Allora, per prima cosa unitevi a me in un momento di raccoglimento perché quando ho acquistato questo libro su Amazon l’ho preso nell’edizione della Del Rey senza accorgermi che gli altri due li avevo in edizione Harper Voyager, così ora ho una trilogia con due libri uguali e uno diverso e non potete capire il rancore che ciò mi genera.

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E ora addentriamoci nel romanzo conclusivo della Trilogia del Mare Infranto, Half a War o, in italiano, La mezza guerra.

Era cominciato tutto come una storia di vendetta. Yarvi, il figlio secondogenito del re del Gettland, con una mano storpia e quindi inadatto a impugnare una spada, si è ritrovato nella non invidiabile posizione di scoprire che suo padre e suo fratello maggiore erano stati uccisi a tradimento, e quindi di dover assumere la guida del regno. Al momento del funerale di suo padre e suo fratello, Yarvi giura di vendicarsi contro i responsabili delle loro morti. Salvo poi venire tradito, e essere costretto ad affrontare una sequela di avventure e pericoli per ritornare a casa e fare giustizia.

Poi si sono levati venti di guerra. Yarvi, ora ministrante, serve il nuovo re del Gettland, e trama da dietro le quinte. L’alto re di Skekenhouse sta cercando in tutti i modi di mettere in ginocchio il Gettland, e Yarvi parte per un lungo viaggio in cerca di alleati.

E ora, due anni e mezzo dopo, la guerra è ormai una certezza. E finalmente per Yarvi la possibilità di tenere fede al giuramento di tanti anni prima è diventata concreta. Tutto ovviamente ha un prezzo, e non dobbiamo dimenticare che siamo pur sempre in un romanzo di Joe Abercrombie per immaginarne l’entità.

Ha più senso giudicare La mezza guerra confrontandolo con gli altri due romanzi assieme ai quali forma la Trilogia del Mare Infranto. Per prima cosa lasciatemi dire che lo considero un adeguato finale di serie, ma che in tutta onestà mi è piaciuto sì più di Il mezzo re, ma un po’ meno di Mezzo mondo. Cerchiamo di spiegare perché.

Innanzitutto i personaggi. Siamo tutti d’accordo che il protagonista della trilogia è Yarvi? E quindi tutti gli altri POV nel secondo e terzo libro sono messi lì perché a) Yarvi è diventato un burattinaio ed è bene che i suoi intrighi si svolgano dietro le quinte; b) Yarvi è ormai un adulto, mentre questi sono pur sempre romanzi per giovani lettori e si suppone che un romanzo per giovani lettori abbia un protagonista che sia per lo meno anagraficamente simile alla fetta di pubblico che è il suo target?

La mezza guerra ha tre narratori principali, Skara, principessa ed erede di Throvenland, Raith, il coppiere di Grom-gil-Gorm, e Koll, già compagno di viaggio di Thorn e Brand nel loro viaggio in Mezzo mondo, che ora Yarvi in persona sta addestrando per fargli seguire le sue orme nel ministero.

A essere sincero, i personaggi di La mezza guerra non sono granché incisivi. L’unico di cui mi importava qualcosa è Koll, e in parte, sospetto, perché era un nome già noto. Skara e soprattutto Raith hanno sì la loro personalità, ma finiscono per il risultare blandi e poco interessanti. Penso che ciò derivi dal fatto che si tratta di due personaggi prevedibili, con due archi narrativi prevedibili. E in ogni caso è ancora più evidente in questo libro che i narratori sono solo delle “telecamere che camminano”, in quanto lo scopo primario della loro esistenza è essere testimoni di discussioni politiche (Skara), battaglie (Raith), o accompagnare Yarvi (Koll). È vero che tutti e tre hanno la loro storia ma, come già ho detto, non si tratta di nulla di così innovativo né soprendente.

Certo, anche Thorn e Brand in Mezzo mondo erano “telecamere che camminano”, ma non si può negare che loro, per lo meno, avessero una personalità così ben definita da rimanere impressa. Difatti, assieme a Yarvi, sono Thorn e Brand le stelle di questo romanzo, pur comparendo entrambi solo per una manciata di scena (ma che scene, gente).

Tra parentesi apprezzo il fatto che questo libro abbia tre narratori, mentre il precedente ne aveva due e quello prima uno. È una di quelle cose semiautistiche che fanno risaltare i lavori di Abercombie.

Un aspetto positivo del romanzo è senza dubbio che ci porta a esplorare nuovi angoli nascosti del suo mondo. E no, non è come in Mezzo mondo, che raddoppiava la mappa a inizio libro e la cui trama si basava letteralmente sull’attraversare un continente per andare a racimolare alleanze. Non voglio spoilerarvi niente, per cui mi limito a dire che la destinazione di questo viaggio (giacché non sarebbe un romanzo del Mare Infranto se non vi fosse un viaggio) è sempre stata sotto il nostro naso. Le scene in essa ambientate sono molto suggestive e il suo impatto sulla storia è determinante e spettacolare.

E infine, siccome siamo al terzo romanzo di una trilogia, non resta che chiederci: il finale è stato soddisfacente? A mio avviso sì. Ma se vi aspettate un finale stile e vissero tutti felici e contenti, state certi che ne resterete delusi. Abercrombie non è il tipo da finali da film Disney. In particolare apprezzo il fatto che il finale di questo romanzo presenti una moralità complessa e più che mai grigia – soprattutto se teniamo a mente che questo è, in teoria, un libro per giovani lettori. Tanto di cappello a Joe Abercrombie per non aver trattato con accondiscendenza il target a cui il suo romanzo è destinato.

Tutto sommato, trovo che La mezza guerra sia una degna conclusione per una trilogia che, pur non essendo partita sotto i migliori auspici, ha saputo conquistarsi la mia attenzione e si è rivelata interessante e anche, perché no, avvincente.

Di Joe Abercrombie è appena uscito Sharp Ends, che è un’antologia di racconti vecchi e inediti ambientati nel mondo della First Law, alcuni dei quali hanno per protagonisti nomi ben noti a chi ha letto la serie. Non so quale sia il suo prossimo progetto (anzi, lo so, perché l’ho appena gugolato: una nuova trilogia ambientata una ventina di anni dopo Last Argument of Kings) ma personalmente non mi opporrei a leggere nuove avventure nel Mare Infranto, e reincontrare magari Yarvi.