Ho aperto la recensione del primo volume di questa trilogia, La caduta dei giganti, con un paragrafo un po’ ovvio che, in buona sostanza, diceva: il Novecento è stato un secolo di grandi cambiamenti storici e sociali. E, grazie, quale secolo non lo è? Però i mutamenti del Novecento sono quelli che ancora oggi fanno parte della nostra vita.

Il problema nel raccontare la storia, anche dal punto di vista della narrativa di intrattenimento (o, nel caso di Ken Follett, della narrativa da cesso, ossia quella che scorre meglio quando se ne usufruisce seduti sulla tazza o durante un lungo viaggio in treno), è che più vicini a noi nel tempo sono gli eventi storici che vengono trattati, più è facile che, chi scrive, sostituisca ai fatti una visione della storia basata sulla propria prospettiva. Che è esattamente ciò che accade in I giorni dell’eternità.

Il romanzo, così come i due precedenti, copre circa un ventennio di storia del ventesimo secolo, in questo caso gli anni che vanno dal 1961 al 1989, che non a caso sono le date di costruzione e demolizione del muro di Berlino, più un epilogo ambientato nel 2008, durante la prima inaugurazione presidenziale di Barack Obama. Idealmente, I giorni dell’eternità è diviso in tre tronconi tematici, il primo è dedicato alla presidenza Kennedy e alla lotta per i diritti civili dei neri negli Stati Uniti, il secondo alle cause e conseguenze della guerra del Vietnam nonché alle vicissitudini di un gruppo pop britannico, e il terzo alla disgregazione dell’Unione Sovietica.

Protagonisti del romanzo, come sempre, sono i figli della generazione che aveva affollato le pagine di L’inverno del mondo e quindi i nipoti dei personaggi di La caduta dei giganti. A fare la parte del leone in questo romanzo è George Jakes, figlio illegittimo e di razza mista di Greg Peskov, a sua volta figlio illegittimo di Lev Peskov, attivo nella politica statunitense a fianco di Bob Kennedy, sia durante il suo periodo come procuratore generale degli Stati Uniti (durante la presidenza di JFK), sia durante gli anni da senatore e le primarie democratiche del 1968. Dall’altra parte della cortina di ferro abbiamo Dimka Dvorkin e sua sorella Tanja, entrambi figli di Anja Peskov, la figlia di Grigorij Peskov e sua moglie Katerina. Dimka è un funzionario del partito comunista, braccio destro di Khrushchev, che piano piano realizza che forse il comunismo non è questa ideologia virtuosa che viene sbandierata ai quattro venti dai gerarchi del partito, mentre Tanja è una giornalista che sin da subito scopriamo lavorare contro il regime in particolare contrabbandando in occidente manoscritti di uno scrittore suo amico imprigionato in Siberia. La famiglia Williams è invece rappresentata da Dave, figlio di Lloyd e Daisy Peskov, la cui tumultuosa storia d’amore ha occupato buona parte del libro precedente, e quindi discendente di Ethel Williams e del conte Fitzherbert per parte di padre e di Lev Peskov per parte di madre. La famiglia Von Ulrich è rappresentata dai tre figli di Carla, Rebecca Hoffman, adottata durante la guerra, Walli, nato dallo stupro che Carla ha subito da parte di un gruppo di soldati sovietici, e Lilli Franck. Mentre Rebecca e Walli fuggono dalla Berlino Est occupata dai comunisti, lei per diventare politica e lui per diventare musicista di fama internazionale, Lilli resta con la famiglia ed è il nostro punto di vista per ciò che succede sotto la dittatura comunista. I Dewar infine sono rappresentati da Cam Dewar, figlio di Woody e nipote di Gus, che ha commesso il terribile crimine di essere… un repubblicano!

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Alla nuova generazione di Peskov, Williams, Von Ulrich e Dewar, si vanno ad aggiungere due POV “imbucati”, ossia l’ambizioso giornalista Jasper Murray (che in realtà sarebbe il figlio di Eva Rothmann, l’amica ebrea di Daisy Peskov scappata dalla Germania nazista i cui genitori erano anche amici dei Von Ulrich), e Maria Summers, che esiste per andare a letto con John Kennedy e in generale essere simpatica come carta vetrata sulle palle.

I giorni dell’eternità è un romanzo di oltre 1200 pagine, e la qualità, devo dire, è piuttosto altalenante. Mentre la prima parte del romanzo, quella che va dal 1961 al 1964 e segue nel dettaglio la presidenza Kennedy, Martin Luther King e le battaglie per il riconoscimento dei diritti civili dei neri negli Stati Uniti è ben riuscita sia da un punto di vista storico, sia narrativo, il libro perde forza nel momento in cui Ken Follett mostra le sue preferenze politiche e la storia diventa un racconto revisionista dal punto di vista liberaldemocratico. Nixon, che pure non era certo uno stinco di santo, Reagan, e perfino il povero Cam Dewar, sono tutti vittime dei bias politici di Ken Follett, per aver commesso il crimine di essere repubblicani conservatori. Cam Dewar in particolare riceve il trattamento peggiore: siccome è repubblicano (apriti cielo), nessuna donna vuole andare a letto con lui e (reggetevi forte) è costretto a richiedere i servizi di prostitute. Voglio dire, lo sapete quanto è difficile che in un libro di Ken Follett qualcuno NON faccia sesso? È un libro di Ken Follett, tutti fanno sesso tutto il tempo, indipendentemente da razza, credo, età e situazione finanziaria. Ma Cam Dewar no, perché è un conservatore. Meglio ancora, viene lasciato intendere che quella che in seguito diventa sua moglie lo faccia solo per tornaconto economico. Lasciamo perdere che caratterizzare un oppositore del punto di vista dell’autore di caratteristiche grottesche è un colpo basso che ha dell’infantile, è anche pessima scrittura.

D’altro canto, non aspettatevi di trovare personalità multisfaccettate e vibranti negli altri personaggi. Nessuno, come anche era il caso dei protagonisti dei precedenti due libri, va al di là di una, massimo due, caratteristiche di personalità. Non è un caso che, in tutte le milleduecento pagine di I giorni dell’eternità, le tre scene che hanno avuto un minimo di impatto emozionale su di me sono state, nell’ordine in cui compaiono, l’ultimo incontro tra il conte Fitzherbert e una Ethel Williams che sta per soccombere al cancro, l’incontro tra il conte Fitzherbert e suo figlio Lloyd, mai riconosciuto come tale, dopo il funerale di Ethel, e la scena in cui i fratelli Peskov si riuniscono per l’ultima volta dopo cinquant’anni di separazione al capezzale di Grigorij. Si tratta di scene che vedevano protagonisti i personaggi originali della trilogia, gli unici con i quali, nel bene e nel male, avevo stabilito una qualche relazione. Mentre i personaggi di I giorni dell’eternità, così come quelli di L’inverno del mondo, sono più che altro minestre riscaldate.

In particolare, e strano a dirsi, visto a come ha preso avvio la trilogia, i personaggi femminili. Se nelle recensioni ai precedenti volumi non ho mai mancato di sottolineare che, pur nella innegabile piattezza dei personaggi, ce n’erano sempre uno o due che si salvavano, e questi uno o due non mancavano mai di essere donne (Ethel Williams e Maud Fitzherbert nel primo, Daisy Peskov nel secondo), nel parlare di questo volume conclusivo della saga non posso fare altrettanto. Gli unici personaggi che risaltano sono, come ho detto sopra, Ethel, il conte Fitzherbert e i fratelli Peskov, nei brevi momenti in cui compaiono. Il che significa non solo che nessuno dei personaggi della nuova generazione mi ha fatto chissà quale impressione positiva, ma soprattutto che questo libro manca di personaggi femminili di carattere. Tanja è forse quella che si avvicina di più, ma è lontana chilometri dalle Ethel, Maud e Daisy dei libri precedenti. Rebecca e Lilli sono poco più che comparse, mentre Beep Dewar, Maria Summers e Verena Marquand sono letteralmente insopportabili, vapide, egoiste, irritanti, senza un’unghia della personalità delle tre donne che le hanno idealmente precedute.

Poi abbiamo un’altra cosa che mi ha infastidito, specialmente perché siamo all’interno di una serie composta da romanzi di in media mille pagine l’uno. Ci sono un sacco di storie inconcluse. Non so se siano state abbandonate consapevolmente da Ken Follett o da lui stesso dimenticate, ma ci sono e partono sin dal primo libro. In La caduta dei giganti abbiamo Pinskij, il poliziotto corrotto che è uno degli antagonisti nella storia di Grigorij Peskov in Russia, che alla fine del romanzo diventa un lacchè di Stalin e sembra sia destinato a continuare a essere un problema nel sequel, invece in L’inverno del mondo non c’è più traccia di lui. Lo stesso vale per Erik Von Ulrich, che è addirittura un POV nel secondo romanzo, al termine del quale da nazista convinto diventa comunista, per poi scomparire e non venire mai più menzionato dalla sua stessa famiglia, nonostante sembrasse destinato a essere un antagonista nel terzo romanzo. Poi abbiamo le storie minori lasciate in sospeso, che non mi sarebbe spiaciuto venissero non dico riprese, ma per lo meno menzionate per dare un senso di chiusura alla storia. Ad esempio, chi è l’erede dei conti Fitzherbert? Sappiamo che Boy è morto in L’inverno del mondo e che non poteva avere figli, ma Fitz ha avuto un altro bambino da Bea, che dovrebbe essere l’erede, ma che non solo non viene più menzionato nel corso dei romanzi successivi, ma viene perfino omesso dagli alberi genealogici a inizio libro. Ora, io capisco che Follett, in quanto laburista, abbia un hate boner nei confronti dell’aristocrazia, ma non gli sto chiedendo di glorificare i Fitzherbert, voglio solo sapere che ne è stato di loro, vorrei solo un po’ di chiusura, grazie. Lo stesso dicasi per Billy Williams, di lui abbiamo qualche notizia in più, ma è strano che in un romanzo generazionale, proprio colui che è stato il primo POV incontrato dai lettori, venga relegato al ruolo di una comparsa menzionata di rado.

Insomma, tiriamo le somme. Ho trovato I giorni dell’eternità un romanzo migliore di L’inverno del mondo ma peggiore di La caduta dei giganti. E, in nessun caso, un romanzo di buona qualità. È tutt’al più accettabile, e se non avete intenzione di perdere giorni a leggere un romanzo di milleduecento pagine che è solo accettabile, vi consiglio di lasciare perdere. La prima parte relativa ai diritti civili e alla presidenza Kennedy è interessante, ma il resto della storia si perde in lungaggini e melodramma, specialmente per quanto riguarda Dave Williams e Walli Franck. Sarebbe un romanzo perfettamente adeguato, senza (troppa) infamia né lode, se non fosse per un piccolo problema.

L’aspetto su cui non posso soprassedere è il racconto revisionista della storia che propone Ken Follett. Caso vuole che questo weekend sono andato a una grigliata a casa dei miei genitori alla quale era presente anche mia nonna che, tra un salmone e uno spiedino di gamberi (era una grigliata di pesce) mi ha raccontato che un cuoco famoso della televisione (pare Vissani) aveva denunciato che il kamut in realtà non era affatto grano ma soia. Alla mia risposta che, no, il kamut è effettivamente grano, anche perché è il nome con cui si chiama il grano khorasan, guarda c’è scritto anche su Wikipedia, si è rifiutata di crederci, perché lo aveva detto il cuoco famoso alla televisione. Ecco, ora sono qui che mi domando quanta gente imparerà una versione falsata e revisionista della storia europea perché l’ha detto Ken Follett. Viviamo in un momento storico in cui, neanche una settimana fa, sulla base di palle propagandistiche la quinta potenza economica del mondo si è fatta intortare e ha lasciato l’Unione Europea retrocedendo nottetempo a sesta potenza economica del mondo. Tempo ottobre, sulla base di altre palle propagandistiche (TUTTI A CASAHHH! IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO IN UNA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE NON È STATO ELETTO DAL POPOLOHHH!) un altro referendum costituzionale che potrebbe cambiare un po’ le cose in questa gerontocrazia di paese andrà probabilmente in vacca.

Questo per dire che raccontare palle, specialmente se la persona che le racconta è qualcuno di rispettato e ritenuto (anche erroneamente) reputabile, come potrebbe essere uno scrittore di best seller internazionali, ha delle conseguenze serie e importanti, poco importa a quale mulino si tenti di tirare l’acqua.