Quest’estate avevo scritto un post su The 100 preannunciando che sarebbe stato solo il primo di una serie su i telefilm da guardare nel corso della stagione. Nel post indicavo anche di quale serie avrebbero parlato i potenziali episodi successivi. Poi niente. Non perché sono la persona più pigra del settore 2814 (e lo sono), ma perché, una dopo l’altra, le serie televisive che avevo programmato di guardare quest’estate si sono rivelate, ad andar bene, un sonoro meh e, nella maggioranza dei casi, una vera e propria schifezza.

The Leftovers, una schifezza prugnosa che non vale la pena guardare. The Last Ship, military porn con la Sandra Bullock dei poveri. Extant, carino ma poi mi è passata la voglia. The Strain, idem. Perfino Penny Dreadful, del quale ho visto per intero la prima stagione, è partito alla grande per poi finire in un eh, whatever.

Rendetevi conto, quest’estate mi sono ritrovato a recuperare Arrow (del quale sparlerò più sotto) e Orange Is the New Black (che pensavo fosse Tumblr: La Serie, e in parte lo è stato, ma alla fin della fiera è una gran bella serie, tanto di cappello a Netflix). E grazie a Cthulhu per Tyrant e Project Runway, almeno due cose con cui occupare le serate le ho avute.

Ma ora è settembre e la nuova stagione è cominciata. Ritornano i telefilmini bellini bellini. The Good Wife, Modern Family, The Middle… err… beh, per ora solo loro tre perché il resto comincia più tardi. Ma ci sono anche altri nuovi show, tra i quali una tonnellata di capeshit.

Supereroi – o derivati – provenienti un po’ da tutte le parti. Se la Marvel affiancherà Agent Carter ad Agents of S.H.I.E.L.D., oltre a un buon numero di serie Netfilx (Daredevil, Luke Cage, Jessica Jones, Iron Fist – alcune delle quali di dubbio interesse, a dire il vero, ma staremo a vedere) previste per il 2015, la DC oltre al già avviato Arrow, schiera Flash, Constantine e Gotham.

E proprio di Gotham parliamo qui oggi.

Gotham parla di una città, Gotham City, prima che un noto vigilante mascherato facesse la sua comparsa per combattere il crimine dilagante.

È l’omicidio di Thomas e Martha Wayne a dare il via all’azione, con Jim Gordon, qui non ancora commissario baffuto ma semplice detective dal sopralabbro glabro, che promette al giovane Bruce Wayne che troverà l’assassino dei suoi genitori e farà giustizia. Una promessa che, Gordon scoprirà ben presto, non è poi così semplice da mantenere, perché, mano a mano che le indagini vanno avanti, l’omicidio dei coniugi Wayne sembra sempre meno una rapina finita male e assume sempre più i connotati di qualcosa di losco, le cui radici sono ben piantate nei giochi di potere della criminalità gothamita.

Ora, quando si produce una serie televisiva da un materiale originario tanto amato quanto ben impresso nella coscienza collettiva come Batman, bisogna procedere con i piedi di piombo. Specialmente quando la serie in questione è Batman ma senza Batman. E l’adattamento della Fox, sotto questo aspetto, è un successo solo a metà.

Lasciamo per un attimo perdere il canone. Per due motivi. Il primo è che Batman è nato nel 1939 e che ogni singolo aspetto della sua vita ha subito trecentosessanta retconnessioni. Joe Chill, l’uomo responsabile dell’omicidio dei Wayne, un giorno è un sicario, il giorno dopo è un miniboss locale, e il giorno dopo ancora è semplicemente uno che voleva rubare le perle di Martha Wayne per comprarsi l’alcol. Oswald Cobblepot all’inizio è un generico ladro e poi il membro di una delle più antiche e prominenti famiglie di Gotham. E non si potrebbe parlare di retcon senza menzionare Jason Todd, che però non compare né comparirà nella serie televisiva, quindi lasciamolo da parte.

Il secondo rischio degli adattamenti è che i fan del materiale originario avranno qualcosa da ridire. Anzi, non è neanche un rischio, è una certezza. Se poi si considera che i lettori di fumetti tendono a essere iperprotettivi nei confronti dei loro personaggi e della loro amata continuity – fino a raggiungere il livello di bambini frignoni, in realtà – adattare Batman senza Batman si prospetta una missione tutt’altro che semplice. C’è gente che si lamenterà perché l’incarnazione televisiva di Selina Kyle è più vecchia di Bruce Wayne. O che la detective Montoya era una novellina durante le prime apparizioni di Batman e che qui invece è già una navigata detective della major crimes division. O che le perle della collana di Martha Wayne erano 32 e non 30 come chiaramente mostra la serie televisiva. Insomma, tragedie.

Lo spirito è un bel chissenefrega, siamo un universo a sé stante e facciamo come ci pare. E così è. Non fosse per tre o quattro storture.

Il fatto è che il pilot di Gotham assomiglia a un buffet di personaggi della Batman Family. Solo nel primo episodio vediamo, oltre a Gordon e Bullock, che sono il focus della serie per cui ci sta, Bruce Wayne, Oswald Cobblepot, Edward Nygma, Selina Kyle, e una bambina che, stando a quanto annunciato, dovrebbe essere Pamela Isley (non si chiama Pamela Isley ma la sua casa è piena di piante per cui è senz’altro lei). Edward Nygma compare per dare un’informazione a Gordon e Bullock e fare un sorriso creepy. E gli va anche di lusso, perché Selina Kyle non ha una sola linea di dialogo e le parti in cui compare potrebbero benissimo essere tagliate senza che nulla di valore sia perduto.

Il risultato è che il pilot appare inutilmente affollato. Capisco che tutto ciò è stato fatto per dare allo spettatore un assaggino di quello che c’è da aspettarsi nel corso della stagione, un buffet per l’appunto, ma il risultato finale è un po’ troppo caotico. E con tutto il materiale pubblicitario che è stato fatto girare, introdurre certi personaggi “classici” anche in un secondo tempo sarebbe stato perfettamente fattibile.

Ciò non toglie che ci sono molti altri aspetti di Gotham – la maggioranza, in verità – che mi sono piaciuti e parecchio. Apprezzo, ad esempio, che la serie non si sia sottratta dal mostrare, seppur velatamente, una Gotham simile a quella di Frank Miller in Year One, ossia una città di poliziotti dal grilletto facile dove prima si spara e poi si grida “Fermo, polizia!”. E mi è piaciuta l’atmosfera generale della città, che ha molta più personalità della Gotham di Christoper Nolan – anche se meno della goticissima Gotham di Tim Burton.

Gli attori sono, a mio avviso, un altro punto forte della serie. Garantito che non c’è nessuna performance “da Oscar”, il livello è più che buono. Il Bruce Wayne di David Mazouz dà le paste a Christian Bale, George Clooney e Val Kilmer, e il tipo ha solo tredici anni, per dire.

Ma, come accade anche per il fumetto, i veri gioielli sono i cattivi, qui nelle persone di Oswald Cobblepot, Fish Mooney e Carmine Falcone. Carmine Falcone è il tuo boss mafioso italoamericano di fiducia, solo che qui è interpretato da John Dolman di The Wire, che fa proprio un bel lavoro.

Per Jada Pinkett Smith e Robin Lord Taylor, che vestono rispettivamente i panni di Fish Mooney e Oswald Cobblepot, ho un solo aggettivo: ME-RA-VI-GLIO-SI. Si tra tutti e due fanno a gara di overacting che nemmeno Daenerys Targaryen quando parla valyriano in Game of Thrones, ma è uno spettacolo decisamente da guardare. Entrambi sono esagerati e caricaturali, ma non abbastanza da risultare ridicoli.

Del canto suo, Ben McKenzie è un po’ messo in ombra dai suoi coprimari, non per mancanze sue, ma perché tra Bullock, Cobblepot, Fish Mooney e il macellaio gigante stile Max Max vs. Silent Hill c’è sempre qualcuno a rubargli la scena. Il problema è che Gotham non è una serie corale, Jim Gordon dovrebbe esserne il protagonista, e dice tanto che di lui mi sia rimasta impressa solo la scena in cui è in canotta bianca – e solo perché mi rifiuto di credere che non sia un rimando a Ryan di OC.

In buona sostanza Gotham è il tipo di serie che, fosse uscita quest’estate, vi avrei consigliato senza se e senza ma nella rubrichetta finita a schifio. È un programma che si guarda con piacere, con la giusta atmosfera a metà tra il dark e il divertente – di sicuro meglio del tono che sembra essere stato scelto per l’universo cinematografico democristiano, quella porcheria di Man of Steel in testa – e che, sì, mette un po’ troppa carne al fuoco però nello stesso tempo promette bene.

Per il paragone con Arrow c’è tempo, anche se finora Gotham mi sembra sia partita meglio. Certo, non ci vuole molto a essere meglio di Arrow. Basta non riempire ogni puntata di fottuti flashback dell’isola che mando sempre avanti veloce perché chissenefrega.

Se avessi una lista di desideri per Gotham sarebbe, lo confesso, molto breve. Composta solo di un nome e di una storyline, che vanno pure a braccetto tra loro.

Il nome è Sofia Falcone Gigante, figlia del boss Falcone, e la storyline è Ia singola migliore storyline di Batman ever, ossia Il lungo Halloween. Ora, se Sofia Falcone Gigante è praticamente certo farà almeno una comparsata, del resto suo padre è il main villain della serie, per Il lungo Halloween è un po’ più difficile. Non solo perché è l’origin story di Due Facce, ma anche e soprattutto perché è una storia di e con Batman. E Batman in Gotham non c’è. I fumettari piangeranno lacrime di sdegno, eppure secondo me le possibilità di riadattarla omettendo il cavaliere oscuro (no, non Silvio, Batman) ci sono.

Quindi, per tirare le somme, a me Gotham è piaciuto. La mia conoscenza entry level di Batman, i film e qualche fumetto, mi ha dato una mano a capire chi è cosa, ma suppongo di essermi perso centordici easter egg qua e là. Ma magari è il livello di conoscenza ideale, chissà. Settimana prossima vedremo come andrà con l’episodio due, in cui Selina Kyle parlerà e… MOAR COBBLEPOT!