Vladimir Putin è il politico preferito della gente che di politica non capisce un cazzo. Trovandosi sulla scena internazionale dal 1999, anno in cui è stato nominato primo ministro della Russia da Boris Yeltsin, e succeduto allo stesso Yeltsin l’anno successivo, ha sempre mantenuto una posizione di primissimo piano nella politica russa e mondiale. Tra corruzione rampante, elezioni truccate, omicidi di oppositori politici, repressioni varie e l’invasione militare del territorio di uno stato sovrano, Vladimir Putin ha tutte le carte in regola per essere una delle figure politiche più discusse e controverse dei nostri tempi.

È quindi naturale che vi sia qualcuno che tenta di esplorare il suo impatto sulla Russia, presente e futura, attraverso lo strumento della narrativa. Uno dei casi più recenti è The Senility of Vladimir P. di Michael Honig.

The Senility of Vladimir P. è ambientato in un futuro prossimo, una ventina di anni da adesso, in una dacia (ossia un tipo di casa di campagna popolare in Russia e nelle ex repubbliche sovietiche in cui chi vive in città trascorre le vacanze) alle porte di Mosca. Nella dacia in questione risiede da anni un ospite molto importante: Vladimir Vladimirovich, l’ex presidente russo afflitto dalla demenza senile, a causa della quale è stato costretto ad abbandonare il potere. Intorno a Vladimir Vladimirovich c’è una schiera di camerieri, cuochi, governanti, autisti, giardinieri e guardie del corpo, tutti intenti a parassitare, più o meno sfacciatamente, ciò che resta delle ricchezze e del potere dell’ex presidente. Tra di loro, però, spicca la figura di Nikolai Sheremetev, che oltre a essere l’uomo più ingenuo e onesto di tutta la Russia è anche l’infermiere personale di Vladimir Vladimirovich, che si prende cura di lui quasi ignorando volutamente la persona che era prima che la demenza gli corrodesse la mente.

Due eventi inaspettati, però, turbano all’improvviso la tranquillità della dacia: la governante che da anni gestisce la servitù va inaspettatamente in pensione, e il nipote di Sheremetev ha la folle idea di scrivere, sul proprio blog, un post in cui attacca con toni pesanti sia il nuovo presidente, sia il lascito che Vladimir Vladimirovich ha lasciato alla Russia.

Ambientare la storia nella Russia del futuro con un Vladimir Putin afflitto da demenza senile ha il doppio vantaggio di servire sia per parlare dei quarant’anni trascorsi al potere da Putin, attraverso le allucinazioni causate dalla senilità, sia per illustrare una situazione della Russia che, pur essendo una speculazione futura, suona comunque realistica perché altri non è che un’esasperazione di ciò che è la Russia oggi: un paese dove la corruzione è rampante e che, nonostante si proclami democrazia, non è altro che una oligarchia governata da pochi potenti interessati più che altro al proprio tornaconto personale.

L’aspetto che più mi è piaciuto della storia, tuttavia, è anche quello più realistico. Dato che Michael Honig è un medico, il modo in cui si manifesta e viene descritta la demenza senile di Putin colpisce nel segno perché è estremamente realistico e scevro dagli infiocchettamenti romantici con cui un autore meno pratico dell’argomento avrebbe potuto abbellirla. Dato che io personalmente ho visto persone care soccombere alla demenza senile (e dato che, se è vero che scorre nella mia famiglia, probabilmente in futuro toccherà anche a me) la descrizione della malattia che viene fatta in questo romanzo mi ha colpito molto. Il più delle volte è frustrante avere a che fare con qualcuno affetto da demenza senile, non c’è niente di tenero nell’avere a che fare con una persona che non si ricorda chi sei o dove si trova o che ora è a prescindere da quante volte uno gliel’abbia ripetuto. E questo senso di frustrazione è reso con maestria da Honig, così come è ben descritto il rapporto che esiste tra un paziente e chi gli presta le cure, in questo caso un infermiere.

Il resto della storia scorre abbastanza bene, anche se si prende un po’ troppo tempo all’inizio per mettersi in movimento. Il piccolo ecosistema della dacia in cui si è ritirato Putin mi ha ricordato un po’ il tono dei film di Wes Anderson, con personaggi particolari che si trovano sotto lo stesso tetto.

Ma The Senility of Vladimir P. ha anche due punti deboli – due grossi punti deboli – che hanno impattato negativamente sul mio giudizio finale del romanzo.

Il primo è che Sheremetev è il più allocco degli allocchi che abbiano mai solcato il pianeta Terra. In un romanzo che fa della critica alla rampante corruzione russa il suo punto focale, e la esagera descrivendo una Russia in cui tutti, dal pescivendolo al giudice, sono corrotti fino al midollo, il fatto che Sheremetev si renda solo di rado e solo troppo tardi conto di come sta davvero la situazione mi è sembrata un’esagerazione. Capisco che nelle intenzioni dell’autore Sheremetev dovesse personificare l’innocenza, ma il modo in cui è stato scritto non mi suggerisce che è innocente, mi dice che è rincoglionito.

Secondo, e forse più grave, uno dei conflitti del romanzo – il principale, se vogliamo – non viene risolto. Ed è un po’ un peccato. Perché devo riconoscere che in sé il finale del romanzo non era niente male. È stato solo dopo, a lettura ultimata, che mi sono detto: Ehi, aspetta un momento, ma non c’era anche quell’altra cosa da risolvere? Ed è un peccato, perché con solo una ventina di pagine in più si sarebbe potuto chiudere tutto in maniera più completa ed evitare che la storia avesse quel retrogusto di incompiutezza che, a posteriori, me l’ha un po’ rovinata.

Tutto sommato The Senility of Vladimir Putin è un buon romanzo, che offre un punto di vista originale su un argomento, la figura di Vladimir Putin e il peso che sta avendo sul suo paese, che spesso è trattato, specialmente da noi in Italia dove la cultura in fatto di politica estera è rasente al nulla, con approssimazione o per luoghi comuni. Si tratta anche di una buona storia per quanto riguarda la descrizione dei rapporti tra un infermiere e il proprio paziente e, soprattutto, per come affronta l’argomento della demenza senile. Se solo non ci fossero state un paio di magagne qua e là, mi avrebbe convinto di più. Ma, anche in questo caso, non posso dire che non mi sia piaciuto.