Lo sapevate che i nazisti erano cattivi?

Seriamente, l’unico tratto di personalità di chiunque si professi nazista è “cattivo”. L’unica motivazione per aderire al nazismo nella Germania degli anni Trenta è “cattiveria”. E se non ci credete, vi basterà leggere L’inverno del mondo di Ken Follett.

L’inverno del mondo è il secondo libro della trilogia del Novecento, è ambientato tra il 1933 e il 1949 e si focalizza principalmente sugli eventi della seconda guerra mondiale. Quella con i nazisti. I cattivi.

Proprio come La caduta dei giganti prima di lui, L’inverno del mondo è un romanzo generazionale con un nutrito numero di personaggi, quasi tutti figli dei protagonisti del libro precedente, che si ritrovano a essere testimoni degli eventi prima, dopo e durante la seconda guerra mondiale. A differenza di La caduta dei giganti, però, L’inverno del mondo è sciapo, frettoloso, poco curato, e ho avuto come l’impressione che Ken Follett lo abbia scritto mentre pensava ad altro. Mi ero ripromesso di smettere di leggere il libro nel momento in cui uno qualsiasi dei protagonisti fosse finito in un campo di concentramento, ma per lo meno questo non è successo.

Ma andiamo con ordine.

Ai protagonisti del primo romanzo, dicevo, sono subentrati i loro figli. Abbiamo Lloyd Williams, figlio di Ethel Williams e del conte Fitzherbert, un giovane idealista intenzionato a seguire le orme della madre e del patrigno e buttarsi in politica; Boy Fitzherbert, erede del conte Fitzherbert (e fratellastro segreto di Lloyd), che invece è un arrogante aristocratico nonché simpatizzante nazista; Carla ed Eric Von Ulrich, figli di Maud Fitzherbert e Wilhelm Von Ulrich che si sono trasferiti in Germania alla fine del romanzo precedente, lei è un’infermiera idealista mentre lui è un nazista; Woody e Charles Dewar sono i figli americani di Gus, Woody è un giovane idealista che vuole seguire le orme del padre e buttarsi in politica mentre Charles è un giovane idealista che vuole arruolarsi nell’esercito (principalmente perché ci serve un POV durante l’attacco di Pearl Harbor); sempre in America, abbiamo i figli di Lev Peskov, Daisy, che frequenta l’alta società di Buffalo e aspira a farsi un nome, e Greg, illegittimo, che invece aspira a compiacere il padre; in Russia abbiamo il terzo fratello Peskov, Volodjia (che però non sa di essere anche lui figlio di Lev e crede di essere invece figlio di suo fratello Grigorij), membro di rilievo dell’elite comunista. Inoltre abbiamo l’ispettore Thomas Macke che è assolutamente inutile ed è messo lì per ricordarci che i nazisti sono cattivi.

Ora, se nel libro precedente i personaggi sembravano più che altro sagome di cartone con una o due caratteristiche di personalità che non cambiavano mai nel corso delle mille e più pagine del romanzo, per lo meno giunto alla fine avevo memorizzato i loro nomi. Qui nemmeno questo. I personaggi in L’inverno del mondo sono quanto di più generico e irrilevante vi possa essere. A onor del vero alcuni subiscono una sorta di evoluzione psicologica nel progredire della storia, ma è solo perché Ken Follett non ha avuto le palle di fare di uno dei suoi protagonisti un fervente nazista convinto delle proprie idee. Ed è proprio per questo che ha incluso tra i POV Thomas Macke: per avere un nazista fedele allo stereotipo del nazista senza dover insozzare la purezza degli alberi genealogici dei suoi protagonisti. Eric Von Ulrich, che parte fervente nazista e resta fervente nazista fino agli anni conclusivi della guerra, per poi passare all’altra sponda facendosi sedurre dal comunismo, poteva essere una buona occasione per creare un po’ di varietà ideologica tra le famiglie protagoniste, e invece è il solito caso di personaggio che diventa nazista a causa della pressione dei pari e smette di essere nazista perché i nazisti sono letteralmente Hitler.

Mi sono cascate le palle anche ogni volta che il romanzo presentava una contrapposizione ideologica. Ora, io posso capire che Ken Follett, essendo un liberale di sinistra, trovi difficoltà a vedere le motivazioni della destra conservatrice. Ma chi pratica il mestiere dello scrittore, specialmente uno scrittore che scrive romanzi storici ambientati in un certo contesto, non può non fare uno sforzo per cercare non dico di giustificare ma per lo meno di capire perché milioni e milioni di persone, anche in paesi democratici come il Regno Unito e gli Stati Uniti, hanno aderito e appoggiato un’ideologia antidemocratica come quella nazista. Non per altro: in quanto autore politicamente impegnato, negli anni della stesura di L’inverno del mondo, Ken Follett sarà sicuramente stato interessato all’espansione dell’UKIP in Gran Bretagna. Avrebbe potuto ragionare su ciò che stava accadendo al di là del suo naso per fare una riflessione sull’ascesa dei movimenti populisti in Europa nel presente e le similitudini con quelli del passato. Lungi da me dire che non vi sia differenza tra il nazismo e l’UKIP (e gli altri movimenti populisti, tipo i nostrani Lega Nord e Movimento cinque stronzi), ma di sicuro vi sarà una comunanza di ragioni in grado di spiegare che cosa spinge cittadini di paesi democratici ad abbracciare ideologie palesemente antidemocratiche. Soprattutto perché viene fatta una cosa simile con il comunismo, di cui Volodjia, che pure serve il sistema, percepisce i punti deboli e le ipocrisie. Invece Ken Follett preferisce fare di ogni conservatore un personaggio arrogante, meschino, ipocrita e possibilmente puttaniere. Non siamo ancora ai livelli della fallacia dell’argomento fantoccio ma poco ci manca. E visto che il prossimo romanzo è ambientato durante la guerra fredda, e le differenze ideologiche tra i protagonisti si faranno più simili a quelle del mondo a noi contemporaneo, non nutro sinceramente grandi speranze che Ken Follett riservi agli anticomunisti americani (perché ci scommetto le palle che almeno uno dei protagonisti del prossimo romanzo sarà perseguitato ingiustamente dal maccartismo) un trattamento diverso da quello che ha avuto per i nazisti. Inoltre, ho trovato curioso che un romanzo attento al dettaglio storico come questo condanni (giustamente) i campi di prigionia nazisti, mentre non faccia nemmeno menzione dei campi di prigionia degli americani.

Al di là dei personaggi, questo romanzo offre una trama che, come quella del libro precedente, avrebbe potuto essere di gran lunga meglio se Ken Follett non si fosse focalizzato principalmente sul tentativo dei protagonisti di influenzare con le loro azioni l’esito di eventi storici. È inutile per me, lettore, investire energie a preoccuparmi della battaglia per contrastare l’approvazione del decreto dei pieni poteri del 1933 quando SO che il decreto dei pieni poteri è stato passato dal parlamento tedesco nel 1933. La scelta di fare degli eventi storici non solo la base ma l’intelaiatura stessa della trama non è granché azzeccata, a meno che non si voglia andare a scrivere per un lettore privo delle basilari conoscenze di storia moderna – l’unica tipologia di persona che starà in tensione a domandarsi “Chissà come andrà a finire?” leggendo il capitolo sulla battaglia di Mosca.

E quando si discosta dalla trasposizione storica, la creatività di Ken Follett mostra appieno i propri limiti. Ad esempio le trame che coinvolgono i personaggi (amori, contrasti e altra roba da telenovela colombiana) sono piuttosto prive d’impatto. L’unico personaggio di cui mi è interessato leggere le vicissitudini è stata Daisy Peskov, e solo perché è lei l’unica che subisce una chiara evoluzione psicologica dall’inizio alla fine della libro. Per il resto, le vicende personali dei protagonisti sembrano telegrafate, quando non addirittura copiate da quanto vissuto dai vecchi protagonisti di La caduta dei giganti. Magari Ken Follett pensa che io non me ne sia accorto, ma la motivazione per la quale Lloyd Williams prende e parte a combattere la guerra civile spagnola è la stessa identica motivazione che ha portato nel libro precedente Gus Dewar ad arruolarsi nella prima guerra mondiale. A onor del vero, Ken Follett ancora se la cava quando si tratta di scrivere di spionaggio e controspionaggio, genere sul quale ha praticamente costruito il suo successo, ma più o meno è l’unica sottotrama che si salva. E nemmeno a pieni voti.

Inoltre, per i miei gusti, richiede un po’ troppa sospensione dell’incredulità l’accettare che i nove protagonisti del romanzo siano stati testimoni di ogni singolo evento storico rilevante degli anni che vanno dal ’33 al ’49. Finché si tratta del D-Day o della presa di potere di Hitler ok, ci può anche stare. Ma quando un personaggio si ritrova a Pearl Harbor durante l’attacco, un altro è coinvolto nel progetto Manhattan, un altro ancora è casualmente testimone degli effetti dell’Aktion T4, mi viene difficile accettare in buona fede quello che sto leggendo.

In ultima analisi, Ken Follett è il re dei romanzi da cesso, ma L’inverno del mondo resta un libro ben al di sotto della media. È leggibile, per carità, scorrevole perfino, ma solo se avete del tempo da perdere. Tenta di essere una sorta di ripetizione di La caduta dei giganti senza però riuscirci, visto che i personaggi che popolano le quasi mille pagine sono quasi tutti dimenticabili e gli eventi non scanditi dalla storia ma dipendenti dalla fantasia di chi scrive non sono quasi mai avvincenti (c’è qualche sequenza tesa con Carla in Germania durante la guerra e a onor del vero l’attacco a Pearl Harbor l’ho trovato ben raccontato, con tanto di colpo di scena finale). In più, mentre in La caduta dei giganti veniva lasciato ampio spazio a un tema come il cambiamento della posizione politica e sociale della donna, in questo romanzo manca una sorta di filo tematico. L’evoluzione della condizione femminile è ancora esplorata, ma non ha più la rilevanza che aveva per Ethel Williams o Maud Fitzherbert, e il romanzo risulta pertanto quasi deprivato di una sua identità ideologica.

Il terzo e ultimo romanzo della trilogia del Novecento, I giorni dell’eternità, sarà ambientato durante la guerra fredda. Conoscendo Ken Follett, e visti i due libri che l’hanno preceduto, posso già predire (oltre al personaggio perseguitato dagli anticomunisti viscidi ipocriti e puttanieri) che avremo un ampio focus sulle relazioni interraziali, con il personaggio di razza mista introdotto in L’inverno del mondo a fare da protagonista; almeno due personaggi, amanti o parenti, divisi dal muro di Berlino; almeno due personaggi impegnati nel controspionaggio; e di sicuro un personaggio che va a combattere in Vietnam perché la donna che ama l’ha rifiutato. Tra un paio di settimane/un mesetto, quando troverò la forza necessaria per prendere in mano il libro, scopriremo se ci ho visto giusto.