Brandon Sanderson è un altro di quelle macchinette sfornalibri stile Daniel Abraham che mi fanno un’impressione indicibile nonostante io sia cresciuto a pane e libri a cadenza annuale di Stephen King.

L’anno scorso, ad esempio, Sanderson se n’è uscito con Memoria di luce, l’ultimo volume della Ruota del Tempo, cominciata da Robert Jordan e continuata da Sanderson dopo la sua scomparsa. Memoria di luce conta 912 pagine nell’edizione originale per un totale di 353.906 parole. Ma non solo. Nello stesso anno, Sanderson ha anche cacciato fuori il romanzo per giovani lettori Steelheart, 386 misere paginette. E The Rithmatist, 374 pagine. E Infinity Blade: Redemption, che rientra tra i lavori brevi di Sanderson e conta solo 200 pagine. E il racconto breve Mitosis, 35 pagine. E il racconto River of Souls per l’antologia Unfettered curata da Shawn Speakman. E il racconto Shadows for Silence in the Forests of Hell per l’antologia Dangerous Women curata da George R.R. Martin.

Per darvi un’idea.

Io era da un po’ che volevo leggere qualcosa di Sanderson, ma in tutta franchezza Mistborn, la sua serie più famosa, non mi ispirava granché. Ho scelto di partire dalle Cronache della Folgoluce, invece, per due semplici motivi. Primo è una serie lunga, dieci volumi pianificati, due scritti e uno in lavorazione, e si prospetta sufficientemente epico. Secondo, i libri sono consistenti (per ora superano entrambi le mille pagine) ma usciranno a uno-due anni di distanza l’uno dall’altro perché Sanderson ha altre duecento serie da gestire, cosa che, sempre ammesso che non decida di mollare la serie al volume due (cosa che faccio spesso), mi darà un po’ di respiro tra un libro e l’altro.

Tra l’altro, non so se vi ricordate, ma La via dei re è abbastanza famosino anche da noi perché la Fanucci l’aveva venduto alla cifra sfacciata di trenta Euro. Parleremo anche della Fanucci e dell’edizione italiana, ma solo un pochino, e più tardi.

Per adesso concentriamoci sul romanzo.

La scheda del libro

The Way of Kings. The Stormlight Archives #1 di Brandon Sanderson
Pubblicato in Italia da Fanucci, in USA da Tor Books
Anno 2010
1146 pagine
Il libro su Amazon

Che cosa succede

La via dei re è il vostro fantasy standard post Tolkeniano, solo ambientato in un mondo alternativo che sembra il risultato da un trip da acido. Oltre a esserci il solito continente con i soliti X regni abitati da civiltà più o meno umane o umanoidi, la caratteristica fondamentale di Roshar, il mondo delle Cronache della Folgoluce, è la presenza di altempeste, ossia forti uragani che spazzano la terra con cadenza periodica. Inoltre, a contribuire al senso di allucinazione da sostanza stupefacente, il mondo è disseminato da spren, creature simili a fate che compaiono in presenza di forti emozioni o stati d’animo (spren del dolore, spren dell’orgoglio), o di fenomeni naturali (spren del vento).

Il romanzo segue le vicende di tre principali punti di vista, Kaladin, Dalinar e Shallan, introducendone però anche altri nel corso dei capitoli e durante il prologo e gli interludi sparsi qua e là.

Tutto si apre con l’assassino Szeth-figlio-figlio-Vallano, assassino shin mandato a uccidere re Gavilar di Aletkhar. Dell’omicidio vengono incolpati i Parshendi, popolazione con il quale re Gavilar stava stringendo accordi di pace, e sull’onda della retribuzione si scatena una lunga e costosa guerra tra i luminobili di Aletkhar e i Parshendi che si combatte sullo sfondo delle Pianure Infrante.

Kaladin è un giovane popolano di Aletkhar addestrato come chirurgo, con un passato da soldato e un presente da schiavo. All’inizio del romanzo viene venduto all’esercito del luminobile Sadeas e viene assegnato al Ponte Quattro, una delle tante squadre di pontieri incaricati di precedere l’avanguardia dell’esercito durante le sortite per trasportare e sistemare i ponti da disporre tra i crepacci delle Pianure Infrante, di modo da consentire i passaggi delle armate. Kaladin comprende ben presto che i pontieri altro non sono che carne da macello, e a lui, piegato nel corpo e nella mente, sta bene così. Tuttavia, man mano che il suo rapporto con gli altri membri del Ponte Quattro si fa più profondo, i vecchi istinti, quello militare e quello di sopravvivenza, tornano a farsi sentire.

Dalinar è un luminobile di Aletkhar, fratello del defunto re Gavilar, zio dell’attuale sovrano e, insieme a Sadeas, uno dei suoi più fidati consiglieri. Ma è anche un uomo che teme di stare diventando pazzo. Ogni volta che un’altempesta spazza le Pianure Infrante, infatti, Dalinar ha delle violente crisi che gli causano delle misteriose visioni. A ciò va ad aggiungersi che qualcuno sta cercando di assassinare il re proprio come era accaduto con suo padre, e non solo Dalinar non sembra essere in grado di fare luce sulla cospirazione, ma finisce anche nella lista dei sospettati.

Shallan, dall’altra parte del continente, è una giovane nobile minore con velleità artistiche e scarsa abilità di porre un filtro tra ciò che pensa e ciò che dice. Raggiunta la città di Kharbranth, Shallan si reca dalla luminobile Jasnah, sorella del re degli Alethi e nipote di Dalinar, una rinomata studiosa, con l’obiettivo di diventare una sua apprendista. In realtà il suo è tutto un piano escogitato per salvare le terre della sua famiglia dai debiti contratti da suo padre. Un piano che tuttavia Shallan, affascinata da Jasnah e dalle sue ricerche, esita a mettere in atto.

Che cosa ne penso

La via dei re è un libro lungo. Molto lungo. Pure troppo, direbbe qualcuno. Se le 1146 pagine che il romanzo conta fossero anni, La via dei re durerebbe dalla nascita dell’Impero Romano allinizio della Seconda Crociata. E se all’inizio la questione lunghezza non pesa, perché va a beneficio sia della caratterizzazione dei personaggi sia dell’ambientazione, arrivati alla metà del romanzo comincia a farsi sentire e, ogni volta che ci si trova davanti all’ennesimo capitolo di centordici pagine, si comincia a mormorare Sanderson per favore taglia.

La lunghezza di un romanzo non è un problema. Il problema è la prolissità, e La via dei re è prolisso. Eliminando il novanta percento dei flashback di Kaladin e tagliando qua e la le lunghe fumose discussioni filosofiche che impegnano sia Shallan che Dalinar, descrivendo ex post qualcuna delle battaglie cui partecipa il Ponte Quattro, il libro sarebbe stato senza dubbio più digeribile, senza perdere molto in materia di contenuti.

Per il resto, La via dei re non è un romanzo fantasy particolarmente innovativo, ma alla fine della fiera è comunque una lettura piacevole. Non direi che scorre perché, no, non scorre, però per lo meno si fa leggere senza mai ammazzarti di noia. Diciamo che, per come vanno i fantasy di stampo classico, La via dei re è situato un gradino sopra alle novellizzazioni di Dungeons & Dragons (inclusi nella categoria sono tutti quei romanzi che sono palesemente resoconti di campagne DnD che l’autore ha giocato assieme ai suoi amici), e il genere di fantasy classico che a me piace senza se e senza ma (The Dragon’s Path di Daniel Abraham, ad esempio).

Con un cast così vasto, pure all’interno di un ristretto numero di punti di vista, è difficile e per certi versi anche ingiusto dare un giudizio complessivo sui personaggi. Alcuni mi sono piaciuti, altri per niente, altri mi hanno perfino fatto interrogare la competenza di Sanderson. Su Dalinar non ho nulla di negativo da dire. Non l’ho amato, ma non l’ho nemmeno odiato. Ho apprezzato alcune delle scene che l’hanno visto protagonista (i tentativi di unire i luminobili in un unico esercito, il rapporto con i suoi due figli, la badassosità generale in battaglia e durante l’epilogo della sua vicenda), un po’ meno altre (gli intrecci amorosi con la cognata). Tra tutti il personaggio che mi ha davvero colpito è l’assassino Szeth, così potente eppure costretto ad asservirsi completamente di volta in volta a un padrone differente. Peccato che a lui siano riservati solo una manciata di capitoli, anche se pare che in uno dei prossimi volumi della serie sarà lui a fare la parte del leone.

Viceversa, Kaladin e Shallan non mi hanno convinto del tutto. Shallan ha una ridicola tendenza a battibeccare con frasi che dovrebbero essere ironiche ma non farebbero ridere nemmeno chi va a guardare i film di Checco Zalone.

Ad esempio, proprio all’inizio della sua storia, quando Shallan raggiunge Kharbranth dopo un lungo viaggio via nave:

Il capitano sorrise, con quelle sopracciglia che parevano strisce di luce emanate dai suoi occhi. «Dev’essere il vostro bel viso ad averci portato questo vento favorevole. I ventospren stessi sono stati ammaliati da voi, Luminosità Shallan, e ci hanno condotto qui!»
[…]
«Bene» disse Shallan al capitano, arrossendo ma ancora desiderosa di parlare. «Stavo solo pensando questo. Voi dite che la mia bellezza ha indotto i venti a portarci a Kharbanth con rapidità. Ma questo non implicherebbe forse che negli altri viaggi dovremmo incolpare la mia mancanza di bellezza per essere giunti tardi?»

«Be’… ehm…»
«Dunque, in realtà,» proseguì Shallan «in realtà mi state dicendo che sono bella precisamente un sesto del tempo.»

«Sciocchezze! Signorinetta, siete simile a un’alba mattutina!»
«Simile a un’alba? Con questo intendete troppo cremisi» diede un piccolo strattone ai suoi lunghi capelli rossi «e destinata a far brontolare gli uomini quando mi vedono?»

Lui rise, e diversi altri marinai nelle vicinanze si unirono a quell’ilarità. «D’accordo allora,» disse il capitano Tozbeck «voi siete simile a un fiore.»
Shallan fece una smorfia. «Sono allergica ai fiori.»

Oh, per l’amor di dio, tappati quella bocca.

Vedete che intendo? E questa… cosa che tutto è fuorché arguzia va avanti per parecchio. Senza migliorare. Sanderson lo sa che è irritante, perché che Shallan apra la bocca senza filtrare i propri pensieri è trattato come un suo difetto, ma ciò non significa che farmi accapponare la pelle ogni volta che Shallan fa una battuta che si dovrebbe supporre ironica e sfacciata sia consentito.

E poi Kaladin. Oh, Kaladin. Diciamo solo che potremmo anche chiamarlo Kaladin Stu. Esatto.

Kaladin ha diciannove anni e lunghi capelli neri riccioluti. Kaladin è un esperto combattente, un chirurgo più che competente e un buon comandante. Kaladin non abbandona mai i feriti in battaglia, anche a costo di disobbedire agli ordini dei suoi superiori. Kaladin prende una squadra di pontieri senza speranza e li trasforma in una vera e propria leggenda vivente. Kaladin sopravvive a un’altempesta. Kaladin è il fottuto predestinato. Tempo uno o due libri e Kaladin si attrezzerà per camminare sulle acque e moltiplicare pani e pesci.

All’inizio del romanzo, Kaladin sembrava un eroe tragico. Era uno schiavo e tutti quelli che conosceva sono morti. Poi, quasi come se Sanderson si fosse sparato 10cc di retard, Kaladin sboccia in un vero e proprio Gary Stu. Con tutta la struggenza del caso. Già perché nonostante Kaladin sappia fare tutto meglio di chiunque altro, i soldati occhichiari (ossia di casta elevata) lo odiano e gliene combinano una dietro l’altra. Il Ponte Quattro salta la cena. Il Ponte Quattro viene mandato a raccogliere oggetti di valore nei crepacci delle Pianure Infrante anziché a pulire latrine. Il Ponte Quattro viene assegnato perennemente alla raccolta di oggetti nei crepacci. Il Ponte Quattro viene messo di fisso alla testa dell’esercito, dove le frecce parshendi colpiscono con maggiore intensità. Oh povero Ponte Quattro. Oh povero Kaladin.

A ciò si vanno ad aggiungere i flashback di cui ho parlato prima. Che rendono la storia di Kaladin ancora più struggente e patetica. E lui ancora più insopportabile.

A prescindere dalle lacune in alcuni dei personaggi, Sanderson si riconferma un autore dalla potente immaginazione, se non altro per la creatività con la quale è delineato il mondo di Roshar. Il concetto di un luogo costantemente spazzato da tempeste simili a uragani in cui la vegetazione stessa si evoluta per convivere con essi è senza dubbio affascinante. Anche nelle piccole cose Sanderson mostra di avere un talento per il world building. Mi è ad esempio rimasta impressa quella religione, menzionata en passant durante un capitolo d’interludio, in cui esistono due divinità, una reale e l’altra fasulla ma potente, e i credenti devono esternare la loro fede nella divinità fasulla per darle una sorta di contentino e non suscitare la sua ira, mentre in privato venerano l’altra divinità.

Ciò detto, ho trovato per lo meno due cose che mi hanno fatto storcere il naso.

Nella cultura Aletkhar vi è una netta demarcazione tra uomini e donne. Gli uomini sono votati alla guerra e alla disciplina militare, e governano la nazione, mentre le donne sono depositarie della cultura, e sono le uniche in grado di leggere e scrivere. Non di rado un nobile affida tutta la sua corrispondenza, anche quella più riservata, all’abilità delle sue scrivane. Trovo tutto ciò abbastanza stupido. Non fosse altro che un re non è semplicemente uno che marcia in battaglia alla testa del suo esercito. Un re è ha la responsabilità di un’intera nazione, ed essa non si limita alla sola politica militare. Come è possibile avere un regno stabile con un sovrano che non scrive e non legge? Come ci si regola con gli altri aspetti della vita statale che non dipendono dalla guerra?

Poi abbiamo il sistema magico.

Sanderson è anche noto per le sue tre leggi, la prima delle quali riguarda proprio la magia:

La capacità dell’autore di risolvere in modo soddisfacente i conflitti fra personaggi tramite la magia è direttamente proporzionale al modo in cui il lettore è messo in grado di comprendere il funzionamento della suddetta magia nel contesto della narrazione.

In pratica Sanderson classifica i sistemi magici in uno spettro che va dalla hard magic alla soft magic, dove l’hard magic è un tipo di magia le cui caratteristiche sono ben definite e la soft magic un tipo di magia dai confini più fumosi. Mentre la soft magic è più spettacolare e fornisce al lettore un maggiore sense of wonder, ma d’altro canto si presta a risoluzioni tramite deus ex machina, l’hard magic, essendo meglio regolata, rende i conflitti più chiaramente risolvibili e quindi la lettura più comprensibile.

Ora, c’è chi preferisce un tipo e chi l’altro. Brandon Sandrson chiaramente ha un occhio di riguardo per l’hard magic, perché tutto ciò che riguarda anche vagamente magia e superstizione e spiegato nei minimi dettagli. Per il sottoscritto, tuttavia, il sistema magico creato da Sanderson per Le cronache della Folgoluce suona estremamente nozionistico, burocratico e, in ultima analisi, noioso. Come se avesse succhiato via tutto il divertimento. Ci sono le Stratolame, le Stratopiastre, gli Animutanti, questo questo e quest’altro. E badate, Stratolame, Stratopiastre, Animutanti e compagnia sono congegni magici estremamente fighi, ma per come li presenta Sanderson suonano eccitanti come fare la coda alla posta.

In conclusione

Per come gira il fantasy, La via dei re non è un romanzo malvagio. Ha i suoi buoni momenti, una buona ambientazione e svariate scene interessanti, ma anche parecchi punti deboli.

I personaggi avrebbero potuto essere un ciccino meglio architettati, a partire da Kaladin, protagonista principale del romanzo, la cui garystuaggine prende pian piano il sopravvento sull’eroe tragico che avrebbe potuto (e dovuto) essere, fino a Shallan, il cui tratto fondamentale di personalità è trattato in maniera amatoriale e quasi imbarazzante. C’è un solo personaggio che mi è piaciuto senza se e senza ma, Szeth, ma lo si vede solo in una sparuta manciata di capitoli ed è poco influente a livello di trama, per lo meno per ora.

Al di là di qualche piccolo difetto, il mondo in cui il romanzo è ambientato una visita la vale. Sanderson ha una buona vena creativa e il dettaglio con cui parecchi aspetti dell’ambientazione sono delineati è ammirevole.

Non sono al cento percento convinto che La via dei re possa definirsi una buona partenza per una serie ambiziosa come Le cronache della Folgoluce pare vogliano essere. Senza dubbio mette abbastanza carne al fuoco e gli eventi dall’inizio alla fine del romanzo sono mutati a sufficienza per giustificare la lettura del seguito. Ma resta pur sempre un libro che, per tutta l’acclamazione popolare che gli ho sentito rivolgere, si è comunque rivelato meno di ciò che mi aspettassi.

Tuttavia, se ho tenuto duro e proseguito la lettura per più di un mese – io che non ritengo sia un crimine abbandonare un brutto libro, anzi tutt’altro – un motivo ci deve essere.

Uh, a momenti mi dimenticavo di lamentarmi dell’edizione italiana. Che abbonda di pronomi dimostrativi a discapito della scorrevolezza del testo. E che costava trenta Euro. Trenta Euro per un romanzo. Suvvia…

Voto finale