Che i premi Hugo del 2015 siano stati il punto più basso del passato anno letterario è una realtà oggettiva. Tra gente che dice “gli Hugo sono una cricca” e gente che risponde “no non siamo una cricca ma tu non puoi sederti al nostro tavolo, Tiffany” è stato uno spettacolo abbastanza indecoroso per quello che dovrebbe essere il più prestigioso premio della letteratura fantastica.

È anche vero che non sempre il vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo è effettivamente il miglior romanzo dell’anno, così come il film che vince il premio Oscar spesso e volentieri non è il migliore dell’anno. Ma si tratta più che altro di gusti.

Ad esempio, i miei.

Per trovare un romanzo vincitore del premio Hugo che mi sia anche personalmente piaciuto senza riserve bisogna, in ordine cronologico, saltare Redshirt di John Scalzi, La città & La città di China Miéville e Il figlio del cimitero di Neil Gaiman e raggiungere l’anno del signore 2001 quando J.K. Rowling vinse con Harry Potter e il calice di fuoco. E anche lì, tra gli sconfitti figurava Tempesta di spade di Giorgino Martin. Per dire.

Quindi partiamo col presupposto che, almeno per quanto mi riguarda, vincere un premio Hugo non equivale a essere un buon romanzo. Ma per lo meno vorrà dire essere un romanzo sopra la media, in grado di generare un certo consenso tra le centinaia di votanti, no?

Al di là delle faide cheerleader contro cesse, in ogni caso, l’edizione 2015 dei premi Hugo merita di essere ricordata anche per un altro motivo: sia il premio per il miglior romanzo sia quello per la miglior novelletta (gli unici due premi per la fiction assegnati) sono andati a opere tradotte. Thomas Olde Heuvelt, danese, ha vinto per la miglior novelletta e il romanzo The Three-Body Problem del cinese Cixin Liu ha vinto il premio principale.

Dato che sono andati a prenderselo fino in Cina, questo romanzo sarà qualcosa di eccezionale, no?

Sorprendentemente, The Three-Body Problem di Cixin Liu non è un romanzo di quella fantascienza letteraria e impegnata come potrebbe esserlo, ad esempio, qualcosa di Gibson o della Le Guin. Si tratta in realtà di un romanzo di fantascienza quasi pulp, con misteriose cospirazioni e intrighi, che però ha basi rigorosamente scientifiche, in particolare per quanto riguarda la fisica, la matematica e la meccanica quantistica.

La trama di The Three-Body Problem si svolge su due archi temporali. Uno, ambientato negli anni della rivoluzione culturale di Mao, vede una giovane astrofisica, Ye Wenjie, assistere impotente alla morte del padre, anche lui accademico, durante una sessione di umiliazione pubblica. Ye Wenjie viene in seguito esiliata in un campo di lavoro nei monti Da Hinggan dove ancora una volta attira le attenzioni della dittatura quando viene trovata in possesso di un libro ambientalista, Primavera silenziosa di Rachel Carson, in una versione in lingua originale non approvata dal regime. Invece di essere condannata all’imprigionamento, però, Ye Wenjie viene reclutata alla Red Coast Base, in un progetto top-secret del governo cinese per stabilire un contatto con civiltà aliene.

Il secondo arco temporale ha luogo nel presente (vale a dire: più o meno nel 2006, anno in cui il romanzo è stato scritto). Wang Miao è un ingegnere esperto di nanomateriali e viene reclutato da una sorta di team comprendente i vertici dell’esercito cinese, ma anche agenti dell’FBI e della CIA e un detective sboccato di nome Shi Qiang. Gli obiettivi del team non gli sono immediatamente chiari, anzi, i generali e gli agenti americani fanno il possibile per tenere Wang Miao all’oscuro di tutto, ma sembrano essere particolarmente interessati a un’organizzazione elitaria di personalità scientifiche chiamata Frontiers of Science. La Frontiers of Science è forse collegata ai misteriosi suicidi di alcuni nomi di spicco della scienza e dell’accademia e a un ancora più misterioso gioco online chiamato Three Body. Accessibile solo tramite una tuta per realtà virtuale, in esso è possibile assumere i panni dell’abitante di un pianeta alieno che orbita attorno a tre stelle, le cui interazioni generano ere stabili e caotiche imprevedibili e devastanti.

Se la trama di The Three-Body Problem, così come l’ho descritta, suona interessante e avvincente è perché lo è. Le prime 260 pagine del romanzo sono un crescendo di misteri che vanno via via a dipanarsi per rivelare una soluzione immaginabile, ma non per questo meno sorprendente. The Three-Body Problem, però, conta un totale di 420 pagine, con un atto secondo decisamente meno riuscito. È proprio nel corso della sua seconda parte che molti dei difetti che esistevano già nella prima, ma sui quali era facile soprassedere in virtù della costruzione, mistero su mistero, della storia, vengono alla luce.

Per cominciare, nessuno dei personaggi, con l’unica eccezione del detective Shi Qiang, risulta essere non solo simpatico, ma soprattutto qualcosa che rassomigli a un essere umano. Wang Miao è il caso più eclatante, per la sua tendenza a essere un protagonista passivo e, soprattutto la sua quasi totale mancanza di personalità: di lui ho capito solo che è intelligente, e questo accadeva quando, nella quarta di copertina, veniva presentato come un esperto di nanotecnologie.

Il secondo difetto che ho rilevato dipende forse dalle differenze tra il cinese e le lingue occidentali. Molti dei personaggi di The Three-Body Problem non parlano, monologheggiano, e sono molto articolati nel farlo. Ci si ritrova spesso e volentieri a leggere paragrafi e paragrafi di dialoghi espositivi perfettamente declamati da questo o quell’altro personaggio. Si tratta probabilmente di una cosa culturale, che potrebbe suonare strana a chi è abituato a dialoghi composti da brevi botta e risposta.

Infine, The Three-Body Problem è solidamente basato sulla fisica, l’astronomia e la matematica, discipline in cui Cixin Liu sembra essere ferrato. Ad esempio, il problema dei tre corpi esiste veramente e tutte le soluzioni presentate nel romanzo riecheggiano quelle di Newton, Galileo e Poincaré. Ora, il mio cervello non è preposto per la matematica. È una delle poche cose che non mi vergogno di non capire, semplicemente quando entrano in ballo i numeri i neuroni mi vanno in sciopero. Lo accetto e basta perché non posso fare altro. Ciò nonostante, quando il romanzo affrontava spiegazioni tecniche sul problema dei tre corpi o altre questioni fisico-matematiche (e ce ne sono parecchie) l’impressione che ho avuto è che Cixin Liu sapesse il fatto suo. Lo stesso non posso dire, invece, di quando affrontava temi come la sociologia e l’antropologia, perché quello è più il mio campo. Senza scendere troppo in dettagli spoilerosi, vi basti sapere che quando il romanzo si addentra in questioni come l’evoluzione di società aliene sorte in circostanze diverse da quelle terrestri ho alzato più di una volta il sopracciglio con scetticismo.

Se dovessi assegnare un voto in stelline a The Three-Body Problem, sarei combattuto tra un tre o un due, ma probabilmente propenderei più per il tre. Mi è piaciuta molto l’impostazione iniziale e il crescendo di misteri della prima parte, ma sono rimasto non tanto deluso ma per lo meno insoddisfatto dagli sviluppi della seconda. Ho apprezzato molto che la scienza fosse una delle colonne portanti del romanzo. The Three-Body Problem è una sorta di The Martian, solo senza l’ironia o il carisma di Matt Damon (non ho letto il romanzo, ho solo visto il film).

Uno dei temi “nascosti” ma comunque ben presenti se si legge con attenzione (oddio, neanche troppo) è: gli umani meritano davvero di continuare a vivere, visto tutto lo schifo che combinano? Non per niente The Three-Body Problem si apre descrivendo le brutalità della rivoluzione culturale maoista, di cui peraltro ricorre questo mese il cinquantesimo anniversario dell’inizio (tra poco, il quattro giugno, è anche l’anniversario del massacro di piazza Tiananmen, questo romanzo ha scelto proprio il momento giusto per farsi leggere). È una sorta di versione atea di “speriamo che dio mandi un nuovo diluvio universale”. Non per niente proviene dalla Cina, paese ateo per eccellenza. Il disincanto che emerge nei confronti dell’umanità non può che essere un riflesso di quello dei giovani cinesi nei confronti della propria classe dirigente, con particolare riguardo alla soppressione delle libertà individuali, di espressione e informazione operate dall’elite comunista, di cui le recenti proteste di Hong Kong sono solo un esempio.

Se vi interessa leggere The Three-Body Problem, preparatevi a farlo in inglese (o cinese). Dovreste anche sapere che si tratta del primo libro di una trilogia hard sci-fi di nome Remembrance of Earth’s Past che consiste, oltre a The Three-Body Problem, anche di The Dark Forest, uscito in inglese l’anno scorso, e Death’s End, disponibile da fine settembre di quest’anno. Inoltre è in produzione un adattamento cinematografico cinese del romanzo la cui uscita è prevista per luglio 2016.

E ora torniamo ai premi Hugo, con i quali ho aperto questo articolo. È The Three-Body Problem il miglior romanzo fantastico dell’anno passato? Si tratta di una scelta apprezzabile da parte dei votanti: non solo è un romanzo hard sci-fi di impianto vagamente pulp, come propugnavano le cesse, ma è anche stato scritto da un autore non bianco, cosa che non può che fare piacere alle cheerleader. Ma ci sono almeno due romanzi che avrei preferito vincessero – e nessuno dei due è stato nemmeno considerato nelle nomination.

Il primo, e decisamente il mio preferito dell’anno passato, è City of Stairs di Robert Jackson Bennett, già finalista ai premi Locus, World Fantasy e British Fantasy. Si tratta di un fantasy industriale ambientato in una città un tempo residenza di una divinità e ora occupata dalle stesse forze che hanno ucciso gli dei, distruggendone i miracoli, dove le autorità si ritrovano a investigare una cospirazione votata a restaurare il potere degli dei. Credetemi, è difficile renderlo in una frase (colpa mia) ma si tratta di uno dei migliori romanzi fantasy che abbia letto negli ultimi tempi, l’ambientazione è ottima, i personaggi funzionano e si fa leggere che è un piacere. Certo, magari Robert Jackson Bennett non è adatto per lo Hugo. Dopotutto è un fantasy e i votanti del premio Hugo preferiscono la fantascienza. Ma soprattutto, guardatelo, Robert Jackson Bennett è un maschio. È bianco. E presumo anche eterosessuale, a giudicare dalla sua bio in quarta di copertina (e un po’ anche dal maglione che indossa). Assolutamente disgustoso.

C’è allora Station Eleven di Emily St. John Mandel, che ha vinto l’Arthur C. Clark Award ed era in finale per il National Book Award. È un romanzo postapocalittico letterario e solo vagamente fantastico, un po’ come La strada di Cormac McCarthy. Si tratta di una storia ambientata dopo l’apocalisse in cui si parla ben poco del collasso della società. C’è un nucleo centrale di personaggi le cui vicissitudini si intrecciano in modi che a volte vanno contro le leggi della probabilità. Inoltre, la parte del leone nel nutrito cast la fa un personaggio che muore nel primo capitolo, addirittura prima dell’apocalisse. E se, detta così, non vi ispira affatto, sappiate che Station Eleven è quel romanzo che sulla carta non dovrebbe funzionare e che invece fila a meraviglia (posto che non vi aspettiate The 100 o Mad Max).

In ogni caso, anche se non si tratta della mia scelta ideale, cheerleader e cesse permettendo, The Three-Body Problem ha aperto la strada degli Hugo a altre opere tradotte, e di questo non posso che essere contento. Da lettore prima ancora che da scrittore.