Per quanto possa sembrare strano, devo ammettere che non provo nessuna gioia nello scrivere recensioni negative. Specialmente quando si tratta della recensione di un libro del mio scrittore preferito in assoluto. Ma certe volte anche Stephen King se lo merita.

Intendiamoci, Stephen King ha scritto centomila romanzi a partire dal lontano 1974, con una media serrata di uno all’anno (anche più, quando pippava), ed è più che normale che nel mucchio per ogni Misery ci sia un Acchiappasogni e per ogni Ombra dello scorpione ci sia un Colorado Kid.

Il qui presente Chi perde paga è un romanzo non brutto di per sé, ma insipido e irrilevante, il che forse è peggio. Non mi sarei dovuto sorprendere più di tanto, visto che si tratta del sequel di Mr. Mercedes, altro romanzo che, nella recensione che feci al riguardo, definivo un thriller fiacco e deludente. Ecco, Chi perde paga è tanto fiacco e deludente quanto Mr. Mercedes, e forse qualcosa di più.

Il libro è presentato come parte della trilogia di Bill Hodges, che comprende, oltre a questo romanzo e a Mr. Mercedes, anche Fine turno che dovrebbe essere appena uscito sul mercato italiano. Fin da subito c’è qualcosa di “particolare” al riguardo, perché Bill Hodges, il poliziotto in pensione che ha già sventato i piani distruttivi dell’assassino della Mercedes, compare dopo un terzo abbondante del romanzo (un po’ come Poirot in certi romanzi della Christie, solo che la Christie odiava a morte Poirot e per quello lo introduceva il più tardi possibile), e il suo apporto generale alla storia lo rende quasi un personaggio secondario nella trilogia che porta il suo stesso nome.

All’inizio di Chi perde paga incontriamo un criminale di nome Morris Bellamy e un ragazzino di nome Pete Saubers. Sul finire degli anni Settanta, Morris si è introdotto, con due complici, in casa di uno scrittore famoso e asociale per rubare la piccola fortuna che tiene nascosta in una cassaforte. Solo che in realtà Morris sa che lo scrittore, autore di uno dei libri preferiti di Morris, che poi è degenerato in una trilogia che, secondo lui, ha snaturato il personaggio e offeso i lettori, ha compilato nel corso degli anni una serie di taccuini con appunti, bozze e prime stesure di romanzi. Sono le agendine ad avere un valore inestimabile, per Morris, se non altro perché gli permetterebbero di leggere di nuovo dei suo autore preferito. Durante la rapina, però, qualcosa va storto e Morris uccide lo scrittore, e quello che doveva essere un colpo semplice diventa un reato da ergastolo che lo costringe a disfarsi della refurtiva seppellendola in un bosco vicino casa e attendere che le acque si calmino.

Nel 2009 i genitori di Pete Saubers sono ai ferri corti per via della precaria situazione economica in cui, a causa della crisi, versa la famiglia. Il padre di Pete è disoccupato e ha deciso di partecipare alla locale fiera del lavoro, anche se ci sarà da mettersi in coda al freddo fino dalle prime ore del mattino. Purtroppo per lui, si tratta proprio del giorno in cui Brady Hartfield ha deciso di fare una strage a bordo di una Mercedes rubata. Il padre di Pete sopravvive, ma non senza patire le conseguenze di quella mattina, sia nel fisico, sia nel rapporto con la moglie, sia nel conto corrente. Questo fino a quando, un giorno, Pete non trova per caso, nel bosco dietro casa, una cassa contenente un ingente quantitativo di denaro e delle agendine.

Da questo punto è solo questione di tempo prima che la strada di Pete Saubers e quella di Morris Bellamy si incrocino con conseguenze devastanti, anche se per fortuna il buon vecchio Bill Hodges è ancora in circolo e sembra avere l’unica speranza per Pete e la sua famiglia.

Questa per sommi capi è la storia. Si tratta di un banalissimo thriller che potete trovare in qualsiasi edicola a nove euro e novantanove o nella “libri usati cesta tutto a un euro” della vostra libreria di fiducia. Il fatto che questo thriller sia stato scritto da Stephen King non lo rende meno banale o dozzinale.

Io non so chi abbia messo in testa a Stephen King l’idea che sia un bravo scrittore di thriller. Forse è stato il tizio della Hard Case Crime. Magari è il passaggio logico per cui thriller = horror – mostri, per cui se King è da più parti considerato (a ragione) il migliore scrittore dell’orrore vivente, il salto al thriller dovrebbe venirgli facile. La verità è che non funziona così e questo romanzo ne è la prova.

Chi perde paga non è un brutto romanzo. Uno non fa lo scrittore professionista per quarant’anni senza sapere scrivere come si deve. King è sempre scorrevole ed efficace quando serve. Il problema è che arrivato a pagina 200 mi sono reso conto che di Morris Bellamy, Pete Saubers, Bill Hodges e dei loro problemi non me ne fregava niente. Che poi può essere un giudizio soggettivo quanto vi pare, sta di fatto che se voglio leggere un thriller dozzinale compro un romanzo di Jeffrey Deaver o mi fiondo su un Segretissimo in edicola, non vado di certo a cercare nella bibliografia di Stephen King. Sorry not sorry.

Ci sono dei momenti in cui, a dire il vero, la storia mostra qualcosa di interessante e più in vena con quello che è il punto di forza di King, il sovrannaturale, ossia le scene in cui Bill Hodges va a trovare Brady Hartfield comatoso in ospedale. Ma si tratta più che altro di teaser per l’ultimo romanzo della trilogia (che, mannaggia, in virtù di ciò ora mi interessa e devo leggere pure quello, quando avevo deciso sarebbe stato meglio saltarlo).

E la mia non è una critica da lettore supponente e pretenzioso. Non è come nel finale di uno dei film più importanti della storia del cinema mondiale, ovvero Hannah Montana: The Movie, in cui (spoiler per chi non ha visto Hannah Montana: The Movie, sul serio, se non l’avete visto recuperatelo e poi tornate qui, vi aspetto) al termine del grande concerto finale Hannah Montana, stanca di vivere una doppia identità, si rivela al pubblico come Miley Stewart solo che i suoi fan in pratica non sono interessati a Miley Stewart e le ingiungono di rimettersi la parrucca bionda e continuare a essere Hannah Montana e la cosa viene fatta passare come trionfale ma più uno ci pensa più si tratta di uno dei finali più struggenti nella storia del cinema. Non è che Stephen King, per rientrare sui binari, si è levato la parrucca bionda e mi ha detto, sorpresa, sono anche un autore di thriller, e io gli ho risposto, non mi interessa, io voglio che tu continui a scrivere romanzi horror con terribili mostri-lampada, rimettiti subito la parrucca bionda (promemoria: fotoscioppare una parrucca bionda su Stephen King, per la scienza). Più che altro, con Chi perde paga, è come se Stephen King mi avesse detto, guarda, ho scritto questo thriller, è un po’ così così ma l’ho scritto in due mesi e ora sto apposto per un anno intero, beccatelo anche se avresti preferito leggere qualcos’altro.

Proprio come Mr. Mercedes, Chi perde paga è un romanzo poco ispirato, poco interessante e che osa troppo poco. Se, però, di Mr. Mercedes dicevo che per una volta un romanzo del genere ci può stare, qui siamo già al secondo strike e non sono incline ad accordargli la stessa clemenza.