Esiste un sottogenere del fantasy che si chiama fantasy of manners, o mannerpunk per chi ama i sottogeneri che terminano in –punk, nel quale mi sono imbattuto recentemente mentre ero alla ricerca di romanzi fantasy che enfatizzassero l’aspetto dell’intrigo di corte anziché quello militaresco o magico.

Il fantasy of manners è chiamato in questo modo in relazione alla commedia di costume (che in inglese è, per l’appunto, comedy of manners), quella per intenderci di Molto rumore per nulla o L’importanza di chiamarsi Ernesto. Si tratta di un sottogenere del fantasy che in genere è incentrato su un qualche tipo di avventura romantica che andrà a braccetto con intrighi politici, dove l’elemento sociale e relazionale viene elevato in primo piano, mentre magia, guerra, razze non umane e creature fantastiche sono poste sullo sfondo, quando non del tutto omesse. Al sottogenere appartengono i romanzi di Ellen Kushner (in particolare la serie di Riverside, scritta con la moglie Delia Sherman), Tooth and Claw di Jo Walton, la serie dei Principi Mercanti di Charles Stross , e alcuni romanzi di Lois McMaster Bujold.

Ma non sono qui per parlare di nessuno di questi libri.

Il dardo e la rosa di Jacqueline Carey non è propriamente un fantasy of manners, perché è sì pieno zeppo di intrighi, ma al suo interno abbiamo anche avventure, pericoli e una guerra. E allora perché ho speso due paragrafi a parlare di fantasy of manners? Beh, non si tratterà propriamente di un fantasy of manners, ma Il dardo e la rosa resta comunque un romanzo di congiunzione tra il fantasy storico “mainstream” e questo sottogenere.

Il dardo e la rosa è un romanzo del 2001 e il primo capitolo di una trilogia, la Trilogia di Phèdre (che è anche erroneamente chiamata Trilogia di Kushiel), a sua volta prima in una trilogia di trilogie, assieme alle trilogie di Imriel e Moirin. Queste tre trilogie formano la megaserie nota in inglese come Kushiel’s Legacy.

La storia è ambientata in un continente geograficamente simile alla nostra Europa, in cui esistono costumi e leggende che ricordano a quelli del nostro mondo (tanto che alcuni fanno ricadere Il dardo e la rosa nel genere della storia alternativa, anche se io non mi trovo granché d’accordo al riguardo). In particolare gran parte dell’azione di questo romanzo si svolge in Terre d’Ange, un regno che corrisponde alla Francia. Particolarità di Terre d’Ange è che è stata fondata dal Beato Elua, che nella religione angeline è il figlio di Yeshua ben Yosef (corrispondente al nostro Gesù), e dai suoi sette Compagni, che vengono descritti come angeli.

Incontriamo Phèdre, la nostra protagonista, ancora bambina (anche se il romanzo è narrato in prima persona da una Phèdre presuppongo adulta) è la figlia di un mercante e di un’adepta della Corte della Notte, che è in sostanza una sorta di ordine religioso di cortigiani, suddiviso in tredici Case, ciascuna delle quali educa i suoi adepti in una particolare arte al servizio della dea Naamah, una dei Compagni di Elua nonché dea della sessualità. Phèdre tuttavia nasce con una piccola imperfezione, una macchia rossa nell’occhio che la rende inadatta all’apprendistato nelle Case della Corte della Notte. Messa alle strette dalle condizioni economiche sfavorevoli di suo marito, la madre di Phèdre è costretta a vendere la bambina e ad abbandonarla presso la Corte della Notte, dove il suo futuro rimane incerto.

Al compimento del suo decimo anno, Phèdre viene riscattata dal nobile Anafiel Delaunay, che ha riconosciuto la sua macchia rossa nell’occhio come il dardo di Kushiel, un segno che fa di Phèdre un’anguissette, una persona che per natura è in grado di ricavare piacere dal dolore. Phèdre si trasferisce a casa di Delaunay, dove incontra il suo secondo protetto, Alcuin, e viene istruita nelle lingue straniere, nell’arte di leggere le persone, nonché, una volta raggiunta la giusta età, al servizio di Naamah.

Ben presto Phèdre realizza che gli insegnamenti di Delaunay sono mirati a fare di lei e Acuin dei perfetti strumenti da utilizzare nell’intricato groviglio politico che è la corte reale di Terre d’Ange. La salute di re Ganleon, infatti, si fa di anno in anno più precaria, e la sua erede, sua nipote Ysandre è giovane, inesperta e, soprattutto nubile. Inoltre, certe rivalità tra le nobili famiglie angeline, resistenti all’incedere del tempo, stanno tornando ad affiorare, e alcune di esse riguardano da vicino anche lo stesso Delaunay. In più corre voce che, da est i barbari popoli della Skaldia si siano uniti sotto il vessillo di un unico formidabile condottiero, il cui obbiettivo sia di invadere Terre d’Ange.

Al compimento del suo sedicesimo anno d’età, Phèdre entra appieno al servizio di Naamah (e anche in quello di Delaunay, come spia), e si ritrova catapultata in una fitta rete di intrighi e segreti che non solo coinvolgeranno lei e quelli a lei più vicini, ma minacciano la stessa Terre d’Ange e tutti i suoi abitanti.

Una componente fondamentale di Il dardo e la rosa è, come forse saprete o avrete intuito, quella sessuale. Phèdre non solo è una prostituta rituale, in un mondo in cui il comandamento lasciato da Elua è “Ama a tuo piacimento”, ma è anche e soprattutto un’anguissette, capace di unire piacere e dolore al servizio di Naamah. Per cui preparatevi spiritualmente, qualora decidiate di intraprendere la lettura di questo romanzo, a incontrare parecchie scene di sesso a sfondo BDSM. L’interezza della professione di Phèdre consiste nell’essere sottomessa da clienti paganti, tutti nobili e ben selezionati, in una serie di atti sessuali di natura piuttosto estrema, e utilizzare il proprio rapporto con i suoi clienti per strappare loro segreti e confessioni che poi riferirà a Delaunay.

Non si tratta però di un romanzo solamente erotico. L’erotismo c’è ed è preponderante, ma Il dardo e la rosa rientra pur sempre nei canoni del fantasy, e la politica la fa da padrone.

Non mi è mai capitato, nell’interezza della mia vita di lettore, di leggere una scena di sesso lesbo sadomaso seguita immediatamente dopo da un’altra scena in cui viene descritto un intrigo politico così complicato che per capirci qualcosa sono stato costretto a servirmi della lista dei personaggi e della mappa. Onore al merito, Jacqueline Carey.

Credo che la forza di questo romanzo vada a trovarsi nel semplice fatto che la sua autrice conosce i propri limiti. Jacqueline Carey ha ovviamente un buon occhio per l’erotismo e uno spiccato senso dell’intrigo. È dotata di una prosa densa, paratattica, sinuosa e sontuosa, perfettamente adatta allo scopo di descrivere lussuria e sotterfugio.

Per questo motivo, soprattutto, il più grande limite di Il dardo e la rosa è che la sua autrice conosce sì i propri limiti, ma si va poi a infilare in una storia in cui è costretta a superarli.

Mi spiego meglio. Una prosa come quella della Carey è inadatta alla descrizione di scene d’azione. Lo so io che la leggo e lo sa lei che la scrive. Difatti, all’inizio del romanzo, quando si parla di una battaglia o di un duello lo scontro non è mai piazzato al centro della scena, ma viene descritto a posteriori o tutt’al più narrato per sommi capi. La Carey sa che scrivere scene d’azione è un suo limite, e quindi cerca di farle pesare il meno possibile sul lettore. È apprezzabile. Il problema è che la seconda parte del romanzo le impone per forza di cosa di scrivere scene d’azione, siano esse fughe nella notte, assedi o grandi battaglie campali.

In linea di massima ho trovato eccellente tutto ciò che nel libro avviene all’interno delle mura della Città di Elua, e appena passabile tutto ciò che avviene fuori. Da un punto di vista di stile e narrazione, per lo meno.

La storia tutto sommato mi è piaciuta, l’ho trovata ben costruita e mi ha lasciato (specialmente all’inizio) più volte a indovinare chi era davvero il nemico che manovrava i fili contro la casa reale di Terre d’Ange. Ci sono alcuni colpi di scena niente male disseminati nelle oltre ottocento pagine del romanzo, che fanno rientrare Il dardo e la rosa nella categoria Anyone Can Die, assieme a vicini di tutto rispetto. Certo, Phèdre è la narratrice (ed è dotata di una notevole plot armor) per cui quest’ultima osservazione non si applica a lei. Nella seconda parte del romanzo, purtroppo, la trama si fa un pochino più banale, tanto che a un certo punto, intorno a pagina 400, mi è venuta come l’impressione di stare leggendo delle side quest. Importanti ai fini della trama generale, ma non per questo interessantissime.

Un altro elemento che mi è piaciuto è la costruzione dell’ambientazione. Nonostante la storia abbia luogo in una Europa quasi alternativa, le differenze con il nostro mondo si sentono e sono evidenti. La magia, ad esempio, è usata in una sola istanza e più che altro come deus ex machina. Qui qualcuno che ha letto il romanzo potrebbe obiettarmi che gli angeline sono per certi versi magici in quanto discendenti dei Compagni del Beato Elua, che tecnicamente erano angeli, ma la questione è che si tratta di una leggenda e, in quanto tale, probabilmente falsa. (Ad esempio, secondo il mio modesto parere gli angeline sono tutti belli ed eterei non perché discendenti dagli angeli, ma perché la fissazione con la “bellezza sacra” li porta, magari inconsciamente, a praticare una sorta di selezione genealogica al momento della riproduzione – questo spiegherebbe anche perché trombano tutti a destra e a manca ma a rimanere incinte sono poche.)

Tutto sommato, e tenendo anche in conto che si tratta di un esordio, Il dardo e la rosa è un romanzo che mi ha sorpreso in positivo, tanto che mi ha spinto a comprare i due seguiti, La prescelta e l’erede e La maschera e le tenebre, quando ancora non ero arrivato a leggerne i tre quarti. Si tratta certamente di una lettura che raccomando, a patto che non siate troppo suscettibili in presenza di scene di sesso BDSM, o se vi annoiano romanzi privi di battaglie (che qui, sì, ci sono, ma non posso dire siano il massimo). Per quanto mi riguarda, non pensavo, in tutta sincerità, che un romanzo fatto al 90% di erotismo e politica, così atipico nel panorama del fantasy che leggo di solito, mi avrebbe interessato così tanto.