Ieri sera ero impegnato in una mini-maratona per recuperare i quattro/cinque episodi di The 100 che mi mancavano per concludere la prima stagione. Di The 100 ho già parlato qualche post più sotto, è una serie televisiva fantascientifica postapocalittica mirata per un pubblico di giovani adulti che tuttavia, al di là di un’eccessiva enfasi sui triangoli amorosi, si è rivelata uno spettacolo interessante anche per chi da una serie tv esige qualcosa di più sostanzioso.

Guardando The 100 mi sono ritrovato a pensare che, debolezze di sceneggiatura a parte, la protagonista, Clarke, è uno dei personaggi femminili migliori che mi sia capitato di vedere – e perfino leggere – da un bel po’ di tempo.

C’è un vecchio adagio che dice che per scrivere un personaggio femminile come si deve, si debba prima scrivere un personaggio maschile e poi cambiare i pronomi. Che non è propriamente vero, ma è la concezione che va per la maggiore, anche se non in questi termini.

Il primo aggettivo che mi viene da associare a Clarke di The 100 è “competente”. È in possesso di basilari nozioni di survivalismo, conosce l’anatomia umana ed è in grado di svolgere alcune basilari operazioni chirurgiche anche in condizioni di precaria sussistenza, inoltre sa utilizzare armi bianche ed è portata per il combattimento con armi da fuoco.

Con tutte queste abilità, Clarke è una Mary Sue, dunque?

Beh, no. Una caratteristica della Mary Sue è la sua infallibilità, e Clarke è tutt’altro che infallibile. Più volte nel corso della serie prende decisioni che si rivelano sbagliate, sia nel breve che nel lungo periodo. Decisioni che non sempre considereremmo popolari, ma che, bisogna ricordare, avvengono in un contesto in cui è necessario sopravvivere a tutti i costi. Clarke tortura un prigioniero per estorcergli informazioni, e ordina perfino la morte di uno dei cento sopravvissuti.

Insomma, Clarke è un personaggio dotato di pregi e difetti. È prima di tutto un personaggio e poi una donna, la chiave è questa. E non è una cosa da poco, in un mondo, quello dell’intrattenimento per giovani adulti, in cui l’eroina è in genere l’emblema della purezza e della virtù e, nei rari casi in cui è dotata di difetti, questi servono solo a renderla adorabilmente imperfetta.

Ora, io non so se la Clarke di The 100 versione telefilmica abbia molto a che spartire con la Clarke della versione cartacea, ma intratteniamo per un attimo l’ipotesi che i due personaggi siano identici, è Clarke un rinoceronte bianco, unico o rarissimo nel suo essere un personaggio femminile credibile e realistico?

Sorprendentemente la risposta è no. È vero che, se guardiamo alla narrativa per giovani lettori, mirata specialmente a un pubblico di ragazze, la maggioranza delle protagoniste femminili fa cadere le braccia. È vero. Ma ci sono anche svariate eccezioni. Lyra Belacqua di La bussola d’oro, Hermione Granger di Harry Potter (anche se il protagonista e punto focale della storia rimane sempre Harry), e soprattutto, Katniss Everdeen, che penso sia la ragazza immagine della categoria, assieme all’esercito delle sue cloni, generate dopo il successo planetario di Hunger Games.

Questo per dire, anche in un campo minato come la letteratura per young adult ci sono degli eccellenti esempi di protagoniste femminili.

E allora perché spopolano romanzi del cazzo con protagoniste del cazzo stile Obsidian? Un romanzo talmente orribile che perfino io, IO che bloggo di romanzi orribili ho dovuto rinunciare a leggerlo e recensirlo tanto mi faceva schifo? O perché, dall’altra parte, esiste gente come Francesco Falconi che, in Muses, è convinto di aver creato un personaggio femminile forte e indipendente, quando invece ha solo creato una ribellina del cazzo, banalizzando per altro stupro e violenza famigliare, riducendoli a mezzi per giustificare la ribellinità della sua protagonista del cazzo? (Sì, Muses di Francesco Falconi mi ha fatto lo stesso effetto di Obsidian, ma dopo averne lette molte meno pagine, direi che i complimenti sono d’obbligo.)

Mi fa strano che, in un mondo letterario come quello del fantasy in cui pare che il reato peggiore immaginabile sia quello non non rappresentare equamente uomini e donne nei romanzi e le accuse di sessismo rivolte dalla critica femminista a scrittori di sesso maschile sono all’ordine del giorno, ecco, mi fa strano che in un mondo del genere si vendano un fottio di paranormal romance. Ma proprio tanti, eh. Romanzi in cui l’unico obiettivo della protagonista femminile è quello di essere un premio per il protagonista maschile. E invece se nel nuovo Star Wars la proporzione personaggi maschili/femminili non è 1:1 allora scatta l’insurrezione popolare e il boicottaggio (protesta che, a mio avviso, riduce anch’essa il personaggio femminile a mero oggetto, e pertanto è sullo stesso livello del paranormal romance con la giovane palpitante in cerca d’amore vampiresco, ma tant’è).

E, dall’altra parte dello spettro, mi fa altrettanto strano che molti scrittori – qui, c’è da dirlo, prevalentemente uomini – utilizzino davvero la regola aurea di poco prima, per cui un personaggio femminile credibile è un personaggio scritto al maschile e a cui poi sono stati cambiati i pronomi. C’è ad esempio la convinzione che un personaggio femminile, per essere forte, debba essere o ipersessualizzato, oppure fisicamente forte. Ma in realtà una donna forte e indipendente può essere un guerriero senza tuttavia indossare mai un’armatura o maneggiare una spada. È un’errata concezione quella secondo cui donna forte uguale donna fisicamente forte. Brienne di Tarth, che tutti conosciamo da Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, non è una donna forte a causa della sua possanza fisica, ma in virtù di ciò che è disposta a fare, ad esempio, per mantenere la parola data e, quindi, conservare il suo onore.

D’altro canto posso mettermi benissimo nei panni di uno scrittore penemunito che commette un errore del genere. Del resto viene più facile scrivere ciò con cui si ha famigliarità, e non per tutti è facile immedesimarsi in una donna. Non tutti gli scrittori di genere hanno la sensibilità di Stephen King, è un dato di fatto. È per questo che, nel mio piccolo, tutti i miei protagonisti sono uomini. Mi viene più facile. Probabilmente quando pubblicherò un racconto (o un romanzo, perché porre limiti alla fantasia) con un protagonista donna, verrò aspramente cazziato.

Ma se posso scusare un uomo per non riuscire a immedesimarsi in una donna – pur essendo la scrittura anche esercizio di immedesimazione – non posso fare altrettanto per una scrittrice donna che scrive personaggi femminili deboli e che pur essendo protagoniste della loro stessa storia, alla fine della fiera sono solo dei premi per il personaggio maschile.

E questo anche se le struggenti storie d’amore paranormale sono letture da cesso e non romanzi che vanno presi sul serio.