta pure maluccio, perché la prosa è piuttosto affrettata e poco descrittiva, specialmente nelle molte scene di battaglie e combattimenti che si incontrano nel testo.

Normalmente, un libro scritto in questo modo si beccherebbe due pernacchie, una recensione negativa, e verrebbe velocemente eliminato dalla mia memoria. C’è quindi un motivo se sto scrivendo questa recensione a distanza di un mese dalla lettura (anziché recensire il più recentemente letto Leviathan Wakes di James S.A. Cory), mentre sul mio tablet c’è aperta una copia del seguito, L’amuleto del dio pazzo, con il segnalibro a pagina 79 (essendo il romanzo molto breve, ciò significa che ne ho letto oltre metà).

Il gioiello della morte è del 1967, e a quei tempi l’età d’oro delle riviste pulp era bella che finita. Ciò nonostante, Il gioiello della morte è un romanzo pulp, che senza fatica avrebbe potuto essere pubblicato a puntate su Weird Tales, o qualche altra rivista dedicata al fantastico.

Si tratta di un romanzo veloce, di bassa qualità ma che intrattiene pur essendo pieno zeppo di difetti. Questa è in buona sostanza l’essenza di Il gioiello della morte. Che per me alla fine è promosso perché, per lo meno, non ha la spocchia di essere un romanzo raffinato come pretendeva d’essere Elric di Melniboné.

In conclusione

Il gioiello della morte ha una trama tutto sommato lineare e poco interessante, che va avanti per intervento di coincidenze o deus (dei?) ex machina, con personaggi sagome di cartone e cliché a profusione.

Ma è una lettura veloce e, alla fine della fiera, anche interessante.

Mi è piaciuto il mondo postapocalittico regredito a una versione fantasy del medioevo (coi lanciafiamme, il che è AWESOME), che è stato in grado di solleticare la mia immaginazione, pur perdendosi in assurdità (l’Impero Nero, really?).

Continuo a pensare che Moorcock sia un pessimo scrittore, e non comprendo come si possa definirlo un pilastro della narrativa fantastica, vista la bassa qualità dei suoi lavori (per lo meno, di quelli che ho letto), ma per lo meno Il gioiello della morte è in grado di fornire un po’ intrattenimento a cervello spento. Per cui, se è questo ciò che cercate, Moorcock fa per voi. Se invece volete del fantasy con un po’ di sostanza, questo saltatelo e passate pure ad altro.

Voto finale