Non avevo in programma di scrivere una raccomandazione su Southern Bastards di Jason Aaron con i disegni di Jason Latour, non fosse altro perché ho letto il primo volume, Here Was a Man, a settembre dell’anno scorso e non ce l’ho più freschissimo nella memoria. L’altra sera, però, ho preso in mano il volume due della serie, Gridiron, l’ho letto tutto d’un fiato (o meglio, quasi, perché pure io devo dormire di tanto in tanto) e ora eccomi qui.

Non capita spesso che, a un primo arco narrativo eccellente come Here Was a Man, faccia seguito qualcosa di ancora meglio, ma così è stato per Southern Bastards.

Per cui, se questa mattina, anziché la recensione di Night of Knives di Esslemont (o di Il tiranno dei mondi di Asimov, ancora non ho deciso) state leggendo questo pezzo su Southern Bastards, sappiate che la colpa è di Jason Aaron, non mia.

E dire che di Jason Aaron non ho mai avuto un’opinione sfavillante. Certo, sa raccontare una storia, ma non l’ho mai considerato grandioso o geniale. Già autore di Scalped, altra serie crime ambientata nelle aree rurali degli Stati Uniti, come Southern Bastards, io Jason Aaron l’ho conosciuto per due fumetti che reputo mediocri tendenti al brutto (non a caso si tratta di fumetti Marvel), ovvero la recente serie di Star Wars (che era partita con buoni auspici ma si è rivelata una gran pila di mediocrità) e, soprattutto, le tre più recenti serie di Thor (Thor: God of Thunder, Thor e The Mighty Thor). Esatto, Jason Aaron è stato ed è tutt’ora l’autore di FemThor. Di cui non voglio assolutamente parlare, perché non vale la pena sprecarci tempo.

Certo, Southern Bastards è un lavoro creator-owned pubblicato con la Image, il che di per sé è già una garanzia di qualità, in cui Jason Aaron, non ristretto da imposizioni editoriali, si vede, sembra stia riversando il meglio del suo talento fumettistico.

Il primo volume di Southern Bastards, intitolato Here Was a Man, vede protagonista Earl Tubb, un uomo di mezz’età che fa ritorno nella rurale cittadina dell’Alabama in cui è nato e cresciuto e diventato capitano dei Runnin’ Rebs, la locale squadra di football (quello murikano, quello che non si gioca con i piedi, né con una palla). Oltre a misurarsi con il ricordo del padre deceduto, Earl entrerà anche in conflitto con il terribile coach Eules Boss, che non solo allena con successo i Rebs, ma tiene in pugno l’intera Craw County e i suoi abitanti con violenza e spietatezza.

Leggere Southern Bastards è l’esperienza che più si avvicina alla lettura di un telefilm, magari della HBO (o di FX, che ha acquistato i diritti della serie con l’opzione di produrne un adattamento). Jason Aaron è magistrale a rendere, con dialoghi lapidari e una buona dose di vignette mute, fatte di gesti e sguardi, ma soprattutto brutale violenza, la desolazione morale e la cattiveria di Craw County e dei suoi abitanti, contrapponendola al desiderio di giustizia di Earl Tubb e dei pochi, coraggiosi o folli, che si schierano dalla sua parte. Il successo della storia è anche merito dei disegni, spigolosi ed efficacissimi, di Jason Latour (nonché dei colori, sempre a opera di Latour, che racchiudono la storia in un’opprimente gabbia di rossi e arancioni), che già aveva lavorato con Aaron su Scalped e Wolverine.

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E, come ogni buona stagione televisiva che si rispetti, Southern Bastards si chiude con un colpo di scena sconcertante. Tale da lasciare chi legge a domandarsi: e ora da che parte vanno a parare, nella seconda stagione?

Beh, la seconda stagione, chiamiamola così, è intitolata Gridiron ed è un grande ritratto di Coach Boss e di come diavolo siamo arrivati agli eventi visti nel primo volume. Non è assolutamente un flashback che spiega tutto nel dettaglio – sarà necessario, per avere un quadro completo, unire noi stessi i puntini o aspettare che Jason & Jason ci portino di nuovo nel passato – ma riesce a disegnare un ritratto più a tuttotondo di un personaggio che, a una prima lettura poco attenta, poteva perfino sembrare il classico boss criminale antagonista.

Dal momento che voglio limitarmi negli spoiler, con la trama la chiudo qui. Vi basti sapere che il terzo volume, intitolato Homecoming e di prossima uscita per il mercato USA, quasi voglia enfatizzare il concetto di storia corale, parla nel proprio blurb di “Six stories. Six bastards. One southern-fried crime scene”.

Per quanto mi riguarda ho già deciso che Southern Bastards è una delle migliori serie a fumetti (non cape) che ho letto nell’ultimo anno. Nonostante sia una sorta di hard-boiled sudista (southern-fried, come lo chiamano gli autori) e il football occupi una parte non fondamentale ma comunque rilevante della storia, mi sono ritrovato stregato dalla brutale e desolata Alabama tratteggiata da Aaron e Latour. Vi consiglio di dare a Southern Bastards una possibilità, anche se non vi piacciono i fumetti, perché è una storia estremamente valida che si concede il giusto tempo per l’introspezione psicologica non solo del suo protagonista, ma anche della sua nemesi.

Da noi in Italia, il primo volume di Southern Bastards, intitolato Questo era un uomo, è uscito qualche mese fa, pubblicato da Panini Comics.

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