Con The Widow’s House la serie The Dagger and the Coin di Daniel Abraham è in dirittura d’arrivo verso la sua conclusione, pianificata con il quinto volume, The Spider’s War, previsto per l’anno prossimo. Sempre ammesso che i piani non cambino e che la serie non si allunghi in maniera indefinita.

Anyway, se ricordate, la mia reazione alla scoperta della qui presente serie di Daniel Abraham, amyketto di Giorgino Martin e che dal Cicciopanza con le bretelle è molto influenzato in stile, esecuzione e tematiche, è stata entusiasta. I primi due volumi di D&C erano il genere di fantasy che piace leggere a me, con tanti personaggi, con intrighi sì elaborati, ma non tanto da risultare difficili da seguire, sufficientemente epico ma anche leggero e divertente. Insomma, un’equilibrata via di mezzo tra la campagna di Dungeons and Dragons e i bizantinismi delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. È solo nel volume successivo, The Tyrant’s Law, che ho cominciato a lamentare una certa stanchezza. Trame e personaggi c’erano tutti, ma l’impressione era quella che Abraham li stesse muovendo qua e là per il mondo più per esigenze editoriali che di trama. D’altra parte si tratta di romanzi estremamente formulaici, per lo meno nella struttura – capitoli di tremila parole o poco più (le ho contate), ciascuno che si conclude con un cliffhanger, un colpo di scena o una frase a effetto – e questo perché Abraham è uno che con la scrittura ci mangia e caccia fuori di solito due o tre libri all’anno, in altrettante serie.

Per cui, come andrà con questo quarto agile volumetto, The Widow’s House? Scopriamolo insieme. Cioè, io già lo so, ma è una di quelle frasi fatte a effetto.

Che cosa succede

Due eventi avevano segnato il finale del volume precedente. Da una parte, Cithrin ha dato il due di picche definitivo a Geder Palliako, il che ha reso la guerra di conquista del lord reggente qualcosa di personale, al di là dell’espansione del dominio della Dea Ragno e dei suoi preti. Dall’altra parte, Marcus, Kit e ciò che rimane della sua compagnia di attori, hanno risvegliato dal suo sonno millenario nientemeno che Inys, l’ultimo dei draghi.

Spinto dalla volontà di farla pagare a Cithrin, Geder decide di invadere Briancour, dove Cithrin ha fatto ritorno dopo gli eventi del volume precedente. Nonostante l’apporto dei preti, guidati da Barsahip, abbia finora consentito ad Antea di vincere tutte le battaglie e gli assedi della guerra di conquista, la situazione ora pare abbia subito un rallentamento, perché nemmeno il potere della Dea Ragno può dove, in pratica, manca la grana per finanziare l’esercito. D’altronde questo permette a Marcus di ricongiungersi con Cithrin a Porte Oliva e, insieme a lei (e a Inys, la sua nuova arma segreta), di prepararsi all’attacco dell’esercito imperiale.

Intanto, Clara Kalliam deve bilanciare il proprio desiderio di vendetta con la necessità di proteggere la sua famiglia. E siccome due dei suoi figli, Vicarian e Jorey, sono impegnati nelle prime file dell’imminente guerra contro Briancour, il primo come voce della Dea Ragno e il secondo in qualità di Gran Maresciallo di Antea, nientemeno, bilanciare le due cose non le riesce affatto facile.

Che cosa ne penso

Nelle recensioni precedenti mi pare di aver sempre definito Abraham un mestierante, più che un artista della scrittura. Abraham, come ho già accennato nell’intro, è uno che di scrittura ci mangia, più simile a un impiegato che lavora per una grande azienda che all’idea mitica dello scrittore-artista poco interessato delle cose terrene, stile le deadline e le richieste del suo editore. Abraham pubblica più di un romanzo all’anno, partecipa ad antologie multiautore, sceneggia fumetti e così via. Ora, se devi occuparti di tutte queste cose non puoi dire “scrivo nella mia baita isolata sulle Montagne Rocciose, ascoltando musica classica e bevendo vino rosso, e sempre se e solo se ho l’ispirazione”. Proprio per niente. Quando sei un professionista stile Abraham scrivi tutti i giorni che tu ne abbia voglia o meno. E come fare quando l’ispirazione o la voglia scarseggiano? Ebbene, pare che la soluzione di Daniel Abraham sia quella di aderire a uno schema che, in teoria, dovrebbe semplificargli la stesura di un romanzo.

Ad esempio, sono straconvinto che ogni aspetto della qui presente serie The Dagger and the Coin sia stato pianificato nei minimi dettagli. O quasi. Il che significa che per ogni volume Abraham già sa che succede questo, questo e quest’altro. Sa anche che ogni capitolo inizia così e cosà e finisce con un determinato cliffhanger o una frase a effetto. È tutto preparato, e si vede. Ed è anche questa la debolezza della serie. Perché, come il volume precedente, anche il qui presente The Widow’s House dà l’idea di essere un mezzo filler.

È un libro in cui uno dei personaggi è un fottuto drago millenario che, però, non fa un accidenti di niente dall’inizio alla fine. Nelle prime pagine si limita a volare, incredulo che il suo sonno sia durato così tanto. Poi rivela a Marcus qualcosa sulla Dea Ragno (qualcosa che, comunque, si era già capito nel libro precedente – ora ne abbiamo la certezza). Poi assieme a Marcus e compagnia arriva a Porte Oliva. E tu dici, oh, figo, perché a Porte Oliva sta arrivando anche l’esercito di Antea per assediare la città. Finalmente una battaglia con un drago. E invece no. Inys viene messo k.o. da degli strumenti appositamente preparati da Geder per contrastarlo, e non si tratta nemmeno di una sorpresa, perché essendo Geder uno dei POV principali sapevamo già che stava lavorando agli aggeggi ammazzadraghi. Per cui in pratica siamo nella situazione in cui sono gli umani (in senso lato perché i personaggi della serie non sono tutti umani) a dover salvare il potente drago. Che potrebbe anche essere una interessante sovversione del cliché, se non fosse che, mi ci gioco le scarpe, nel prossimo romanzo ci sarà la scena badassa del drago in battaglia. E allora perché tutto questo casotto? Perché Abraham ha introdotto il drago nel terzo volume con l’intenzione di utilizzarlo nel climax del quinto. Il che significa che in questo volume deve vivacchiare.

Tanto è vero che perfino Cary, una degli attori itineranti, si rende conto dell’inutilità del drago quando dice:

“Calling fire from the air? […] That has to be good for something more than copperweights at a taproom.”
“You mean fighting?” Marcus said.
“For instance,” Cary said.

Clara Calliam, del canto suo, si mette in testa di seguire l’esercito guidato dal figlio fino a Porte Oliva. Ora, Clara è il mio personaggio preferito dell’intera serie. È, penso, il personaggio preferito di chiunque (Geder rimane impresso, ma per Clara si tifa, il che è leggermente diverso). Però a mio avviso anche la sua presenza nel romanzo appare piuttosto forzata. Il suo piano è sempre quello di indebolire Geder. Ok, ma come? Che utilità le dà seguire l’esercito del figlio? Le motivazioni che il libro ci fornisce sono un po’ traballanti. Da una parte Clara vuole evitare di finire di nuovo tra le grinfie dei preti che, essendo in grado di individuare le menzogne, potrebbero facilmente scoprire i suoi piani di vendetta. Ma va considerato che, agli occhi di Geder, la famiglia Kalliam è completamente riabilitata, soprattutto per via dell’amicizia che lo lega a Jory, il più giovane dei figli di Clara. D’altra parte, è Clara stessa a dire nel libro che ha seguito l’esercito perché vuole vedere il momento in cui il potere di Geder, raggiunto il picco massimo, è inevitabilmente destinato a cadere. Che può avere senso a livello psicologico, ma non molto a livello pratico. E a me Clara è sempre sembrata una donna pratica.

E allora perché ha seguito l’esercito? Per esigenze di trama. Se Clara fosse rimasta nella capitale non avrebbe mai incontrato Callon Cane e scoperto il segreto sulla sua identità (segreto che, anche qui, noi lettori già conoscevamo).

E poi c’è una cosa che io, personalmente, faccio un po’ fatica a comprendere (che poi magari sono io che sono tardo, ma vabbè), ossia il motivo per il quale i preti della dea ragno sono considerati “i cattivi”. Voglio dire, a me sembra che, a parte saper determinare chi sta mentendo e chi è sincero e avere un innato odio per i libri e la parola scritta, non siano ‘sta gran minaccia. Non sono la setta dei preti cattivi che si può trovare in qualche campagna di D&D di basso livello. Sono un ordine religioso poi non così differente dalla chiesa cattolica, ad esempio. È semmai Geder che, in nome della fede nella dea ragno – e delle sue fisime personali – dà l’avvio alla guerra di conquista. Eppure i preti sono “i cattivi”, come non manca di sottolineare Inys. Boh. Per dirla con Marcus Wester:

We’ve got a pretty consistent record of killing each other without any spiders being involved.

D’altra parte, tuttavia, va precisato che il romanzo non è comunque brutto o noioso. Il modo in cui Abraham ha l’ha strutturato rende il ritmo di lettura sempre interessante, e consente al lettore di non perdere l’attenzione. Inoltre, si dà qui per la prima volta risalto alla moneta, il Coin che è parte del titolo della serie. Non che prima i magheggi della banca non fossero importanti. Ma ora il denaro viene utilizzato come una vera e propria arma, che è senz’altro uno sviluppo più maturo rispetto al pim-pum-pam-facciamo-guerra-picchiamo-tutti.

In conclusione

The Widow’s House è un romanzo sufficiente. Ha dei pregi, ma non è particolarmente buono, e allo stesso modo ha dei difetti senza essere particolarmente pessimo. Sebbene la storia proceda, e il ritmo narrativo sia come sempre serrato, l’impressione che ne ho avuto è quella di un romanzo ben poco spettacolare. Ora, se nel caso del precedente volume, The Tyrant’s Law, punto di mezzo della serie, poteva anche starci un po’ di filler, in questo caso no, perché dopo The Widow’s House è previsto il finale della serie, e mi aspettavo per lo meno qualche fuoco d’artificio.

Invece gran parte degli eventi e delle situazioni che avrebbero potuto essere spettacolari si risolvono nel proverbiale tanto fumo e niente arrosto. C’è un drago, ma per tutto il romanzo non fa quasi nulla di rilevante e/o spettacolare. Geder passa la metà dei suoi capitoli a fare il musone per il due di picche ricevuto. Marcus, come sempre, si lascia sballottare qua e là dagli eventi. Perfino Clara, il personaggio rivelazione della serie, qui sembra muoversi senza una logica ferrea, come un pezzo impazzito su una scacchiera.

Il tutto è a servizio della trama, lo capisco. Tizio fa così e cosà perché nell’epico climax che (spero) ci riserverà il volume successivo deve succedere questo e quest’altro. Ma tutto ciò ci lascia, per l’appunto, con un romanzo che è sì di lettura agile e immediata, ma di cui purtroppo ricorderemo ben poco una volta concluso. Il che è un gran peccato, perché il mondo e i personaggi creati da Abraham meriterebbero di meglio.

Voto finale