Ho riscritto trentasette volte l’incipit di questo articolo perché, se devo essere onesto, non so bene come inquadrare Paul Kearney e il suo The Wolf in the Attic. Aveva deciso di cominciare con alcune battute relative alla necessità per un fine intellettuale dalla mente superiore quale sono di leggere, di tanto in tanto, del fantasy impegnato. Via i draghi, i castelli, i mercenari e le guerre, entrino la mitologia celtica, la campagna inglese e il soprannaturale.

Ma la verità è che The Wolf in the Attic non è fantasy impegnato. È fantasy punto e basta. Il fatto che sia scritto con un linguaggio mediamente più complicato del fantasy che riempie le classifiche dei romanzi più venduti, o che faccia uso della mitologia umana per raccontare una storia fantastica, non lo rende qualcosa di unico e speciale.

Paul Kearney è un autore che personalmente non conoscevo, prima di leggere The Wolf in the Attic, ma del quale intendo recuperare i lavori principali una volta che avrò sfoltito appena un po’ la coda di lettura. Kearney, nordirlandese che ha studiato anglosassone, inglese antico e norreno all’università di Oxford, ha pubblicato negli anni ’90 tre romanzi a sé stanti che hanno riscontrato un buon successo di critica ma non altrettanto di pubblico, il che l’ha spinto a scrivere una più tradizionale serie di cinque romanzi, le Monarchies of God, ambientata in un rinascimento fantasy, alla quale hanno fatto seguito la serie di avventure marinaresche The Sea Beggars (a tutt’ora incompleta per una questione di diritti d’autore quando Kearney ha cambiato editore), e una trilogia, The Macht, ispirata all’Anabasi di Senofonte. The Wolf in the Attic è il suo romanzo più recente, uscito quest’anno a maggio, e segna il ritorno di Kearney agli stand-alone. Si tratta inoltre del primo romanzo di Kearney ambientato interamente nel nostro mondo.

Ho sentito paragonare Kearney a David Gemmell e a Guy Gavriel Kay, per cui, anche senza conoscere il contenuto dei suoi romanzi, mi sembra valga la pena appuntarmi di leggerli, un giorno o l’altro. In realtà, per quanto mi riguarda, The Wolf in the Attic mi ha ricordato di più Un altro mondo di Jo Walton (un altro gran bel romanzo che ho recensito di recente), perché in questo caso il fantasy più che essere epico è mitologico.

La protagonista di The Wolf in the Attic è una bambina di nome Anna, una rifugiata proveniente dalla Grecia che vive nella Oxford degli anni ’20 insieme al padre, che è tutto ciò che le rimane della sua famiglia, sterminata durante la guerra contro i turchi. In Inghilterra, però, Anna è spesso sola: non frequenta la scuola ma ha una tutrice privata, e l’unica “amicizia” che ha stretto con Pia, la sua bambola di pezza. Una sera, mentre il padre è impegnato con il suo comitato di rifugiati ellenici, Anna sgattaiola fuori casa in cerca di avventure e si trova invischiata in qualcosa di terribile. Ma si tratta solo dell’inizio. La storia vera e propria prende il via quando Anna incontra un clan di zingari accampato nelle foreste che circondano la città e stringe amicizia con uno di loro, Luca. E sarà proprio Luca a farle conoscere un mondo e una realtà che sembrerebbero impossibili e in cui Anna è coinvolta più di quanto non creda.

The Wolf in the Attic non ha una trama terribilmente complessa, anzi, il tutto è abbastanza lineare, per cui h cercato di contenermi per evitare spoiler il più possibile (vi basti sapere che il titolo è più letterale di quanto possiate pensare). Ciò nonostante la storia viene sconvolta da due veri e propri colpi di scena, a metà e alla fine del romanzo, come si confà a un colpo di scena degno di tale nome, che ribaltano la situazione e rendono la incalzante nonostante lo stile di Kearney sia piuttosto posato e molto descrittivo.

Se vi capita di dare un’occhiata alla sinossi del romanzo su Amazon o da qualche altra parte, vi ritroverete a leggere degli incontri che Anna ha con C.S. Lewis e J.R.R. Tolkien. In realtà l’enfasi posta su di essi è disonesta, perché si trattava, ne sono convinto, nella mente di Kearney di niente di più di un easter egg che poi, per non so quale motivo, il suo editore ha deciso di enfatizzare nella stesura della sinossi. Ma che un disguido di sinossi sia la critica che più mi preme di muovere a questo romanzo suppongo la dica lunga su quanto mi sia piaciuto.

The Wolf in the Attic è quel genere di storia fantasy che riesce a suscitare senso di meraviglia nel lettore partendo da quelli che sono i miti e le leggende delle culture umane, e a mio avviso lo fa davvero bene.

Mi sono piaciuti molto i due personaggi principali, Anna e Luca, entrambi accumunati da un senso di isolamento e solitudine. Anna, che funge da narratore nel corso della storia, conserva sia l’innocenza di un bambino, sia la profondità e la maturità di un adulto, e la sua voce narrante è forte e accattivante. Il tutto mentre la prosa descrittiva e dettagliata di Kearney le tesse intorno un’atmosfera particolarmente vivida.

Per cui, se siete interessanti a un fantasy che abbia sia i piedi piantati per terra, sia una spiccata connotazione mitologica, se vi interessate di mitopoietica, di miti e di leggende, se volete leggere qualcosa di diverso dal solito sword and sorcery, ma qualcosa che sia anche ben scritto e ben architettato, The Wolf in the Attic potrebbe essere il libro che fa per voi. Anche se è solo in inglese e la prosa di Kearney, pur non essendo terribilmente inaccessibile, è anche densa e potrebbe risultare ostica a chi ha meno dimestichezza con la lingua.

The Wolf in the Attic è uno di quei romanzi fantasy che vale la pena leggere e che però rischia di passare inosservato tra gli amanti del genere. Per cui, se nel mio piccolo posso fargli un po’ di pubblicità, ben venga. Perché merita.

E, guardate, sono riuscito a scrivere la recensione di un romanzo in cui una buona metà dei personaggi sono zingari senza fare nemmeno una battuta su Salvini. Non che non volessi, eh, è che la mia professionalità di intellettuale impegnato ha avuto la meglio e me l’ha impedito.