Che questo articolo provenga da me, che ho appena scritto un romanzo di spionaggio con orchi, elfi e spade magiche e sto attualmente lavorando al sequel, ambientato ad Atlantide, potrebbe suonare strano. Ma la realtà è che il fantasy mi piace come il caffè: nero e senza magia.

C’è chi dice che il fantasy, per essere considerato tale, deve presentare due elementi: l’ambientazione in un mondo secondario e la presenza di un elemento soprannaturale. Questo era vero nel 1954 quando Tolkien pubblicava Il signore degli anelli, ma solo perché lo faceva Tolkien e Tolkien è considerato da praticamente tutti quanti il capostipite della letteratura fantastica moderna. Negli stessi anni però Mervyn Peake pubblicava la trilogia di Gormenghast, dove la magia ha molta meno prominenza di quanta non ne abbia in Tolkien. In seguito, essendosi il fantasy sviluppato anche grazie all’avvento di giochi di ruolo quali Dungeons & Dragons, la magia è diventata parte integrante e inscindibile del genere. Tanto che se chiedete anche oggi a chi ama discutere di generi letterari che cosa deve avere un fantasy per essere definito tale, vi sentirete quasi sempre rispondere “la magia”. Non “un qualche elemento impossibile nel nostro mondo” ma proprio “la magia”, quando va bene “il soprannaturale”.

Personalmente, trovo si tratti di una definizione che rivela una mentalità chiusa, ed è ormai inadatta a un genere che si è enormemente espanso nel corso degli ultimi settant’anni – da quando, cioè, una definizione tale poteva anche avere senso. È un po’ come dire che non è un romanzo giallo se non c’è un delitto, il che è una sciocchezza: Poirot risolveva anche casi di furto, frode e rapimento. Certo, i delitti erano quelli che lo hanno reso popolare (e che facevano vendere ad Agatha Christie le storie), ma non c’erano solo quelli.

Molti dei miei romanzi fantasy preferiti vedono al loro interno qualche forma di magia, più o meno evidente. Molti altri, però, di magia non ne hanno un briciolo. I romanzi migliori di Guy Gavriel Kay (The Lions of Al-Rassan in testa) sono eccellenti fantasy storici in cui la magia non esiste. The Heroes di Joe Abercrombie è ambientato in un mondo in cui la magia esiste, ma nel romanzo non compare. Sempre di Abercrombie, ho appena letto Il mezzo re (che pure non annovererei tra i miei romanzi preferiti) in cui di magia non ce n’è. Sharps e molti altri romanzi (e racconti lunghi) di K.J. Parker sono eccellenti e non hanno traccia di magia. E, se vogliamo essere fiscali, un drago non è poi così diverso da una mucca se viene descritto solo come un animale, come fa Marie Brennan nella serie di Lady Trent o Naomi Novik in quella di Temeraire.

Sia chiaro, non vi sto dicendo come vivere la vostra vita, o meno ancora come scrivere i vostri romanzi. È solo che il fantasy senza magia presenta alcuni innegabili vantaggi.

Ad esempio, quante volte una storia fantasy ha visto protagonista un giovane di umile estrazione sociale che, guidato da un anziano e magari improbabile mentore, si ritrova strappato dal suo microcosmo d’origine e costretto a portare sulle sue spalle il destino del mondo intero? Si tratta del canovaccio fondamentale del fantasy post-tolkeniano, quel genere di storia in cui la magia avrà un peso fondamentale perché “è così che abbiamo sempre fatto”. Ora, immaginiamo di togliere dal quel contesto l’elemento magico.

Senza magia, parecchie cose cambiano, e improvvisamente è più difficile ricadere nei cliché del fantasy post-tolkeniano. Tanto per dirne una, chi è il mentore dell’eroe, se non può essere l’ultimo membro rimasto di un potente ordine di maghi? Quale arma segreta impiegherà l’eroe per sconfiggere l’antagonista, ora che abbiamo tolto dall’equazione la possibilità di armarlo con la Leggendaria Spada Parlante del Re degli Elfi?

Certo, la trama di base non deve discostarsi molto da quella schematizzata da Vogler in Il viaggio dell’eroe, ma eliminando l’elemento magico si è costretti a trovare nuove soluzioni anche per una trama di impianto classico. Questo consentirebbe, tra l’altro, di inserire un elemento di novità all’interno di un contesto famigliare, cosa che da eventuali lettori viene in genere ben accolta.

Lo stesso vale per il deus ex machina. Quante volte l’eroe e i suoi amici si sono salvati la pelle grazie a un potente incantesimo lanciato proprio al momento giusto? Eliminare la magia significa anche eliminare la tentazione di impiegare soluzioni facili per situazioni complesse. Senza questa rete di salvezza magica, chi scrive è costretto a trovare nuove soluzioni per situazioni che possono metterlo con le spalle al muro. Tipo, immaginatevi Paolini costretto a riscrivere il Ciclo dell’Eredità senza usare deus ex machina. Dei ex machina. Ex machine. O quel che è.

E, dal momento che abbiamo levato di mezzo quell’irritante sassolino nella scarpa che è la magia, ci siamo anche liberati del suo altrettanto irritante compagno di viaggio. Il temibile infodump. Ovvero, per chi non fosse famigliare con il termine, quella parte di testo, di solito lungo e capace come poco altro di spezzare il ritmo della narrazione, dedicata alla spiegazione di come funziona questo o quell’altro elemento del mondo in cui avviene la storia – e, nel caso particolare del fantasy, delle regole della magia.

Ma liberi del peso del soprannaturale, non c’è più bisogno di mettersi a leggere (o scrivere!) la stantia, ridondante e noiosa scena del giovane studente a cui vengono impartite lezioni sul funzionamento della magia, che diventano via via più cavillose mano a mano che l’autore della storia in questione si avvicina all’essere Brandon Sanderson.

Ma non è solo per questioni stilistiche che ho arbitrariamente deciso che il fantasy senza magia funziona come e a volte meglio del fantasy con la magia. Addentriamoci infatti nella sociologia dei mondi fantasy.

Dal momento che, come ho detto all’inizio e ribadisco anche qui, un grande ruolo nella popolarizzazione del genere fantasy, e anche nella formazione di molti di quelli che attualmente lo scrivono, ce l’ha avuta Dungeons & Dragons, è inevitabile che alcune caratteristiche di questo gioco, che poi è andato a sua volta a influenzare molti altri giochi di ruolo (la serie Elder Scrolls è stata influenzata da Wizardry, a sua volta influenzato da D&D; Dragon Age è il successore spirituale di Baldur’s Gate, che è un gioco licenziato da D&D, e così via), si ritrovino altrove. Ora, io non ho mai giocato a D&D (per l’ovvio motivo che è necessario avere amici e/o qualcuno con cui interagire faccia a faccia, entrambe cose contrarie al mio credo), ma ho avuto per anni il mio prete e il mio warlock su World of Warcraft.

Tutto questo per dire che, giocando a rpg e leggendo fiction a essi inspirata, ho notato la tendenza a utilizzare in storie fantasy la divisione in classi propria dei giochi di ruolo. In particolare, quella tra maghi da una parte e chierici dall’altra. Che personalmente, da tizio che ha studiato sociologia, mi è sempre suonata un po’ strana. Una società all’interno della quale specifici individui sono in grado di sviluppare poteri magici sovrannaturali non sarebbe portata a venerare questi stessi maghi? In un mondo in cui la magia è reale, una distinzione tra maghi e religiosi secondo me non ha senso, anche perché la religione non è altro che venerazione di ciò che è soprannaturale.

È una sorta di paradosso del world building, che molti autori hanno, a onor del vero, risolto in modi creativi. Ma, eliminando la magia, il problema sarebbe risolto alla radice, con la religione che tornerebbe a essere, come nel nostro mondo, la fede in una semplice superstizione.

E, d’altro canto, eliminare la distinzione tra magia e religione togliendo di mezzo la magia, non significa eliminare tutti quegli elementi che fanno contorno a entrambe e che sono molto popolari nella letteratura di genere, come profeti e profezie.

Se ci pensate per bene, noi viviamo in un mondo in cui la magia e il soprannaturale non esistono. Eppure di profeti ne abbiamo avuti e continuiamo ad averne a bizzeffe, di profezie, così come di ciarlatani, sono piene le pagine dei libri di storia, così come quelle del settimanale Di Più.

Non importa, al profeta, che la magia esista veramente o meno, perché non è lui ad avverare la profezia, ma quelli che ci credono.

E, già che ci siamo, non dimentichiamoci della terza legge di Clarke: “Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”.

Il fuoco greco impiegato durante le battaglie navali dai bizantini deve essere sembrato magico agli arabi, almeno al primo impatto, così come deve essere sembrata magia quella degli specchi ustori usati da Archimede contro i romani durante l’assedio di Siracusa. Questo per dire, con un po’ di creatività, contestualizzazione, e un minimo di studio della storia, non c’è bisogno di inserire la magia.

Il discorso sulla tecnologia, poi, introduce un altro aspetto del fantasy senza magia. Finora ho fatto riferimento a fantasy storici, pensando soprattutto a Guy Gavriel Kay e K.J. Parker (che hanno in comune di essere due dei miei scrittori preferiti), ma il discorso si estende anche ai sottogeneri del fantasy, come ad esempio lo steampunk e molti altri –punk che da esso derivano. Anzi, forse lo steampunk è proprio un esempio emblematico, in quanto il genere nasce proprio come speculative fiction con un maggiore focus sulla tecnologia rispetto agli elementi magici e sovrannaturali.

E infine, giusto per tornare a menzionare Temeraire o Lady Trent, un centauro o un lupo mannaro sono creature magiche, ma un drago non è necessariamente diverso da una mucca. Sono animali, certo, selvatici e pericolosi, ma lo sapete quale altro animale è pericoloso? Il koala. Quel viscido, abominevole mostro.

3_2_cutest_koala

E su questo volto omicida concludiamo la mia arringa sul perché il fantasy senza magia non solo è bello ma, sotto sotto, è anche meglio. Certo, sono disposto ad ammettere che proiettili infuocati, tempeste di ghiaccio e spirali dell’amore di Venere hanno il loro fascino, ma sapete cos’altro è affascinante? Un koala. Un accurato worldbuilding che si diversifica dal mare di già visto e derivazione che compone la gran parte del genere.