Se ancora non vi capacitate di come D&D siano riusciti a trasformare una storia di intrighi politici e famigliari, con una ricca ambientazione e un vasto mondo, in Tette & Draghi: La Serie, e volete qualcosa con cui rifarvi il palato, potrei avere quello che fa al caso vostro.

Da quando Netflix ha deciso di imporsi come alternativa al modo tradizionale di usufruire della televisione, è riuscita a produrre alcune tra le serie televisive più valide del momento, come ad esempio House of Cards, Orange Is the New Black e Unbreakable Kimmy Schmidt – e anche, secondo altre campane, Daredevil e Jessica Jones, che io ho per la verità trovato piuttosto pretenziose e noiosette. L’ultimo arrivato (letteralmente, visto che ha debuttato sulla piattaforma di streaming il 15 di questo mese) è Stranger Things, che, se non una menzione tra le migliori serie Netfilx, si merita di sicuro il mio più totale apprezzamento.

Al momento in cui scrivo ne ho visti solo due episodi, per la verità, ma già sono stato rapito e affascinato dalla storia, dall’ambientazione e dai personaggi.

Stranger Things è ambientato all’inizio degli anni Ottanta in una cittadina dell’Indiana. La storia si apre con un allarme che suona in piena notte all’Hawkins National Laboratory, e chiunque sa che un allarme nel cuore della notte in una struttura top-secret del governo non è mai una buona notizia. Subito dopo, un bambino di nome Will, che vive a Hawkins con la madre e il fratello maggiore, viene rapito in maniera misteriosa.

Nei giorni successivi, la madre di Will (interpretata da una rediviva Winona Ryder) smuove mari e monti per cercare di far luce sulla sparizione di suo figlio, e si trova ad avere a che fare con uno sceriffo alle prese con i propri demoni personali. Inoltre, anche i tre amici di Will, che non a caso sono gli sfigatelli della scuola, decidono di rimboccarsi le maniche e di fare luce sulla sua sparizione – e, per il momento, sembrano quelli che sono arrivati a saperne più di tutti.

Vi state domandando perché Stranger Things potrebbe essere la serie tv che fa per voi, o per lo meno una a cui dare un’occhiata? Beh, vi basti guardare questo poster. Guardatelo.

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I colori, i personaggi, l’atmosfera, perfino il carattere del titolo. Stranger Things non è solo dannatamente anni Ottanta, è anche e soprattutto dannatamente Stephen King degli anni Ottanta. Stephen King, dovreste saperlo, è il mio scrittore preferito, mito, modello di riferimento, e unico membro del pantheon del mio credo religioso, ma nemmeno lui è perfetto. Tra droghe in gioventù, idee strampalate di mezz’età, e un po’ di sindrome da grumpy old man ora che la vecchiaia avanza, ogni tanto anche Stephen King qualche ciofeca la sforna. Però quello è Stephen King, qui invece stiamo parlando di Stephen King degli anni Ottanta. Lo Stephen King degli anni Ottanta era un fenomeno. Lo Stephen King degli anni Ottanta non ne sbagliava una. Ok, con l’eccezione forse di Unico indizio la luna piena, ma quella è un’altra storia per un altro giorno.

Quello che mi preme comunicare è che in Stranger Things troviamo il meglio del migliore Stephen King, con quella spolveratina dello Spielberg dei Goonies e di ET, ma anche un po’ di Lovecraft e Carpenter, perché non ci facciamo mancare mai niente. Si tratta di una grande lettera d’amore all’horror degli anni Ottanta, e si vede.

La forza di Stranger Things è di certo nel suo cast e nel modo in cui i personaggi sono scritti. De resto ci dev’essere un motivo se il momento in cui il pilota della serie mi ha conquistato è stato durante la seconda scena, che vedeva Will e i suoi amici impegnati a giocare a un gioco di ruolo, seduti a un tavolo nello scantinato, in quella che sicuramente era una serata come tante. I quattro ragazzi protagonisti sono più o meno in età da scuola media, e una serie televisiva con protagonisti degli attori bambini è sempre un rischio perché tre volte su quattro non sono granché bravi a recitare. Immaginatevi la mia sorpresa quando ho realizzato che, accidenti, sembrava di vedere quattro ragazzini qualunque e non quattro attori. Ancora meglio la ragazzina che interpreta El, le cui sole parole pronunciate fino al punto in cui sono arrivato si possono contare sulle dita di una mano. Per quanto riguarda gli adulti, invece, c’è poco da aggiungere. Winona Ryder è sempre stata una brava attrice, e David Harbour mi era piaciuto in The Newsroom e qui si è adattato al ruolo, totalmente diverso, dello sceriffo Hopper più che bene.

Il mio consiglio spassionato è, nel caso non si fosse ancora capito, quello di dare una possibilità a questa serie di cui non avevo sentito praticamente nulla fino a che non ho letto un post di Roberto Recchioni su Facebook che la raccomandava. Si tratta davvero di una serie ben fatta, inquietante al punto giusto, e molto interessante da guardare nelle calde serate d’estate, specialmente se siete affezionati all’horror degli anni Ottanta – anche se non è in alcun modo un requisito fondamentale (per dire, su Freeform, ex ABC Family, c’è una serie che si intitola Dead of Summer e parte da un concetto simile a quello di Stranger Things, ma l’esecuzione è talmente pessima che ho deciso di fermarmi al pilot, a meno di non necessitare in futuro qualcosa di trash).

Questo consiglio, in ogni caso, è basato sulla visione dei primi due episodi. È possibile che il mio giudizio cambi in meglio o peggio una volta visti i restanti sei. Facciamo che vi farò sapere (con magari qualche spoiler) nel corso della prossima settimana. Per adesso, fidatevi, datele una chance.

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