L’ultima fatica letteraria di Stephen King è l’antologia Il bazar dei brutti sogni che contiene sedici racconti brevi, due novellette e due poesie. Si tratta della prima raccolta da Notte buia, niente stelle del 2010, e la prima a contenere racconti brevi da Al crepuscolo del 2008.

Ora, Stephen King fa il suo mestiere da tanto tempo, ha un flusso di produzione costante e di volume piuttosto corposo, tanto che riesce a scrivere con la stessa facilità un capolavoro, una schifezza, o un romanzo che semplicemente ti lascia freddino e indifferente. Solo che quando si parla di romanzi, Stephen King soffre com’è noto di elefantiasi narrativa, con storie che spesso e volentieri contano centinaia e centinaia di pagine. Per cui, se ti dice bene, ti ritrovi con le mille e passa di 22/11/63, mentre se sei sfortunato passi tutte e seicentoventicinque le pagine di La casa del buio a domandarti perché, e com’è possibile che in due abbiano fatto questo casino?

Con le raccolte di racconti, specialmente con quelle che vedono al loro interno storie piuttosto brevi, è la stessa cosa, solo in scala minore. Può capitare, nel mucchio, una storia che proprio non ti piace, ma tempo tre-quattro pagine ed è finita, non c’è ragione di disperare.

Il bazar dei brutti sogni è proprio questo, una raccolta variegata di storie che spaziano tra una moltitudine di generi e stili, e sono più o meno riuscite. Ce ne sono di molto belle, di noiose, e di mediocri. Le poesie, a essere onesto, non mi sono nemmeno preso la briga di leggerle, perché secondo me la poesia non ha più ragione di esistere e tutto ciò che non è stato scritto in prosa dopo l’Orlando Furioso andrebbe dato alle fiamme. Per il resto, ci sono ancora sedici racconti brevi e due lunghetti. Andiamoli a vedere brevemente uno per uno.

La raccolta si apre con Miglio 81, già pubblicato (e letto) in formato digitale nel 2011. È la storia di una misteriosa automobile che si ferma in un’area di servizio abbandonata e che comincia a “mangiare” persone. All’epoca mi era piaciuto, l’avevo trovato un racconto di stampo classico, molto King anni ’80, non fosse altro per l’assonanza con l’altra famosa storia di una macchina infernale (Christine, che qui viene anche citata). La struttura della storia è, a dire la verità, un po’ ripetitiva nella parte centrale, ma mi è piaciuto come King si sia preso il tempo di fornire a ogni vittima dell’automobile del Miglio 81, per quanto breve la loro permanenza sulla pagina, una personalità unica e distinta.

Il secondo racconto si intitola Premium Harmony che, nella nota che precede il testo, King ci informa essere stato influenzato dallo stile di Raymond Carver. Non sono un conoscitore di Carver – non credo di aver mai letto nulla di suo – ma posso senza dubbio dire che la prosa in questa storia è diversa da quella in Miglio 81. Non posso dire se il tributo a Carver sia riuscito o meno, ma senza dubbio Stephen King sa come scrivere storie che non suonano come Stephen King. Per quanto riguarda il racconto in sé, Premium Harmony è una piccola storia non horror ma piena di cinismo e humor nero, che comincia con un litigio in macchina tra un marito e una moglie. Forse è un po’ troppo corta per lasciare davvero un impatto significativo, ma a me è piaciuta.

Continuiamo con Una rissa per Batman e Robin che, come molti altri racconti presenti in questa antologia, affronta il tema del crepuscolo della vita. Qui la storia è incentrata sulla relazione di un figlio con suo padre affetto da una forma di demenza senile che l’ha reso l’ombra di sé stesso. Si tratta di una storia niente male, ben scritta e non horror, ma che probabilmente avrò del tutto dimenticato in qualche mese.

La duna è il racconto successivo e la prova che Stephen King, dopo decenni di onorata carriera, conosce alla perfezione tutti i trucchi del mestiere. La duna è la storia di un giudice in pensione che riceve dei messaggi, misteriosi e molto particolari, scritti sulla sabbia di una duna. Si tratta certamente di una storia horror e ha perfino un finale a sorpresa che, strano ma vero, è riuscito a sorprendermi. Una storia divertente, con grande valore d’intrattenimento.

Il bambino cattivo è, come il personaggio che le dà il nome, una storia piccola e cattiva. Dal momento che parte con la confessione di un uomo nel braccio della morte al suo avvocato dei motivi che lo hanno spinto a compiere il reato per il quale verrà a breve condannato, la storia non offre molte sorprese e procede invece lungo binari sì oliati, ma anche ben dritti. Anche questa non è una brutta storia, perché rientra esattamente nel territorio di cui King è maestro indiscusso, solo non l’ho trovata così coinvolgente da perdermi nella lettura. Lo so che è una critica strana e anche un po’ ingiusta, ma da Stephen King mi aspetto sempre e solo il meglio, e la mia barra di giudizio è altissima.

Una morte è probabilmente il racconto che mi è piaciuto di più nell’antologia. È un western nel senso che è ambientato nella frontiera americana, ma si tratta in realtà più di un dramma umano sulla disillusione che di una storia di pistoleri e assalti alla diligenza. E grazie tante. In Una morte uno sceriffo cerca di vederci chiaro sull’omicidio di una bambina prima che l’uomo che è stato arrestato e condannato per il crimine venga impiccato. La caratterizzazione del personaggio principale è tanto immediata eppure effimera da essere magistrale.

Saltiamo a pie’ pari il poemetto La chiesa d’ossa, perché no grazie, e soffermiamoci su Morale. Si tratta di un’altra delle grandi storie non horror di Stephen King, che per può anche insidiare il primato di La donna nella stanza come miglior racconto breve non fantastico che Stephen King abbia mai scritto (Il corpo, Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, e L’allievo sono tutti e tre meglio sia di Morale sia di La donna nella stanza, ma si tratta di novelle, non racconti brevi). Avevo già letto Morale (che nella mia mentre, prima che Christian Pastore decidesse altrimenti, avevo sempre tradotto con Moralità) quando uscì in edizione limitata assieme a Blockade Billy (Blocco Billy, anche lui disponibile nel bazar) e ricordo di averlo preferito alle quattro storie, che pretestuosamente i vuminghi e la Lippemanni andavano in ogni dove a definire “dure come calci sui denti”, raccolte in Notte buia, niente stelle. Morale, che affronta il dilemma etico a cui una giovane coppia è posta innanzi quando un ricco uomo di chiesa prossimo alla morte offre loro una particolare scelta, è una storia claustrofobica, pessimista, costellata di personaggi complessi e in grado di offrire al lettore interrogativi scomodi, tali da fargli dire “grazie a dio, personaggio, non sono nei tuoi panni”.

Segue Aldilà, con uno spostamento tonale impressionante. Aldilà è un’altra storia che parla di morte, in maniera grottesca, cinica e, in ultima analisi, disturbante. Un uomo muore. Arriva nell’aldilà. E viene posto davanti a una scelta, solo che la scelta in questione non è quella che si aspettava. Decisamente non si tratta della mia storia preferita nell’antologia – e forse perde qualcosa per essere stata inserita subito dietro a due racconti fantastici come Morale e Una morte. È pur sempre lo Stephen King classico dei bei vecchi tempi, ma suona più che altro come un esercizio di divertissement fine a sé stesso. Non che ci sia niente di male in questo, eh.

Ur è la seconda delle novellette in vendita nel bazar e, come Miglio 81, era già stata pubblicata in digitale. Questa volta, anzi, è stata anche scritta apposta per essere venduta su dispositivi Kindle, e quindi dovrebbe suonare come una sorta di spot pubblicitario mascherato da racconto. E invece no. Ur si è rivelata una sorprendente storia su realtà alternative e, grattando la superficie, su come la letteratura e la narrativa forniscano agli uomini i mezzi per conoscere realtà anche molto distanti (e non intendo necessariamente distanti come “in un’altra dimensione”). Il problema di Ur è, ironicamente, un doppio difetto che molta della produzione di Stephen King ha, soprattutto intorno agli anni Novanta: un finale deludente, che spesso si risolve attaccando la storia alla Torre Nera. Ora, io adoro la Torre Nera, ma è impossibile non ammettere che questo non sia un problema di King: Insonnia, Buick 8 e Uomini bassi in soprabito giallo sono storie che vanno dal buono all’eccellente, fino a che non vengono guastate da un finale che fa di tutto per integrarle nel Torreneraverso. Con Ur non è così palese come con Insonnia, ma in piccolo è lo stesso discorso.

Andiamo avanti con una notizia: mentre sto scrivendo questo articolo, Herman Wouk è ancora vivo. Tipo, letteralmente. Ho appena controllato su Wikipedia. Tra un mese, il 27 maggio, compie 101 anni. Per quanto riguarda Herman Wouk è ancora vivo, il racconto, si tratta ancora di una storia sulla morte. O, più che altro, sull’effimerità della vita. È scritto molto bene ma, anche questo, non riesce del tutto a confutare l’impressione di essere più che altro un esercizio di stile.

Leggo che Giù di corda, il racconto che segue, è da più parti definito uno dei migliori dell’antologia. Mi sento di dissentire. Per quanto sia, sì, decisamente creepy, mi è bastato leggerne due pagine per capire dove voleva andare a parare (tanto che sono restio a farne un sunto, per paura di spoilerare). Forse il gioco era proprio quello, ma a me non è piaciuto granché.

Proseguiamo con Blocco Billy, una storia di baseball che grazie a dio non parla solo di baseball ma parla di baseball quel tanto che basta per farla risultare più pesantuccia del dovuto. Specialmente se, come me, non si ha il minimo interesse per tale sport. La cosa che traspare e che rende il racconto comunque meritevole di essere letto, al di là del fatto che si tratta di una storia ben costruita come è lecito attendersi da uno che sa fare il proprio mestiere, è la passione sfegatata che Stephen King nutre per il baseball. È un po’ come stare a sentire qualcuno che ti racconta entusiasticamente di un hobby per il quale tu non hai il minimo interesse. Magari ti perderai parti del discorso (o, nel caso di un racconto, salterai paragrafi), ma non puoi non apprezzare l’entusiasmo.

Mister Yummy è il racconto successivo, ancora una volta ambientato tra persone prossime alla morte, in questo caso anziani in una casa di riposo. Mi è piaciuto questo aspetto decisamente più della storia in sé. Inoltre mi è piaciuto che nell’introduzione al racconto King abbia scritto:

Odio il preconcetto secondo cui non sarebbe possibile trattare un argomento senza averne avuto un’esperienza diretta, e non solo perché questo mette limiti all’immaginazione umana, che fondamentalmente di limiti non ne ha. Un simile pregiudizio suggerirebbe anche, infatti, che immedesimarsi è possibile solo fino a un certo punto. Mi rifiuto di accettarlo, perché ciò starebbe a significare che i cambiamenti veri e propri sono fuori dalla nostra portata, così come l’empatia.

Si tratta di un passaggio che, per legge, gli editori italiani (ma anche alcuni scrittori, specie quelli prezzolati) dovrebbero leggere ogni mattina appena svegli e sul quale dovrebbero riflettere per almeno mezz’ora prima di cominciare a fare il proprio lavoro.

Segue Tommy che è un’altra poesia quindi non l’ho letta.

Ecco, il racconto successivo, Il piccolo dio verde del dolore, è quello che mi ha un po’ ammazzato l’entusiasmo. Credo si tratti di una storia intima, scritta da King dopo l’incidente che quasi gli è costato la vita. Il problema è che quello che vuole dire non si trasferisce bene al lettore. Si tratta anche dell’unica storia nell’antologia che il mio cervello ha cominciato a dimenticare, probabilmente per far spazio a cose nuove ed eccitanti come la nuova canzone di Fedez e J-Ax.

Quell’autobus è un altro mondo è un racconto cinico e cattivo su un uomo che è in ritardo per un appuntamento importante. E rende ancora meglio perché tutto il cinismo e la cattiveria che si trovano tra le pagine della storia sono perfettamente umane, e potrebbero accadere nella realtà di tutti i giorni.

Segue Io seppellisco i vivi, che è una traduzione deficiente di un racconto che si chiama Obits, ossia Obituari, e che a me, se devo essere sincero, ha ricordato (vagamente e alla lontana) Tutto è fatidico, raccolto nell’omonima antologia. Onestamente l’ho trovato quasi scolastico nel suo svolgimento, però è stato candidato al premio Hugo per la migliore novelletta, per cui magari mi sbaglio.

Il penultimo racconto è Fuochi d’artificio ubriachi, che parte come il racconto di un ossessione e finisce… in un modo che onestamente non ho capito, pur avendo riletto il passaggio incriminato svariate volte. Nel senso che ho un dubbio sulle effettive motivazioni di un certo personaggio ma non mi voglio dilungare perché siamo ben oltre il confine della zona spoiler.

E chiudiamo con Tuono estivo, toccante storia (ancora una volta) di morte e accettazione – ma forse è meglio dire rassegnazione – in uno scenario postapocalittico. Questo è davvero il migliore dei King, quello che ci meriteremmo di leggere ogni santa volta che apriamo un suo libro.

Così si conclude l’analisi di Il bazar dei brutti sogni. A mio avviso si tratta di una buona raccolta, superiore ad almeno due di quelle che l’hanno preceduto – anche se il gold standard delle antologie di Stephen King restano Stagioni diverse per le novelle e A volte ritornano per i racconti brevi. Capita di incontrare qualche passo falso e qualche racconto che avrebbe potuto essere elaborato un po’ meglio, ma è più facile trovarsi immersi in una buona lettura.

Il prossimo romanzo in uscita di King è la conclusione della trilogia di Bill Hodges, e visto che non ho ancora letto Chi perde paga (è lì sulla libreria a prendere polvere) diciamo che non sto trattenendo il fiato.