Prima di cominciare a dare un’occhiata al secondo volume della collana Cosmo Oro, un appunto. Inizialmente, quando mi era venuta la mezza idea di scrivere una serie di recensioni tematiche, a commento magari di una collana di narrativa, ero orientato a scegliere la Fantacollana, sempre pubblicata dall’Editrice Nord, perché in fondo sono un lettore più orientato al fantasy che alla fantascienza (come di sicuro saprete, se seguite il mio blog). La Fantacollana, però, è già stata snocciolata a dovere sul blog di Davide Mana e su True Fantasy, quindi occuparmene mi sarebbe sembrato ridondante.

Quando ho optato per la Cosmo Oro, non mi ero reso conto che già un’altra blogger Valentina Coscia sul suo Parietaria Officinalis se ne stava occupando. Probabilmente se me ne fossi reso conto prima avrei scelto di leggere la Cosmo Argento, almeno per non sembrare il copione di turno, ma alla fine la blogsfera seppur non immensa è abbastanza grande per due serie di recensioni sulla collana Cosmo Oro e, in ogni caso, le recensioni, in quanto opinioni, sono come i buchi del culo: ognuno ha il proprio. Quindi, nel caso non vi soddisfi la mia recensione di Aarn Munro il gioviano di John W. Campbell Jr., andate a leggere la sua, è ben fatta. O andate a leggerla comunque, giusto per avere due buchi del culo al riguardo. Opinioni. Volevo dire opinioni.

Aarn Munro il gioviano è in realtà una raccolta di tre novelle aventi come protagonista il superuomo dai natali gioviani Aarn Munro. I figli di Mu, scritto nel 1935 apre la raccolta, seguito poi da Avventura nell’iperspazio e L’atomo infinito, entrambi del 1949. In realtà controllando su Wikipedia (quella che ha senso di esistere, l’inglese, non la parodia nostrana) ho scoperto che ci sarebbe anche una quarta storia chiamata The Interstellar Search collocata da Campbell tra The Incredible Planet (ovvero Avventura nell’Iperspazio) e The Infinite Atom (L’atomo infinito). Siccome non ce n’è traccia in nessuna traduzione italiana, posso solo supporre che The Interstellar Search sia il primo corposo capitolo di L’atomo infinito in italiano, che poi è stato accorpato al resto della novella.

O magari si tratta di un’eccitante storia di Aarn Munro e compagnia che entrano in contatto con una civiltà aliena in guerra con una seconda civiltà aliena, parlano per ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore e ore di tecnologie e teorie pseudoscientifiche e decidono in fine che il genocidio è la soluzione ai loro problemi. Ossia quello che succede in tutte le altre storie della raccolta.

Che poi sarebbe il primo motivo per cui leggere questo libro è stato, per il sottoscritto, quasi una tortura.

I figli di Mu comincia in maniera abbastanza innocente con la descrizione di Aarn Munro, nato e cresciuto su Giove e pertanto influenzato dalle caratteristiche gravitazionali del pianeta gigante. In particolare, Aarn Munro è una sorta di superuomo, muscoloso, con spallone giganti e collo taurino. Non fosse stato per le gambe, descritte come solide e possenti, non avrei fatto fatica a immaginarmelo come Johnny Bravo.

Oh, ma chi voglio prendere in giro? Ovviamente me lo sono immaginato con le fattezze di Johnny Bravo!

Johnny_Bravo

Per inciso, la storia è stata scritta nel 1935, e che i pianeti giganti fossero composti principalmente da gas a causa della loro densità era noto già negli anni Trenta. Che poi la superficie di Giove non fosse solida lo sapeva anche Cassini, che ne osservò la rotazione differenziale. Campbell che, lo vedrete, era fissato con la scientificità delle sue storie, sicuramente doveva sapere che Giove era un pianeta gassoso, e pertanto immagino che, riferendosi ad Aarn Munro, con “nato su Giove” intendesse “nato dalle parti di Giove ma comunque sottoposto all’enorme gravità di Giove”. Anche se per le riviste pulp a lui contemporanee, la questione aveva una soluzione differente.

In ogni caso, avrei dovuto realizzare che la lettura di questo romanzo non sarebbe filata liscia nel momento in cui ho constatato che i primi due capitoli consistevano quasi unicamente nella descrizione di fantastiche innovazioni tecnologiche che Aarn Munro, tanto forzuto quanto agile di mente, apporta alla sua nave spaziale. In ogni caso, in seguito la nave in questione, la Sunbeam, ha un incidente nel corso del viaggio inaugurale e si ritrova a vagare sperduta nello spazio. Lì si imbatte in una civiltà aliena impegnata in una guerra che dura da migliaia e migliaia d’anni con un’altra civiltà. Aarn Munro e i suoi compagni di avventura, una volta scoperta la verità sulle origini della civiltà aliena, si schiera al suo fianco e fa tutto il possibile per aiutarli a vincere una volta per tutte la guerra interplanetaria.

La seconda parte del romanzo, intitolata Avventura nell’iperspazio, vede Aarn Munro e compagnia affrontare prima una razza antichissima sopravvissuta grazie all’invenzione di una tecnologia criogenica, e poi una guerra tra una razza aliena di schiavi contro gli alieni che li hanno soggiogati. La terza e ultima parte del romanzo è infine occupata dalla storia L’atomo infinito, che racconta dell’invasione della terra da parte dei centauri, che qui diventano (indovinate un po’) una razza aliena schiantatasi sul nostro pianeta durante l’antichità.

Con la minima eccezione dell’incipit di L’atomo infinito, che racconta dell’arrivo sulla terra dei centauri, le tre avventure di Aarn Munro seguono tutte quante uno schema simile: Aarn Munro e soci entrano in contatto con una civiltà aliena, la civiltà aliena in questione ha un problema con un’altra civiltà aliena, e Aarn & Co. intervengono per mettere fine al conflitto e alla fine hanno la meglio grazie alla superiorità scientifica di Aarn che crea di volta in volta armi più grosse e potenti del nemico. Che poi è lo schema di base di una qualsiasi avventura, non necessariamente fantascientifica, sta di fatto che leggerlo per tre volte di fila è un po’ noiosetto. Magari se fossero stati tre racconti presi singolarmente, e non smerciati come un solo “romanzo”, la poca elasticità delle trame sarebbe pesata di meno.

Inoltre, lo stile è alquanto difficile da mandar già. Dei tre racconti, I figli di Mu è del 1935 e gli altri due del 1949 e, devo dire, leggendoli si nota un certo miglioramento dovuto al passare del tempo. I figli di Mu è veramente difficile da digerire, mentre Avventura nell’iperspazio e L’atomo infinito sono migliori. Migliori, però, in questo caso non significa buoni. A voler essere gentili lo stile di Campbell potrebbe definirsi datato, solo che, no, non è datato. Da fan di Agatha Christie ho ovviamente letto Poirot a Styles Court, Avversario segreto, Aiuto, Poirot!, L’uomo vestito di marrone, Il segreto di Chimneys, L’assassinio di Roger Ackroyd, Poirot e i quattro, Il mistero del treno azzurro, I sette quadranti, La morte nel villaggio, Un messaggio dagli spiriti, Il pericolo senza nome, Se morisse mio marito, Assassinio sull’Orient Express e Perché non l’hanno chiesto a Evans?, tutti romanzi che predatano I figli di Mu e che non mi hanno invogliato al suicidio a causa della loro povertà stilistica. Garantito che Agatha Christie non è chissà quale autorità in tema di prosa e stile, ma per lo meno i suoi romanzi scorrono. Sarà anche colpa della traduzione del pleistocene, ma lo stile di Campbell è terribile. Sul serio, a nessuno importa di paragrafi e paragrafi di spiegazioni che suonano scientifiche e accurate ma che in realtà non lo sono su come funziona questa tecnologia o quest’arma.

E non è solo una questione di Aarn Murno che blatera troppo di come ha ottenuto questa o quest’altra tecnologia. È che Aarn Munro è un personaggio fondamentalmente antipatico. È saccente, borioso e crede sempre di aver ragione. Non sono riuscito a trovare una sola ragione che mi spingesse a seguirlo nelle sue avventure.

Per i personaggi secondari, invece, il discorso è un altro: loro una personalità proprio non ce l’hanno. Sono più che altro degli strumenti che Aarn Munro utilizza per ottenere il suo fine.

Ma il problema più grande che ho nei riguardi di questo libro è un altro: in I figli di Mu, Aarn Munro, senza nemmeno pensarci due volte o provare alcun rimorso o, peggio ancora, senza che questa scelta venga minimamente considerata problematica o messa in discussione da un personaggio o dalla voce narrante dell’autore, decide con noncuranza che la soluzione migliore per risolvere una guerra aliena è il genocidio. Ho cercato di mettermi nei panni di Campbell, di contestualizzare, per capire i motivi di una scelta del genere. Siamo nel 1935, la Germania nazista è sempre più potente, la guerra incombe, gli Stati Uniti si vedono come una forza del bene, contrapposta a un nemico che è il male assoluto. Forse è comprensibile, in un clima del genere, pensare che non vi sia nulla di male nell’annientare in tutto il proprio nemico. Personalmente non ho niente contro il militarismo, né contro l’esaltazione della guerra – è qualcosa che non condivido, ma non lo considero qualcosa di intrinsecamente “fascista”, tanto che sono più conservatore della media dei blogger radical chic per quanto riguarda temi come la sicurezza nazionale. Ma il genocidio è qualcosa di abominevole, anche se è perpetrato nei riguardi di una finta razza aliena della quale non sappiamo altro se non che sono “i nemici”.

È un po’ come quando il contatto Facebook di turno condivide sulla bacheca l’articolo (tendenzialmente bufala) del padre della ragazzina stuprata che rintraccia e uccide lo stupratore, accompagnato da commenti esultanti. Lo so che è una reazione di pancia a una situazione orribile, ma in quanto esseri umani dovremmo cercare di elevarci un po’ dall’animalesco, no?

Per cui, in conclusione, Aarn Munro il gioviano di John W. Campbell Jr. sarà anche un classico della fantascienza, e un piccolo scorcio di quelle classiche storie pulp che riempivano i giornaletti popolari nei bei tempi che furono, ma è anche un romanzo che vi consiglio di lasciar perdere. Per un motivo a scelta tra: è composto da tre storie, ma proseguono tutte fondamentalmente nello stesso modo; lo stile è antiquato e scorre davvero, ma davvero, male; il protagonista è antipatico; sempre il protagonista, l’“eroe” compie scelte morali discutibili, le conseguenze negative delle quali vengono taciute dallo stesso narratore, di modo da far passare una scelta palesemente sbagliata come un atto eroico.

E così ci restano solo altri duecento volumi della serie Cosmo Oro. Il prossimo è una vera chicca, perché si tratta di un romanzo scritto niente meno che dallo scrittore il cui nome è per antonomasia sinonimo di fantascienza, ossia Isaac Asimov.