Quando ho sottoscritto l’abbonamento a Fastweb c’è stato un disguido tecnico – in pratica, stando ai loro archivi, il mio nuovo indirizzo di casa non esisteva – che ha fatto sì che restassi trenta giorni senza internet. Ma proprio senza senza, una situazione da anni Novanta (i miei anni novanta, per lo meno). Trenta giorni che andavano da metà ottobre a metà novembre.

Ora, novembre è il mese più temuto da ogni scrittore, perché è quello in cui si svolge il NaNoWriMo, ossia la maratona scrittevole il cui obiettivo è portare a termine un romanzo di almeno 50k parole nell’arco di trenta giorni.

Non avendo niente di meglio da fare – niente internet, ricordate? – ho deciso di partecipare anch’io al NaNoWriMo. E ho scritto. E ho scritto. E ho scritto. A testa china, per tredici giorni. Ventiquattromilacentosessantanove parole.

Poi, il quattordicesimo giorno, Egli è arrivato.

No, non Gesù. Internet.

Il mio wordcount è precipitato a zero. E tale è rimasto fino alla fine del NaNoWriMo.

Non mi ricordo quale scrittore – ma forse era quel gran simpaticone di Franzen – diceva che è impossibile scrivere un romanzo su un computer con una connessione a internet. E a mio avviso è terribilmente vero. Internet è un buco nero che risucchia l’attenzione, specie per chi, come me – e probabilmente quel gran simpaticone di Franzen – ha lo span di attenzione di un pesce rosso.

Non è dello stesso avviso Cory Doctorow (verrà il giorno in cui io e Doctrow ci ritroveremo d’accordo su qualcosa, ma non è questo), che in un articolo per Locus Magazine, Writing in the Age of Distraction, scrive che internet non è l’acerrimo nemico degli scrittori con lo span di attenzione di un pesce rosso, e ci sono altri accorgimenti che si possono utilizzare per bilanciarsi tra scrittura e distrazioni.

Ovvero:

  • Sessioni di lavoro brevi e regolari.
  • Fermarsi una volta raggiunto esattamente il quantitativo di parole desiderato, anche se si è a metà frase, soprattutto se si è a metà frase, per avere un punto da cui ripartire il giorno dopo.
  • Non fare ricerca mentre si scrive.
  • Niente feng shui dello scrittore, è una perdita di tempo.
  • Utilizzare un word processor antidistrazione.
  • Spegnere tutti i device di comunicazione.

Ora, come tutte le liste di consigli di scrittura, alcuni sono buoni (word processor antidistrazione, fare ricerca prima o dopo, mai durante), alcuni ovvi (mettere in muto il cellulare e spegnere Skype), altri che mi sembrano controproducenti (troncare a metà una frase solo perché ho scritto 800 parole, col rischio di dimenticarmi che cosa volevo dire l’indomani).

Del canto mio, ammetto che non sono la persona più indicata a dare consigli di scrittura. Non sono come Doctorow o altri scrittori che sfornano un romanzo all’anno, il novanta percento di quello che ho scritto non è stato pubblicato, e dubito mai lo sarà, ma sono un esperto per quanto riguarda lo span di attenzione da pesce rosso. Mi sforzo di scrivere un po’ tutti i giorni (romanzi e racconti, le 1300 parole di questo post non contano, ad esempio) e non sempre ce la faccio. Ci sono tuttavia delle volte in cui, seguendo alcuni accorgimenti, riesco a scrivere anche tremila parole al giorno. Che non so voi, ma per me sono tante.

Il primo consiglio – alla faccia di Doctorow – è proprio quello di staccare internet. E intendo proprio fisicamente. Non basta chiudere il browser e far finta che la linea non ci sia. Non basta nemmeno spegnere il wi-fi dal modem o dal portatile. Ciò che con me funziona – e, sì, sentitevi liberi di ridere o scuotere la testa sconsolati, come volete – è staccare fisicamente il modem, chiuderlo a chiave in cantina e andare a riprenderlo solo una volta raggiunto un quantitativo di parole che reputo sufficiente. Non lo faccio sempre – soprattutto perché pare sia sconveniente andare in giro per il condominio in pigiama e/o mutande – ma quelle poche volte che lo faccio ottengo il risultato che mi ero prefissato.

Senza internet viene anche facile non interrompere la scrittura per fare delle ricerche. Ogni tanto, lavorando sul fantasy, devo fermarmi perché mi sono dimenticato come si chiama questo o quel capo di abbigliamento, o questa o quella parte della spada, o questo o quel piatto medievale. Il che mi porta ad andare su Wikipedia (inglese, perché sull’italiana c’è poco e quel poco che c’è è fatto col culo) cercare il nome dell’abito, cibo o arma che mi serviva e poi gugolare finché non trovo una traduzione italiana soddisfacente. Se invece di questa trafila mi limitassi a scrivere XXX e rimandassi le ricerche a dopo la sessione di scrittura, non perderei il filo di ciò che sto scrivendo. Ma nemmeno non avere internet attaccato è una garanzia di successo – e lo sa bene chi ogni tanto riceve i miei sms con domande quali Uptown Girl è di Billy Joel o Billy Idol?. Storia vera.

Un’altra cosa che faccio, più spesso di quanto mi piaccia ammettere, in realtà, è, nei momenti di maretta, staccarmi dal computer e mettermi a camminare. Che fa anche bene agli occhi, tra parentesi. Mentre cammino parlo da solo raccontandomi quello che devo scrivere dal punto di vista del personaggio di cui sto scrivendo. Lo so che sembra idiota, ma, credetemi, aiuta.

Anche il word processor che si usa può fare la differenza. Quasi tutti i word processor di base sono dotati di una funzione che consente di visualizzare solo la pagina su cui si sta scrivendo, senza la miriade di menu e icone tutt’intorno. Con Open Office Writer, ad esempio, basta andare in Visualizza → Schermo Intero o, in alternativa, schiacciare Ctrl+Shift+J. Ma ci sono anche svariati word processor che sono stati concepiti con una funzione antidistrazione in mente. Una volta ne avevo provato uno che ricordava i computer in Fallout, di cui però non ricordo il nome. Adesso uso Focus Writer, che è gratuito e ha un’interfaccia comodissima da utilizzare e che non si può ridurre a icona a meno di non altabbarrlo.

Trattare la scrittura come un lavoro sarebbe l’ideale, ma non è sempre possibile, per ovvi motivi. Ma prendere la regolarità e la costanza di un lavoro e ridurla in dimensioni è pur sempre d’aiuto.

Scrivere un numero prefissato di parole al giorno (senza essere anali, nel senso psicologico del termine, come dice Doctorow) aiuta ad avere un obiettivo da portare a termine, e quindi a essere soddisfatti del proprio lavoro, e nello stesso tempo a vedere i risultati di ciò che si è scritto nel lungo periodo. Ottocento parole al giorno, ad esempio, sono abbastanza per sentirsi soddisfatti e avere la prima stesura di un racconto completa in dodici-tredici giorni di lavoro.

Anche la competizione può aiutare a scrivere di più. Competizione contro sé stessi o contro altri. Ad esempio, uh, ho appena scritto cinquecento parole, vediamo se riesco ad arrivare a ottocento; uh, sono arrivato a ottocento, vediamo se tocco le mille. Oppure ogni tanto mando un messaggio a qualche amyketto scrittevole bullandomi delle parole appena scritte, e in genere ne ricevo in cambio l’informazione che il succitato amyketto scrittevole ha scritto il doppio di me (e pure fatto il bucato, pulito casa e salvato l’umanità dall’invasione dei gamberi-mantide alieni) e questo non può che spingere il mio ego a ordinarmi di andare avanti a scrivere. Perché, certo, chiunque può fare il bucato, pulire casa e salvare l’umanità dall’invasione dei gamberi-mantide alieni, ma scrivere più parole di me? Giammai.

Credetemi, i consigli qui sopra sono tutti più che valevoli. Il fatto che provengano da qualcuno che è infinitamente pigro e che di rado porta a termine ciò che comincia (ehi, questo post l’ho finito però) non deve essere da deterrente alla loro validità. Facciamo che è il tipico caso di fate ciò che dico non quello che faccio all’italiana, occhei?