Riprendiamo la saga di Hawkmoon, lavoro che può considerarsi minore nella produzione di Moorcock e che, nonostante ciò, mi sta piacendo di più di quanto non sia capitato invece con il suo cosiddetto capolavoro, ossia Elric di Melniboné.

La recensione del volume precedente è proprio sotto questa – caso più unico che raro su questo blog – per cui non dovreste avere problemi a reperirla.

La scheda del libro

The Mad God’s Amulet (History of the Runestaff #2) di Michael Moorcock
Pubblicato in Italia da Longanesi e in USA da Lancer Books
Anno 1968
176 pagine
Niente su Amazon, a meno che non vogliate la versione in lingua originale
(Tra parentesi, possiamo parlare dell’epicità della copertina? Possiamo? Eh?)

Che cosa succede

La storia ricomincia dove la precedente si era interrotta, con Dorian Hawkmoon, ex duca di Khöln, di ritorno nella Kamarg dopo il lungo viaggio che l’ha condotto ad Hamadan, dove il mago Malagigi ha neutralizzato il potere del gioiello impiantatogli nel cranio dall’Impero Nero di Gran Bretagna.
Hawkmoon e il compagno Oladahn si ritrovano nella città deserta di Soryandum, dove vengono attaccati dalle forze dell’impero guidate da Huilliam d’Averc. I due riescono a fuggire anche grazie all’aiuto dei fantasmi che abitano la città, e si imbarcano su una nave diretta in Crimea. Durante il viaggio si imbattono prima in d’Averc naufragato e lo prendono ostaggio, e poi vengono assaltati da una nave appartenente al culto del Dio Pazzo.

Hawkmoon, Oladahn e d’Averc riescono a impadronirsi della nave e, tra i tesori in essa trasportati, trovano un anello appartenente a Ysselda, segno inequivocabile (lo so, lo so, ci arrivamo dopo, tranquilli) che la promessa sposa di Hawkmoon è stata rapita dal Dio Pazzo. I tre allora si dirigono in Ukraina, alla volta del dominio del Dio Pazzo, per salvare la vita a Ysselda.

E tutto questo mentre, dall’altra parte d’Europa, le forze dell’Impero Nero di Gran Bretagna stanno per sferrare l’ultimo attacco contro la Kamarg del conte Brass.

Che cosa ne penso

Questa sezione potrebbe essere una copia di quanto avevo scritto nella precedente recensione, perché le cose da dire sono più o meno le stesse. Moorcock scrive male, la trama è tenuta insieme con lo sputo, i personaggi sono cliché con le gambe e linee di dialogo, ma il risultato generale intrattiene quanto basta per non essere una lettura spiacevole. Ma visto che poi sembra che ce l’ho con gli scrittori più famosi di me (il che vale a dire: tutti), consentitemi di ampliare le considerazioni espresse poco sopra con alcuni brani presi dal libro in questione.

Facciamo entrare il reperto A.

Hawkmoon voltò la testa e rimase senza fiato per lo stupore, a causa di quello che vide. C’era là, senza dubbio, una figura d’uomo. Eppure aveva un aspetto lattiginoso, e Hawkmoon riusciva a vedere al di là dell’uomo e distinguere il muro dietro di lui. «Un fantasma, del tipo classico»

Un fantasma. Di tipo classico. Grazie al cielo non era uno di quelli in The Conjuring.

Reperto B.

«Ma come fanno ad avere un tale potere?» domandò Saleem; strabiliato.
«Hanno il potere», gli disse Hawkmoon in confidenza.

Ah, beh, questo spiega tutto.

O, per lo meno, spiega che Moorcock scrive davvero malaccio.

E questo non è tutto. Il problema principale che ho avuto con il romanzo è che la storia avanza per tutto il tempo grazie a casualità e colpi fortuiti. Esempio eclatante è quando Hawkmoon trova, per puro caso, l’anello di Ysselda tra il bottino della nave del Dio Pazzo. Se Hawkmoon non avesse abbordato la nave, se avesse preso una rotta diversa, o anche solo se non fosse stato interessato al bottino, Ysselda sarebbe sicuramente morta.

«Aiutami», disse Hawkmoon.
«Non posso», disse il Guerriero in Giaietto e Oro.

O magari no. Magari sarebbe comparso il Guerriero in Giaietto e Oro. Già perché, in questo volume ancora più che nel precedente, il Guerriero Giaietto e Oro esiste solo per dire a Hawkmoon che cosa deve fare. È una sorta di quest giver letterario che dà istruzioni a Hawkmoon e fa poco altro. E quando gli viene chiesto il motivo? È il volere della Bacchetta Magica, bitches!

In conclusione

Ma, sapete che vi dico? Alla fine, chissenefrega?

Non serve che vi ricordi che uno dei miei libri preferiti è Angeli e demoni, vero? E il perché è presto detto: il romanzo di Dan Brown è oltraggiosamente divertente, con colpi di scena (assurdi) a ogni pagina e castronerie storiche più o meno plausibili a condire il tutto. È un romanzo, un’opera di fantasia, diosanto, non un puntuale e realistico compendio di storia vaticana.

Lo stesso, anche se in maniera minore, può dirsi per la saga di Hawkmoon. È pulp, fracassona, involontariamente assurda e bizzarra. E in più si legge in frettissima. Tutti pregi che, per il sottoscritto, fanno passare in primo piano le brutture della prosa.

La saga di Hawkmoon, per quello che ho letto fino a ora, è in sostanza il Birdemic dei romanzi fantasy.

Voto finale