Un giovanissimo sovrano, appena succeduto al trono del padre morto prematuramente, viene tradito dallo zio che lo lascia per morto, e deve cominciare il proprio viaggio di vendetta che lo porterà ad affrontare avventure incredibili.

Ora, fermatemi se non avete sentito/letto questa trama in almeno un centinaio di romanzi, film o serie televisive. Si tratta di una di quelle premesse che, alla pari di “giovane deve abbandonare il villaggio in cui è cresciuto per intraprendere una Ricerca e sconfiggere il Cattivo che minaccia la distruzione del mondo”, non dovrebbe più avere ragione d’essere nel fantasy moderno. È il viaggio dell’eroe di Vogler all’ennesima potenza.

Eppure è da qui che parte Il mezzo re di Joe Abercrombie.

Dopo i tre romanzi della First Law, che mi sono piaciuti parecchio, e le tre storie a sé stanti ambientate nello stesso universo, di cui ho letto per intero solo Best Served Cold e non mi è piaciuto affatto, Joe Abercombie aveva deciso di prendersi un po’ di pausa dalla scrittura. Poi qualcuno deve avergli proposto di scrivere fantasy per giovini lettori e Abercrombie si è fatto due conti: mi pagano e devo scrivere molto meno che per un romanzo normale. Quindi ha accettato.

La trilogia dello Shattered Sea deve essere stata generata più o meno così.

Half a King, Il mezzo re in italiano, è il primo romanzo della serie e racconta la storia di Yarvi, figlio secondogenito del re del Gettland, una nazione di chiara ispirazione scandinava, che, a causa di una mano malformata, è inadatto a combattere e quindi ha deciso di rinunciare alla sua pretesa al trono per diventare un ministro, ossia un consigliere (spirituale e non) del sovrano. Prima che possa recarsi a sostenere il test d’ingresso al ministero, viene però raggiunto dalla notizia che suo padre e suo fratello sono stati uccisi a tradimento dal re del Vansterland Grom-gil-Gorm. Yarvi è quindi costretto ad assumere con riluttanza il ruolo di sovrano, anche se nessuno dei suoi sudditi – prima tra tutti sua madre Laithlin – lo ritiene degno, e giurare vendetta nei confronti di chi ha ucciso suo padre e suo fratello. Fino all’inevitabile tradimento.

Ora, non dirò che Half a King non mi sia piaciuto, non mi sarei preso la briga di finirlo in breve tempo e ordinare il seguito, Half the World, altrimenti. Si tratta di un’avventura divisa in capitoletti molto rapidi, dove succede sempre qualcosa, non c’è mai un momento morto e ci sono un sacco di colpi di scena.

Qual è il mio problema allora con questo libro? Che è fottutamente prevedibile.

Per chi non lo sapesse Joe Abercrombie ha fatto la sua fortuna sulla sua capacità di creare storie in cui i luoghi comuni del fantasy tolkeniano venivano ribaltati con effetti sorprendenti e talvolta innovativi. La trilogia della First Law è un perfetto esempio di questa sua propensione. Half a King, invece, procede esattamente come un fantasy classico, tanto che se non scorresse così bene sarebbe quasi frustrante da leggere. Fino al finale del romanzo non c’è stato un momento in cui non sapessi dove sarebbe andata a parare la storia. Oh, un re che nessuno vuole sul trono ha uno zio gentile e compassionevole? È solo una finzione e lo zio lo tradisce. Oh, è sopravvissuto al tradimento e deve fare ritorno a casa per vendicarsi del torto subito? C’è una contingenza che lo porta da tutt’altra parte del mondo. Oh, il protagonista si trova per un lungo periodo di tempo su una nave? La nave affonderà. Oh, viene menzionata a un certo punto una persona che subisce pesantemente le angherie di un antagonista e nei confronti della quale il protagonista prova pietà? Il suo aiuto è fondamentale in seguito per salvare la vita del protagonista.

A onore del vero il finale del libro è andato a parare in direzioni che non immaginavo, soprattutto nell’epilogo, quando la verità sul tradimento è venuta a galla e, in un tocco che mi è piaciuto molto, Abercrombie ha mostrato che gli indizi per coglierla prima di Yarvi erano tutti sulla pagina – ma il lettore era presumibilmente troppo impegnato a seguire le sue peregrinazioni per il mare infranto per accorgersene.

La seconda cosa per cui Abercrombie è famoso è il grimdark, ossia quel fantasy che a me piace chiamare “brutto, sporco e cattivo”. Una delle caratteristiche principali delle storie di Abercrombie è l’impietosa caratterizzazione della guerra. Mentre in genere, nel fantasy più classico, la guerra è sì un brutto affare, ma anche qualcosa che contrappone i buoni ai cattivi, un tema ricorrente in Abercrombie è che in un fantasy realistico, come nella vita di tutti i giorni al di là delle pagine di un libro o dello schermo di un e-reader il mondo non è così nettamente diviso in “buoni” e “cattivi”, e queste categorie, quando esistono, sono solo il frutto di razionalizzazioni mentali da parte di chi, per miopia o perché non ha altra scelta, ignora di vedere le motivazioni altrui da un punto di vista che non sia il proprio.

Qui devo dare atto a Joe Abercrombie di essere stato in grado di trasferire questa sua visione del mondo in un romanzo destinato ai lettori più giovani. È quasi un’opera di purificazione, un romanzo che affronta temi del genere e che pure lo fa rinunciando al cinismo e alla miserevolezza che contraddistinguono in genere gli altri romanzi “adulti” di Abercrombie. Perfino per me è una boccata d’aria fresca, soprattutto dopo che seguire per cinquecento pagine Monza Murcatto aveva un po’ ammazzato il mio amore per il grimdark.

Quindi il problema di Half a King, a mio avviso, ha a che vedere con la prevedibilità della trama per una buona parte del romanzo che non con concetti, caratterizzazione e prosa. Abercrombie è bravo a delineare un personaggio anche dimezzando lo spazio, così come quasi tutte le sue battute sono quotabili.

Half a King è un buon romanzo per chi vuole leggere qualcosa di veloce e divertente, magari sul treno o in autobus (o, come spesso accade, sulla tazza del cesso). Se invece lo avete acquistato aspettandovi il Nuovo Grande Romanzo di Joe Abercrombie, come me, purtroppo non è questo il caso.