Questa estate siamo tutti giustamente impazziti per Stranger Things, ed è facile capire perché: aveva la giusta dose di nostalgia, ben bilanciata con mistero e horror, più o meno tutti i protagonisti erano simpatici e interessanti, e contrariamente a quanto accade di solito i giovani attori del cast erano piuttosto competenti in materia di recitazione.

Ci sono parecchi romanzi che uno potrebbe andarsi a leggere per ritrovare lo spirito di Stranger Things. A partire da It di Stephen King, che i fratelli Duffer non fanno mistero di aver usato come una delle ispirazioni nel creare la serie. Il ventre del lago di Robert McCammon, House of Secrets di Chris Columbus e Ned Vizzini (che incanala lo spirito dei Goonies), Il popolo dell’autunno di Ray Bradbury, Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist e Sette minuti dopo la mezzanotte di Patrick Ness hanno tutti uno o più elementi di somiglianza con Stranger Things.

Ci sono poi due romanzi in uscita quest’anno su cui ho messo gli occhi addosso con un certo interesse. Uno è The Boys of Summer di Richard Cox e l’altro è quello che mi appresto con solerzia a recensire ora, Disappearance at Devil’s Rock di Paul Tremblay. La scelta è ricaduta su Disappearance anziché su Boys per due semplici motivi: primo, quando l’ho comprato, su Amazon era disponibile l’edizione brossurata, mentre dell’altro no; e secondo, Disappearance at Devil’s Rock ha ricevuto l’endorsement di Stephen King.

Disappearance at Devil’s Rock è la storia di Elizabeth Sanderson, che risiede in un tranquillo paesino del New England e che una notte riceve la notizia che nessuna madre vorrebbe mai ricevere: suo figlio Tommy, di tredici anni, è scomparso senza lasciare traccia. Da quel momento la sua vita è completamente sconvolta. Non solo perché le indagini, fin da subito, sono infruttuose, ma soprattutto perché Elizabeth comincia a essere testimone di strani fenomeni: ombre misteriose ai limiti del campo visivo, figure che, di notte, spiano dalla finestra lei, sua figlia Kate e molti altri abitanti della città, e una serie di pagine di diario, comparse come dal niente, che dettagliano la storia segreta delle settimane che hanno preceduto la sparizione di Tommy.

Il richiamo a Stranger Things si vede già nella sinossi (anche se non esiste alcuna correlazione intenzionale tra Disappearance e Things, visto che sono usciti più o meno in contemporanea) ed è ancora più evidente quando si legge il romanzo. La storia di un ragazzino scomparso e della sua famiglia che lo cerca, facendo nel mentre luce sui segreti che custodiva, ricorda molto tronconi della trama di Stranger Things, inoltre Tremblay infonde la storia con un senso costante e opprimenti di angoscia e inquietudine, quando gli eventi che potremmo definire soprannaturali cominciano a invadere la vita di Elizabeth e Kate.

In realtà, però, Disappearance at Devil’s Rock è molto più un thriller che un horror. Che non è una cosa negativa in sé (il mondo è pieno di eccellenti thriller patinati da horror), ma alla fine della fiera rischia di lasciare un po’ l’amaro in bocca. Tento di spiegarmi senza spoilerare: per tutto il romanzo il miscuglio di generi, il non sapere cosa è thriller e cosa è horror funziona molto bene, crea una grande atmosfera e riesce a spaesare chi legge; tuttavia, a lettura ultimata, ho avuto come l’impressione che il romanzo avrebbe potuto osare di più durante il lungo climax finale e la storia ne avrebbe giovato.

In compenso, con una reazione del genere, posso dire di essere stato, per tutto il corso del romanzo, genuinamente interessato a Tommy e alla sua storia. All’inizio, devo ammettere, ho trovato il personaggio insopportabile e a tratti imbarazzante. Poi mi sono ricordato che Tommy nel romanzo ha tredici anni, quasi quattordici. E se avete mai interagito con un tredicenne sapete che sono tutti più o meno insopportabili e imbarazzanti.

In generale, Disappearance at Devil’s Rock è un buon thriller con una marcata venatura horror, e il gioco di ambiguità che Paul Tremblay crea mischiando questi due generi è intrigante, anche se non del tutto soddisfacente nel finale. Decisamente si tratta di una lettura che sa far sentire la sua voce e tenere il lettore inchiodato alla pagina. Non ci sono momenti stagnanti perché fini a loro stessi, e il ritmo narrativo è molto buono. L’ho trovato un buon libro, anche se non esaltante, soprattutto per l’opprimente inquietudine che riesce a generare. Non sarà precisamente Stranger Things, anche se in alcuni aspetti lo ricorda, ma visto che è una lettura rapida e scorrevole anche in inglese, ve lo consiglio. Sempre che non preferiate aspettare la traduzione italiana o il film, visto che si tratta di uno di quei romanzi pensato apposta per un adattamento cinematografico.