Ed eccoci alla consueta recensione dell’ultimo romanzo di Stephen King, tradizione che si ripete da Notte Buia, Niente Stelle (yep, era il 2010, quattro anni fa). In attesa che Revival arrivi sul mercato italiano (marzo 2015), ho preso in mano Mr. Mercedes.

Devo fare però una piccola confessione: ho comprato e letto Mr. Mercedes più perché si tratta di un romanzo di Stephen King e io di Stephen King leggerei anche la lista della spesa, che per via della trama o di altro. Mr. Mercedes è infatti un thriller in piena regola. E ce lo ricordiamo cos’è successo l’ultima volta che Stephen King ha scritto un thriller? No, perché il risultato è stato Colorado Kid, romanzo breve (o racconto lungo, più che altro) che la stragrande maggioranza dei lettori preferisce far finta non sia mai esistito.

Sarà Mr. Mercedes quel tipo di romanzo di Stephen King? O il re dell’horror riuscirà ancora una volta a stupire tutti quanti dimostrando la propria stoffa di narratore? Non piacciono anche a voi le domande retoriche?

Che cosa succede

Bill Hodges è un poliziotto in pensione grasso e con latenti pensieri suicidi. Un giorno riceve una lettera da parte di un assassino che Bill non è mai riuscito ad assicurare alla giustizia, un uomo che, una mattina, ha rubato una Mercedes e si è andato a schiantare contro le persone in coda alla locale fiera del lavoro, facendo una strage. L’assassino, Bill deduce dal messaggio, non solo lo ha tenuto d’occhio, ma lo invita anche a mettersi in contatto con lui. Il gioco del gatto con il topo diventa ben presto una serrata corsa contro il tempo, con in ballo non più solo l’orgoglio di un poliziotto in pensione, ma la possibilità che Mr. Mercedes colpisca di nuovo.

Che cosa ne penso

A volte, quando Stephen King esce dalla sua comfort zone dell’horror soprannaturale, scrive cose bellissime. Le tre novellette in Stagioni diverse, tre capolavori assoluti, non hanno un briciolo di horror soprannaturale. Misery è più un thriller giocato sulla suspense che un horror. 11/22/63 è un romanzo di fantascienza.

Inoltre, Stephen King se la cava pure a scrivere thriller, a dispetto del già menzionato Colorado Kid. C’era un serial killer già in La Zona Morta. Il già citato Misery non è un procedurale ma era decisamente un thriller. Blaze è un piccolo gioiello di caratterizzazione. Dolores Claiborne è a tutti gli effetti la confessione di un omicidio. Maxicamionista. Perfino Joyland non era malvagio.

Qui, invece, il segno è in parte mancato. Ovvero, Mr. Mercedes è comunque un romanzo scritto bene e ben curato, che dosa i momenti di tensione e suspense combinandoli con quelli di crescita dei personaggi. Ma l’idea di fondo è che ci sia qualcosa che manchi. Non al punto di dire che Stephen King questo romanzo qua l’ha scritto così tanto per, ma di sicuro Mr. Mercedes è una storia meno ispirata rispetto a molte altre. Che poi uno dice, vabbè, con una media di due libri pubblicati all’anno ogni anno, qualche ciofeca ci può anche stare – come del resto si è già visto in passato. Il problema è un altro. Sarà forse per via di tutto quel parlare di computer, social network e cultura pop moderna che si fa nel romanzo, ma per la prima volta leggendo un libro di Stephen King ho avuto l’impressione che a scriverlo fosse un vecchietto che parla di qualcosa al di fuori della sua sfera di conoscenze. Dei “giovani d’oggi”. E non con la spocchia di quel vecchiaccio immusonito che è tutto un “voi giovinastri con la vostra musica pum-pum-pum che ai miei tempi si chiamava rumore” o “fuori dalla mia proprietà, drugat del menga”, ma pur sempre con l’awkwardness che consiste nel sapere che c’è una discreta distanza temporale tra chi scrive e ciò di cui scrive.

In pratica, Stephen King è un vecchio. Il che non è affatto un problema. Il problema nasce invece quando questa vecchiezza traspare al lettore. Ed è la prima volta che mi capita, con Stephen King, per il quale sono sempre stato pronto a sospendere l’incredulità e dire, ok, credo in quello che mi stai raccontando. E dico ciò con la morte nel mio cuore da Fedele Lettore.

C’è anche da notare che Mr. Mercedes non si colloca all’interno dell’immenso universo narrativo degli altri romanzi di Stephen King, visto che a un certo punto si parla della miniserie televisiva di IT, quando invece in altri romanzi – l’ultimo mi pare sia stato 11/22/63 – i fatti di Derry sono parte della realtà. Questo forse è un altro punto per sottolineare la distanza tra il “solito” Stephen King e l’autore di Mr. Mercedes.

Così come è importante sottolineare che un effetto negativo su come scorre la storia ce l’ha anche la traduzione italiana. Vi basti sapere che preferirei piuttosto subirmi lo starnazzare della Lipperini e seguito di altereghi che inevitabilmente contornerebbero una nuova traduzione dei vuminghi, piuttosto che sottopormi a una nuova traduzione di Giovanni Arduino. E non è solo il atto che la resa dell’inglese non fila come dovrebbe e in alcuni punti chi conosce entrambe le lingue non può fare a mano di interrompere la lettura e alzare gli occhi con un “eh?” dipinto a caratteri cubitali in volto. No. La cosa che mi è rimasta qui è quel Diana la Balenga di pagina 58. Perché ovviamente è normale immaginarsi due detective statunitensi usare termini gergali piemontesi, no? È normale come i “santa polenta” dei geni che traducono Lansdale – e che pretendono di aver ricevuto la benedizione dell’autore per l’utilizzo di termini a cazzo.

Ma, al di là di tutto, Mr. Mercedes non è un brutto romanzo. È un thriller che avrebbe potuto benissimo scrivere Michael Connelly, un libretto da leggere sui mezzi senza troppe pretese. I personaggi non sono malvagi e ho apprezzato l’approfondimento nella psiche sia di Bill Hodges che del suo avversario, il criminale noto alle cronache come Mr. Mercedes. C’è qualche coincidenza di comodo che aiuta a fare avanzare il plot, è vero, così come un po’ troppi momenti – specie durante il climax finale – in cui avrei voluto urlare “ma chiama la polizia, no?!”, ma tutto sommato ho gradito sia la parte un pochino più investigativa all’inizio che quella più tesa alla fine. Il fatto resta sempre che certe cose vanno bene in un thriller di Michael Connelly. Da Stephen King pretendo di più.

In conclusione

Mr. Mercedes è un romanzo un po’ inconsueto nella produzione di Stephen King, perché osa troppo poco. È un semplice thriller adagiato sugli allori, con un plot in apparenza solido ma che ogni tanto pecca di eccessiva coincidenzite. I due protagonisti sono solidi, soprattutto per l’attenzione alla caratterizzazione psicologica, ma non risultano del tutto simpatici o gradevoli e King deve spesso affidarsi ai coprimari per coprire queste loro lacune (e per questo ho i miei dubbi sui due sequel già in programma). A ciò va abbinata una discreta fiacchezza nella prosa, non tanto per quanto riguarda la qualità – a scrivere è pur sempre Stephen King – ma più che altro per quanto riesce a connettere con il lettore. Completa il quadro una traduzione fatta coi piedi.

In buona sostanza l’idea è che Stephen King abbia fatto come quello studente poco ispirato che fa i compiti giusto per rosicare una sufficienza. Qualcosa di buono c’è, ma si tratta di qualcosa di intrinseco nella penna di King e non del frutto del suo duro lavoro.

Che poi ci può anche stare, una volta ogni tanto. Preso in sé, Mr. Mercedes è sufficiente. Ma a malapena.

Voto finale