Un giorno ti piacciono gli horror, quelli con i mostri Universal, gli zombie e altre creature soprannaturali. Poi maturi quel tanto che basta. I mostri Universal, gli zombie e altre creature soprannaturali ti piacciono ancora, ma a essi vanno ad affiancarsi anche altri orrori.

Morte, solitudine, incertezza, alienazione. Non hanno le zanne di un vampiro o l’incedere lento e inesorabile di uno zombie, ma fanno indubbiamente paura.

I due racconti brevi di cui voglio parlare in questo post sono storie dell’orrore in cui tutta via il soprannaturale non fa la benché minima comparsa. Per utilizzare una definizione comune ma di cui personalmente non sono fan, sono due storie di orrore quotidiano.

Joyce Carol Oates è una delle più famose e prolifiche scrittrici statunitensi. Ha vinto o è stata nominata ai maggiori premi letterari, dal Pulitzer al National Book Award, ma ha anche scritto e pubblicato con successo storie horror e fantasy.

Dove stai andando, dove sei stata? (in originale Where are you going, where have you been? titolo ispirato al testo di una canzone di Bob Dylan) è forse il racconto più famoso della Oates. Scritto nel 1966, è ispirato al serial killer Charles Schmidt, di cui la Oates era venuta a conoscenza tramite un articolo di giornale.

Dove stai andando, dove sei stata? è la storia di Connie, una quindicenne disinibita ai ferri corti con la madre. Una sera, mentre è di nascosto fuori a cena con un ragazzo, Connie nota un altro ragazzo al volante di una decappottabile dorata. Anche il ragazzo della decappottabile dorata si accorge di lei, e le rivolge un commento vagamente allusivo.

I problemi cominciano quando, una domenica d’estate, i genitori di Connie la lasciano da sola a casa, e il ragazzo della decappottabile dorata fa il suo ritorno. Questa volta, però, non si limita a fare commenti su Connie, ma vuole direttamente che lei esca di casa e venga a fare un giro in auto con lui e il suo amico Ellie.

Da quel momento in poi, il tono e l’atmosfera della storia subiscono un brusco cambiamento. L’alone ribelle che circondava Connie sparisce e a esso subentra un senso di ineluttabile pericolo. Il ragazzo della decappottabile dorata è una minaccia, e Connie lo percepisce con assoluta chiarezza. Eppure non ne ha la certezza, dopotutto le sta solo chiedendo di venire a fare un giro in auto con lui, una cosa che Connie lo spirito libero avrà senz’altro già fatto più di una volta.

L’abilità di Joyce Carol Oates, e la ragione per cui questo racconto breve è così famoso, è proprio quella di saper infondere nel lettore un senso di minaccia incombente e soffocante utilizzando soltanto il dialogo e il punto di vista limitato di Connie. E si tratta di una storia dell’orrore anche se di orrore vero e proprio (ossia soprannaturale) non ve ne è affatto.

Vale, in Dove stai andando, dove sei stata?, la famosissima “legge” di Lovecraft, per il quale “la paura più grande è quella dell’ignoto” (l’incipit di L’orrore soprannaturale nella letteratura, per intenderci). Solo che qui l’ignoto non è cosmico, come nelle storie di HPL, ma relativo al futuro del protagonista e unico punto di vista della storia.

Dove stai andando, dove sei stata? ha svariate interpretazioni, alcune sono riletture femministe o anti-femministe della storia di Connie, altre la inquadrano come una spietata critica dell’America degli anni Sessanta. Ma, al di là di tutti i significati reconditi in mutua contraddizione che è possibile appiccicarci, il racconto di Joyce Carol Oates resta pur sempre (e soprattutto) una storia dell’orrore.

Meno famoso della Oates è William Gay, esponente di quel Southern Gothic di William Faulkner, Truman Capote, Harper Lee, Cormac McCarthy e, soprattutto, Flannery O’Connor, e autore di The Paperhanger. Scrittore sin dall’età di quindici anni, ma la cui prima pubblicazione risale al 1998, William Gay è stato autore di tre romanzi e due raccolte di racconti. The Paperhanger è contenuto in una di queste, I Hate to See That Evening Sun Go Down.

La storia di The Paperhanger ruota intorno alla sparizione di una bambina e sulle conseguenze che l’evento ha sul matrimonio e poi sulle vite stesse dei suoi genitori, un dottore pachistano e sua moglie. Ma è anche la storia di un miracolo messo in scena dal tappezziere da cui il racconto prende il titolo, che era presente in casa del medico pachistano il giorno della scomparsa della bambina.

La prosa di William Gay è raffinata senza essere opulenta e, a differenza della Oates, il tono generale di The Paperhanger è più improntato al macabro e al cinico che non all’angosciante. Ma si tratta soltanto di un altro modo per suscitare orrore descrivendo un evento che potrebbe accadere nella vita quotidiana di un qualsiasi genitore.

La differenza tra, ad esempio, un’apocalisse zombie e quanto descritto in The Paperhanger non sta nell’imprevedibilità dell’evento, né nel gusto del macabro che entrambi gli scenari evocano, bensì nella totale realtà (o, per lo meno, verosimiglianza) dello scenario del racconto di William Gay. Del resto, chiedete a un genitore se teme di più un’apocalisse zombie o la scomparsa del proprio figlio.

In tutto questo, che cosa si può imparare, dal punto di vista dello scrittore più che del lettore, da questa accoppiata di racconti?

Prima di tutto, che non è così difficile inquadrare uno scritto in un genere. Where Are You Going, Where Have You Been? e The Paperhanger sono indubbiamente racconti dell’orrore, eppure sfuggono a una rigida classificazione di genere. In nessuno di essi è presente un elemento soprannaturale che è un po’ la condizione sine qua non dell’horror. Ma non sono neanche thriller, al di là dell’innegabile suspense che li caratterizza entrambi. In un racconto c’è una ragazza che parla con un uomo alla porta (uomo che potrebbe o meno essere una seria minaccia), nell’altro c’è una donna che chiede un miracolo per ritrovare la figlia scomparsa. Non ci sono gli elementi canonici del thriller. E l’assenza di una facile inquadratura di genere, invece di rendere il racconto più appetibile, paradossalmente lo azzoppa. È literary fiction? È horror? È thriller? Ma, soprattutto, in quale categoria lo carico sul Kindle Store? (D’accordo, questo è più un problema mio che di Oates e Gay, ma capite l’antifona.)

C’è da immagazzinare anche una magistrale lezione di stile, perché sia Joyce Carol Oates sia William Gay hanno una magistrale padronanza della parola scritta, seppure in modi diversi da loro. Non è facile generare nel lettore il senso di ansia e incombenza proprio della suspense, eppure entrambi ci riescono egregiamente, nello spazio confinato di un racconto breve per di più.

Ma la lezione più importante che si può portare a casa è che l’orrore non deve essere necessariamente demoni, zombie e vampiri. In other news, il cielo è blu e ad andare sui mezzi pubblici ad agosto c’è puzza di ascelle commosse. Ma questo non significa che demoni, zombie e vampiri abbiano minore dignità letteraria rispetto agli orrori quotidiani di Oates e Gay. Tutt’altro.

Quando ho scritto La visitatrice, ero reduce dalla lettura di La ragazza della porta accanto di Jack Ketchum, quella sì una barbarica storia dell’orrore non soprannaturale (e, ancora peggio, basata su un evento realmente accaduto), ed era la prima volta che scrivevo un racconto che voleva essere horror ma in cui mancava un marcato elemento soprannaturale. Poi sono un po’ tornato sui miei passi e ho aggiunto qualche ombra di non-del-tutto-soprannaturale-ma-decisamente-non-del-tutto-naturale nel finale. E vabbè, ero giovane e inesperto. Sta di fatto che, sempre secondo me (quindi prendetela con le pinze), La visitatrice è ancora il racconto migliore che ho scritto. Proprio perché è un racconto in cui l’orrore si trova nella plausibilità (oddio…) della storia più che nell’ignoto del soprannaturale.

Si tratta di un tipo di horror pretenzioso, perché avvicina il genere alla literary fiction e quindi alla letteratura “seria”? No, direi proprio di no. È soltanto un’altra faccia della stessa medaglia. Anzi, quanti racconti di zombie in cui il morto vivente è utilizzato per rappresentare la deriva morale della società contemporanea, quanti “è l’uomo o la creatura a essere il vero mostro?”, quanti vampiri metafora della sessualità sono stati scritti (e vengono scritti anche mentre state leggendo questo post, cosa ancora più tragica: da autori che magari non hanno idea dell’assoluta banalità di ciò che stanno scrivendo)? E non è forse più pretenzioso servirsi di un mostro Universal per fare da cassa di risonanza a una morale preconfezionata, che non raccontare storie che toccano tangenzialmente la literary fiction, ma sono oneste e fanno del loro meglio per scavare negli abissi dell’animo umano?

Ma, siriusli, certi racconti sono un casino da inserire nelle categorie di Amazon. Mi lamenterei col mio rappresentante sindacale, se ne avessi uno.