Oggi volevo postare la recensione di Dragonero – La maledizione di Thule, romanzo scritto da Stefano Vietti e basato sull’omonima serie a fumetti Bonelli scritta da Luca Enoch e dallo stesso Vietti. Non sono in grado di farlo per il semplice motivo che del romanzo, di cui ho terminato la lettura il tre dicembre, quindi in pratica due settimane fa, non ricordo nulla.

Assolutamente nulla.

E siccome ancora non ho l’Alzheimer o qualche forma di demenza senile, se un libro che ho concluso da una settimana non ha lasciato in me una traccia che sia una, la colpa non è mia ma del libro.

Facciamo qualche passo indietro, però, e prendiamoci un paio di paragrafi per parlare di Dragonero.

Dragonero nasce nel 2007 come primo dei romanzi grafici Bonelli e nel 2013 viene promosso a serie regolare di cui finora è stata pubblicata una ventina di volumi mensili. Io ho letto i primi quattro e, devo dire che, al di là di una partenza non proprio col botto, ho trovato il primo story arc tutto sommato niente male. Certo, è quel genere di fantasy classico che ha più il sapore di una campagna di Dungeons & Dragons che non altro, e già alla fine del secondo volume avevo capito la vera identità del cattivo, ma in fin dei conti mi è piaciuto. È quel tipo di storia classica che, a prescindere dal genere narrativo – dal western trito e ritrito di Tex all’horror perennemente anni Ottanta di Dylan Dog –, alla Bonelli piace tanto pubblicare.

Chi è Dragonero? Un personaggio Bonelli. Per cui maschio bianco eterosessuale, più di trent’anni ma meno di quaranta, tutto d’un pezzo, tendenzialmente lawful good, sa darsi da fare con le signorine ma non è un morto di figa, moderatamente tecnofobo. Nel particolare Ian Aranill, questo il suo vero nome, è uno scout imperiale appartenente a un’antica casata di cacciatori di draghi. Possiede una spada “magica”, Tagliatrice Crudele, la cui lama è diventata nera dopo essere entrata in contatto con il sangue di drago ucciso. Inoltre, durante gli eventi del romanzo a fumetti del 2007, Ian beve accidentalmente del sangue di drago e ottiene un potere che, in sostanza, è +10 al focus, ossia che gli consente, tra le altre cose, di rallentare il tempo in situazioni tese o di pericolo o individuare oggetti o creature anche al di fuori del suo campo visivo.

Ian si accompagna nei suoi viaggi ad alcuni amici, che poi sono in sostanza un party da D&D. C’è l’orco Gmorr, brutale ma bonaccione, l’elfa Sera, vegana e pacifista, Myrva, sorella di Ian e membro della Gilda dei Tecnocrati, e Alben, vecchio mago misogino. Fino a dove sono arrivato io è lampante l’assenza del nano burbero ma dal cuore d’oro, ma non dubito che farà la sua comparsa negli albi successivi.

In tutto questo, Stefano Vietti, co-papà di Dragonero assieme a Luca Enoch, scrive un romanzo, questa volta narrativo, in cui si racconta un’avventura di Ian e della sua banda. Il romanzo, Dragonero – La maledizione di Thule, viene pubblicato da Mondadori nella collana Chrysalide. E già questo dovrebbe far suonare un campanello d’allarme. Perché Chrysalide sta alla buona narrativa come Edward Mani di Forbice sta alla masturbazione.

Che però uno dice: oh, ma Vietti comunque se la cava con le storie a fumetti, conosce il personaggio, e poi, alla fine della fiera, il suo lavoro è pur sempre scrivere, magari il risultato è qualcosa di, sì, generico, ma pur sempre accettabile.

E invece no. Come dimostra il semplice fatto che, mentre ricordo abbastanza bene il primo arco narrativo della serie a fumetti, ogni dettaglio del romanzo è uscito dalla mia testa appena dopo aver letto la parola “fine”, Dragonero – La maledizione di Thule non è un buon romanzo e non è un buon fantasy. E prima che diate la colpa a me, sappiate che le condizioni in cui ho letto il libro sono quelle standard: sui mezzi, sul divano, a letto prima di mettermi a dormire, sul cesso. Aggiungeteci che comunque tendo a ricordarmi ciò che leggo perché, you know, recensioni, e se ne esce che il problema non ce l’ho io ma il romanzo.

E credo di sapere anche qual è, questo problema. Tutto sta nella differenza di mezzo narrativo. Stefano Vietti è uno sceneggiatore di fumetti, uno bravo, uno che se la cava. Ha scritto Hammer, e ho sentito da più parti che Hammer è una figata. Però tra scrivere (bene) soggetto e sceneggiatura di un fumetto e scrivere (bene) un romanzo ce ne passa.

Dragonero romanzo fa uso del narratore onnisciente a focalizzazione interna, che, all’interno dello stesso troncone di testo, salta nella testa del personaggio di cui, al momento, viene comodo conoscere pensieri e sensazioni. Una tecnica che oggi non è più accettata come lo era venti-trent’anni fa. “Eh ma lo faceva anche Stephen King.” Lo faceva anche Stephen King vent’anni fa, ora non lo fa più.

Una narrazione del genere diviene un po’ confusa per il lettore nel momento in cui salta dalla testa di un personaggio all’altra, costringendolo ad assumere il punto di vista del personaggio in questione. Mentre in una sceneggiatura puoi dire che nel pannello uno il personaggio Ciccio si guarda intorno con sospetto perché è preoccupato ma non dà voce alla sua preoccupazione perché non si fida del tutto dei suoi compagni, mente nel pannello due Panzo è invece felice come una pasqua perché gli piace passeggiare per i boschi, in un testo narrativo, oggigiorno, è meglio evitare di entrare nella testa di un personaggio diverso senza avere, nel testo, una cesura che comunichi al lettore che il passaggio è avvenuto. Come se alle tre unità aristoteliche andasse ad aggiungersi anche l’unità di POV.

Ma il vero problema non è questo.

Non ricordo pressoché nulla – e, in ogni caso non abbastanza da scriverne una recensione vera e propria – del romanzo di Vietti per via del modo in cui è scritto. Ora, Vietti ha delle buone capacità descrittive e, nonostante La maledizione di Thule segua uno schema reimpostato e classicissimo di mille altre avventure fantasy, c’è da dire che per lo meno le descrizioni ambientali funzionano. Ma secondo me è qui che ci si ferma.

La prosa di Vietti è poco empatica, un po’ anche a causa del continuo shiftare punto di vista, ma non solo. È come se ci fosse un muro tra il lettore e il personaggio. Le emozioni che i personaggi provano vengono comunicate per iscritto al lettore senza che questi abbia l’opportunità di dedurle dal testo. “Giovannino è stanco” invece di “Giovannino ha il respiro corto, il volto rigato dal sudore e un principio di capogiro”. In una sceneggiatura per fumetto si può tranquillamente scrivere “Giovannino è stanco”, perché è poi il disegnatore a ritrarre Giovannino nell’atto di essere stanco (quindi sudato, affannato e simili), e il lettore deve interpretare la stanchezza dal disegno, in un testo narrativo è sempre meglio descrivere gli effetti che una sensazione o un’emozione hanno sul personaggio anziché sbatterla nel testo nero su bianco. Se il testo narrativo ci informa che Giovannino ansima ed è tutto sudato, noi lettori siamo costretti a interessarci a Giovannino quel tanto che basta per metterci nei suoi panni e dedurre che, stando a quello che ci dice l’autore, è stanco (o sta avendo un infarto).

Il libro ha anche il problema dei dialoghi. Se in un fumetto sono disposto ad accettare dialoghi che suonano falsi (tipo un personaggio che fa monologhi coerenti durante una scena di battaglia) per via delle costrizioni del medio, ciò non accade in un romanzo, in cui gli strumenti a servizio dell’autore sono diversi. Lo stesso dicasi per i wall of text. Se in un fumetto un personaggio parla e parla e parla è accettabile per costrizioni di spazio. Costrizioni che non esistono in un romanzo, nel quale, ad esempio, non è molto bello leggere di Iolanda che vagheggia per paragrafi e paragrafi del Mistico Ordine Monacale della Colombella Satanica. In un fumetto c’è la botta di exposition (posto che non dovrebbe esserci comunque perché la botta di exposition è brutta narrativa), in un romanzo suona malissimo. Sarebbe in quel caso meglio servirsi degli strumenti del mezzo narrativo che si sta usando e spezzettare il monologo sul Mistico Ordine Monacale della Colombella Satanica in un dialogo botta e risposta tra Iolanda e Atalarico, con il risultato che a) l’exposition è mascherata; b) il testo non è più una lezione universitaria ed è pertanto più vivace e di facile lettura.

In buona sostanza, i problemi di Dragonero – La maledizione di Thule, sono gli stessi problemi che si possono riscontrare nel romanzo di un autore esordiente che scrive la novellizzazione di una campagna di Dungeons & Dragons. La questione è che Stefano Vietti non è il primo che passa per strada, ma uno sceneggiatore affermato e di successo (e di cui ho letto roba che, alla fine della fiera, mi è piaciuta).

Cosa è successo? È stato fregato dal passaggio da un mezzo narrativo di cui aveva padronanza (la sceneggiatura per fumetto) a un altro con il quale deve ancora prendere dimestichezza (la narrativa).

Quindi la morale di questo articolo è non pensate mai che passare dallo sceneggiare serie di successo per Sergio Bonelli Editore allo scrivere un romanzo per la Mondadori sia semplice. Che penso sia qualcosa di successo a tutti noi e sul quale sia opportuno riflettere.