Il Novecento è stato un secolo di grandi guerre globali, che ha visto emergere nuove forme politiche e, soprattutto, grandi mutamenti sociali. Lo stesso si potrebbe dire di qualsiasi altro secolo dall’inizio della storia a oggi, ma è al Novecento che il grande pubblico sembra essere affezionato in maniera particolare, anche perché i cambiamenti che durante il suo corso si sono verificati si ripercuotono sulle nostre vite ancora oggi. Chiunque sa di che cosa si parla, per lo meno a grandi linee, quando l’argomento è la seconda guerra mondiale o la guerra fredda, mentre lo stesso non si può dire con eventi di secoli precedenti, come ad esempio la guerra della Lega di Cambrai o la cattività Avignonese.

Negli ultimi cinque-sei anni, Ken Follett si è adoperato a scrivere una corposa serie di romanzi, la Trilogia del Novecento, che percorre i grandi eventi del secolo scorso attraverso il punto di vista di una serie di personaggi diversi per condizioni sociali e provenienza geografica. Il primo romanzo della serie si intitola La caduta dei giganti e copre un periodo storico che si dipana dal 1911 al 1924, con una particolare attenzione al periodo 1914-1918, per ovvie ragioni, e un’area geografica che va dagli Stati Uniti alla Russia.

Sono otto i personaggi principali del romanzo. Si va da Billy e Ethel Williams, un giovane minatore gallese e sua sorella, cameriera presso la magione dei conti Fitzherbert, a Fitz, il conte Fitzherbert, per l’appunto, pari del regno e membro conservatore del parlamento inglese, a sua sorella Maud, femminista e suffragetta. In Russia abbiamo i due fratelli Peskov, Grigorij e Lev, entrambi operai presso una fabbrica che produce treni, ma dai caratteri diametralmente opposti, per concludere con due diplomatici, il tedesco Wilhelm Von Ulrich e l’americano Gus Dewar. Le loro vite sono più interconnesse di quanto la diversità di ceto e provenienza lascerebbero supporre, tanto che non mancheranno di stringere tra loro amicizie, rivalità e relazioni passionali durante gli oltre vent’anni raccontati nel romanzo.

Ora, devo confessare che a me Ken Follett piace. Sarà anche uno scrittore dozzinale, ma sono affezionato ai suoi romanzi, che sono stati tra i primi che ho memoria di aver letto. Sono passati anni dall’ultima volta che ho letto qualcosa di suo (nove per essere precisi, ossia da quando ho finito Mondo senza fine), ma ricordo ancora quasi con nostalgia i tempi in cui leggevo Una fortuna pericolosa, Il codice Rebecca, Le gazze ladre, La cruna dell’ago, Notte sull’acqua e, ovviamente, I pilastri della terra, il mio primo libro di più di mille pagine. Mi è sempre piaciuta la semplicità delle sue storie e il modo in cui era capace di creare tensione sulla pagina. Inoltre non si sottraeva a scrivere esplicite scene di sesso, che per il me dodicenne non era male come cosa.

La caduta dei giganti è un romanzo semplice nonostante le sue quasi mille pagine (a riprova che lungo non significa necessariamente complesso), e presenta tutti i meccanismi tipici di una storia alla Ken Follett. Ma se devo essere sincero, nel leggerlo ho avuto come l’impressione che qualcosa si fosse inceppato. In tutta franchezza, considero La caduta dei giganti un buon romanzo da cesso o da treno, qualcosa che si può leggere senza prestare troppa attenzione alla parola scritta, agevolmente saltando paragrafi. Una storia così corposa aveva la potenzialità di essere una delle mie preferite di Ken Follett – che, secondo me, rende meglio quando scrive di saghe storiche – invece si è rivelata deludente, non tanto per l’ambizioso scenario in cui si svolge, ma più che altro per le molte brutture stilistiche e pressapochismi narrativi di cui è costellata.

Una cosa che mi ha molto infastidito è che, nonostante gli oltre vent’anni di storia e i molti eventi che in essi accadono, nessuno dei personaggi principali, tranne forse Ethel, subisce un’evoluzione caratteriale. Nonostante tutte le esperienze che si ritrovano a vivere, la loro personalità rimane costante. E questo accade perché i personaggi in questione non sono altro che oggetti contro i quali la trama va a sbattere.

Come ogni buon romanzo da cesso, infatti, La caduta dei giganti è plot-driven, anziché character-driven, ossia la trama ha più importanza dei personaggi. Il problema è che qui ci si riduce a una sequela di eventi ai quali questo o quel personaggio deve reagire. Ben poche volte accade che un protagonista sia la forza motrice dell’azione. Gli unici che, per certi versi ci provano, sono Wilhelm e Gus, entrambi impegnati a scongiurare la guerra o ad accelerarne la fine. Ma va da sé che i loro sforzi sono inutili, perché vanno a opporsi a un evento che non è frutto della fantasia dell’autore.

Bisogna anche ringraziare che questi personaggi, per lo meno, un minimo di personalità ce l’hanno. Perché i loro coprimari si limitano a una o due caratteristiche al massimo. Ho avuto la netta impressione che Ken Follett scrivesse con accanto a sé una lista di personaggi, accanto ai quali era annotata una, massimo due, caratteristiche sulle quali basarsi nella stesura del romanzo. E queste caratteristiche vengono ripetute ossessivamente. Ad esempio Gus Dewar viene descritto tre o quattro volte come un uomo con braccia e gambe piuttosto lunghe in virtù delle quali è avvantaggiato in alcuni sport pur non essendo un atleta. Ora, quando un’informazione così appare una volta può anche starci. Ma quando appare quattro volte no, suona strano, sbagliato. E non è nemmeno il caso più eclatante. Nella parte ambientata in Russia c’è un personaggio marginale di nome Isaac che è il capitano della squadra di calcio delle officine. Perché ve lo dico? Perché essere il capitano della squadra di calcio delle officine è l’unico tratto della sua personalità. Ogni volta che compare viene specificato che è bravo a giocare a calcio ed è il capitano della squadra delle officine. Il che è semplicemente ridicolo. Pigro e ridicolo.

Per non parlare poi delle coincidenze che muovono la storia. Ora, Che tutti i personaggi siano più o meno collegati tra loro e si siano incrociati almeno una volta ci può anche stare (qui uno schema delle relazioni che intercorrono tra i personaggi, ovviamente spoileroso). Perfino che la moglie di Fitz sia in realtà la figlia del nobile russo che ha impiccato il padre di Grigorij e Lev. Quello che mi è stato più difficile accettare è il modo in cui la trama proceda grazie a una serie di casualità e coincidenze, soprattutto nel modo in cui questi personaggi continuano a imbattersi tra di loro. Nel momento in cui Ethel lascia il villaggio gallese in cui è nata e cresciuta e si trasferisce a Londra, era già ovvio che, essendo lei una femminista, si sarebbe imbattuta nell’altro personaggio femminista della storia, ossia Maud. Quando Billy è andato in guerra, ho dato per scontato che il suo ufficiale superiore sarebbe stato Fitz, e via di seguito.

La trama generale, poi, è piuttosto prevedibile, al di là di quelli che sono gli obblighi di fedeltà imposti a un romanzo storico. Poiché si tratta del primo volume di una trilogia generazionale, tutte le donne devono rimanere incinte a un certo punto. E così succede. La prima parte del romanzo è dedicata a formare le coppie, e la seconda a fare copulare (con in mezzo l’angst derivato dalla guerra), il che rende la storia un po’ scontata (Tizio morirà durante l’offensiva della Somme? Nah, cosa vado a pensare, non ha ancora avuto occasione di impregnare la sua bella!).

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La famosa fotografia di nove dei sovrani europei nel 1910. Negli anni seguenti, quattro dei re in foto sarebbero stati deposti e uno assassinato.

Ciò detto, è La caduta dei giganti un brutto libro? Non ne sono andato matto, dovrebbe essere chiaro da quanto scritto sopra, ma a discapito delle dimensioni si è fatto leggere abbastanza in fretta e senza quasi mai risultare pesante (le scena in Russia durante la rivoluzione dovrebbero fare eccezione, ma penso sia più che altro perché tutto ciò che è comunismo mi genera ribrezzo e fastidio). La caduta dei giganti è anche un romanzo sui mutamenti sociali dello scorso secolo, a partire da come è cambiato il mondo rigido e tradizionalista ereditato dall’Ottocento durante e dopo la prima guerra mondiale. Non a caso un’ampia porzione della storia è dedicata alla lotta per i diritti delle classi inferiori e soprattutto all’emancipazione femminile, trame che coinvolgono Ethel e Maud, per altro due dei personaggi migliori del romanzo. Ken Follett è un liberal gallese nonché marito di una ex ministro e deputata laburista, è pertanto naturale che abbia interesse specifico a parlare dei mutamenti sociali avvenuti nel Novecento.

La caduta dei giganti ha anche un secondo grande merito: mi ha fatto tornare la voglia di guardare Downton Abbey, che avevo interrotto qualche anno fa (a mia discolpa, la seconda stagione è proprio brutta).

In ogni caso, La caduta dei giganti è un romanzo storico ben documentato, ma in cui gli eventi travolgono e per certi versi limitano enormemente i personaggi che dovrebbero invece essere il fulcro della storia. Ha le sue buone dosi di azione e intrighi, ma sono poco riuscite rispetto a quanto è lecito aspettarsi da Ken Follett. È molto interessante e ben articolata, però, la descrizione del movimento di emancipazione femminile, l’unica area in cui il romanzo si solleva dalla mediocrità.

Il secondo romanzo della trilogia del Novecento, L’inverno del mondo, che leggerò a breve, riprende le storie delle famiglie coinvolte in La caduta dei giganti partendo dal 1933. Tra i personaggi storici figurerà anche un pittore monopalla dal baffo bizzarro di nome Hitler, chissà se avrà o meno rilevanza nel grande schema delle cose.