Qualche giorno fa, sulla BBC Four britannica è andato in onda un documentario dedicato al fantasy, parte del programma intitolato Sleuths, Spies & Sorcerers: Andrew Marr’s Paperback Heroes, in cui il presentatore, Andrew Marr (che è quasi una sorta di Bruno Vespa inglese) analizza alcuni dei generi letterari più popolari. Si tratta di un documentario divulgativo e introduttivo, indicato più a chi non ha già una conoscenza di base del genere che a i conoscitori, ma ho trovato interessante la dissezione che ha fatto sulle “regole” del fantasy e sul perché il genere sta avendo una risorgenza di successo negli ultimi anni.

Il documentario è tecnicamente guardabile in streaming a questo indirizzo, ma solo se siete dei fedeli sudditi di Sua Maestà. Se, come me, siete dei sozzi plebei guidati non dalla Augusta Casa Reale ma dal PRESIDENTE NON ELETTO DAL POPOLO VERGOGNIA I MEDIA DI REGIME NON NE PARLANO CONDIVIDI SE SEI INDIGNIATO #IOVOTONO™, un minimo di ricerca su internet e si trova un torrent facile facile. Oppure accontentatevi di leggere il mio post, che è un riassunto stile bigino con commento personale in coda.

Il programma parte domandandosi perché il fantasy piace, se offre solo escapismo o c’è altro dietro al successo di serie televisive come Game of Thrones, che da sola è riuscita a riportare in primo piano il genere e a creare nuovi lettori che, dalla serie tv, sono passati a leggere i romanzi da cui essa è tratta e altri tonalmente simili.

In seguito, vengono proposte tredici “regole del fantasy”, che sono in realtà gli aspetti del genere che si mantengono più o meno costanti in romanzi/film/serie tv.

La prima, ovviamente, è build a world. Il worldbuilding è un aspetto cruciale del fantasy e la creazione di un mondo coerente e credibile è di importanza fondamentale per non fallire. Uno dei modi migliori per farlo, e uno dei motivi del successo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George “Pancino Bretellino” Martin, è appunto l’aver creato un mondo che mischia il reale con il fantastico.

D’altro canto, è Tolkien a essere giustamente definito il worldbuilder definitivo. A differenza di George “Procrastinazione Avanzata” Martin, la creazione del mondo tolkeniano è partita dal linguaggio, da cui poi sono derivati i personaggi e gli eventi.

La seconda regola è draw a map. Perché fare worldbuilding significa creare un intero mondo, fatto di popoli, culture, storia, folklore, superstizioni. Un mondo umano ma anche geografico. E per concretizzare e fissare le idee del world building può essere d’aiuto, banalmente, disegnare una mappa. O prendere copiosi appunti.

La “rivalità” tra Tolkien e C.S. Lewis introduce la terza regola: step through a portal into a fantasy world. Per Tolkien, infatti, il mondo secondario in cui avevano luogo le sue storie è nettamente separato dal nostro mondo. C.S. Lewis, invece, con Le Cronache di Narnia, crea un mondo fantastico che è collegato a quello in cui viviamo la nostra vita quotidiana attraverso dei portali. Si tratta di due modi perfettamente legittimi di intendere il fantasy che hanno avuto un grandissimo impatto – e lo hanno anche adesso.

Il fantasy dei portali di Lewis serve ad avvicinare il magico del fantasy al mondano del nostro mondo. (Io devo confessarvi, per dovere di cronaca, che non mi piace il fantasy dei portali, e in questo frangente sono d’accordo al 100% con Tolkien: anche il solo menzionare il nostro mondo può rovinare il fantasy che sto leggendo, perché per certi versi lo rende meno magico.)

E, a proposito di magia, Andrew Marr definisce il fantasy un genere anti-illuminista. Questo perché all’interno del genere è la magia, e non la scienza, a guidare il progresso. Il che ci porta alla regola numero quattro: magic makes the world go round.

L’illuminismo, e di seguito l’epoca vittoriana in Inghilterra, ha per certi versi sterilizzato il folklore e le leggende popolari. Basti pensare a come sono ora rappresentate le fate, piccole principesse volanti, e a come erano intese in origine nella mitologia popolare. In questo senso il fantasy è un genere anti-illuminista: ponendo la propria enfasi sulla magia come motore di tutte le cose, restituisce a un folklore sterilizzato il proprio ruolo di incarnatore delle paure umane.

Si prosegue poi parlando della struttura della storia. E qui entra in scena il famosissimo viaggio dell’eroe. La regola cinque è infatti send your hero on a journey.

Poi si ritorna a Tolkien. L’influenza della prima guerra mondiale (personale di Tolkien) sul Signore degli Anelli è innegabile. Ma nel romanzo si legge anche, tra le righe, l’influenza che ha avuto la seconda guerra mondiale, e in particolare il duro razionamento imposto nel Regno Unito, sul suo autore. Tolkien, in pratica, scriveva reinterpretando le sue ansie e i suoi traumi. Il Signore degli Anelli, però, è diventato un vero fenomeno letterario solo negli anni Sessanta/Settanta, con la pubblicazione sul mercato statunitense. E questo per un semplice motivo: il romanzo è stato adottato dalla controcultura del periodo, che lo ha reinterpretato leggendo in esso una parabola della lotta di Davide contro Golia.

Il che ci porta alla sesta regola: the reader owns the fantasy world. Il destino di ogni romanzo è quello di venire reinterpretato. Il fantasy, che offre una disamina del mondo attraverso l’uso della metafora, più di ogni altra. E poiché ogni interpretazione è per necessità falsata dal punto di vista di chi la fa, il fantasy va ad appartenere al lettore e non più al lettore. E questo non significa che Albus Potter e Scorpius Malfoy se lo buttano al culo perché, per qualche motivo che ancora mi sfugge, le chiattone su Tumblr hanno fatto della feticizzazione dell’omosessualità maschile la loro ragione di esistenza.

Una delle lettrici che ha preso possesso non solo del mondo fantasy del Signore degli Anelli, ma del fantasy in generale, è Ursula K. LeGuin. In Earthsea non solo si basa su miti nativi americani più che sul folklore inglese, ma cerca di staccarsi il più possibile da quelli che, per il tempo, erano i capisaldi della narrazione fantasy. Con la LeGuin le vecchie idee diventano cliché, e i cliché vanno sovvertiti. Questa è la regola sette: every generation needs its own wizard.

Con Ursula K. LeGuin il fantasy viene reinterpretato come un linguaggio del sé interiore. E non a caso Il mago di Earthsea è una storia di formazione. Non a caso perché la regola 8 è: fantasy is a rite of passage.

E qui si ritorna a parlare dell’importanza del fantastico nell’infanzia. Il fantasy è il luogo in cui tutto è possibile, e il bambino può sfuggire alle regole del mondo postulate dagli adulti. Il fantasy inoltre è in genere una delle prime situazioni in cui il bambino è messo a confronto con elementi quali la morte e il male.

Ma non solo per bambini (checché se ne dica qui da noi) è il fantasy. La regola nove è bridge the generations. Come è il caso con autori tipo Philip Pullman e J.K. Rowling (ma anche prima, con C.S. Lewis) il fantasy offre una storia che in apparenza è destinata a un pubblico di bambini, ma che è perfettamente fruibile anche dagli adulti. Pullman, in particolare, con la serie Queste oscure materie, inserisce temi dark e un forte messaggio antireligioso in una narrativa altrimenti destinata a giovani lettori.

E a proposito di religione, la regola dieci ci dice create your own gods. Un po’ come ha fatto Neil Gaiman con il suo American Gods, in cui i vecchi dèi del folklore vengono reinterpretati e contrapposti agli dèi creati dalla modernità.

In American Gods Gaiman mostra uno dei principali punti di forza del genere: la capacità di concretizzare le metafore. E questo nonostante una critica comune rivolta al fantasy sia che è troppo irrealistico, escapista, poco concentrato sui problemi del mondo reale.

E qui, assieme alla regola undici, mirror the real world, entra in gioco sir Terry Pratchett. La sua lunga serie ambientata nel Mondo Disco ha avuto un successo incredibile (prima che arrivasse la Rowling l’autore più venduto nel Regno Unito). Partita come una parodia affezionata del genere, ha subito uno shift tonale a partire dal quarto libro, Morty l’apprendista.

Con Morty l’apprendista, Pratchett inizia a guardare, attraverso la lente del fantastico, il nostro mondo da nuove direzioni. Certo, sempre con una buona dose di umorismo inglese.

Un altro degli elementi comuni (addirittura imprescindibili, direi) del fantasy è il sentimento che i giorni di gloria siano finiti, una melancolia che si esprime attraverso la nostalgia per il passato glorioso (uno dei motivi, tra l’altro, per cui il fantasy viene talvolta accusato di essere il più conservatore e fascista dei generi).

La regola dodici ci dice che winter is always coming. L’essenza del mondo secondario (la magia, sovente) sta scomparendo piano piano. La vittoria contro Sauron non scongiura la partenza degli elfi. Il finale epico e glorioso è spesso controbilanciato da qualcosa che lo rende meno dolce. I giorni di gloria se ne sono davvero andati, e non torneranno mai più.

Questo, più che essere un EH SIGNORA MIA LE DIRÒ QUANDO C’ERA LVI™, è un importante riflessione sui timori attualissimi riguardo a dove sta andando il nostro mondo, e noi con esso.

E non è solo la magia a scomparire, ma anche la morale. O meglio, come dice la tredicesima e ultima regola, blur the lines between good and evil.

La grande battaglia buoni vs. cattivi appartiene al passato del fantasy. Il genere, oggi, ha assunto una connotazione più brutta, sporca e cattiva. Entra in scena il grimdark di Joe Abercrombie, che in The Blade Itself e romanzi successivi ci mostra che, a farla da padrone, sono ora l’ambiguità e il relativismo morale. Le grandi battaglie in cui tutto cambia per sempre non sembrano più così realistiche.

Ed è proprio questa la chiave della popolarità delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Perché permette di guardare la nostra realtà senza essere prigionieri del realismo. L’ordine, ci dice Martin (e Abercrombie e tanti altri prima di loro) sta per spezzarsi. E questo è un timore che abbiamo anche solo guardando il telegiornale.

Questo episodio di Andrew Marr’s Paperback Heroes fa un gran lavoro introduttivo del genere fantasy per chi ne ha solo una conoscenza di superficie, risulterà, penso, niente di nuovo sotto il sole per chi è già pratico con il genere e i suoi stilemi. Non si tratta di un documentario perfetto, perché, basandosi solo sui libri (di autori principalmente britannici, tra l’altro), gioco forza è costretto a tralasciare quelle che sono delle importantissimi influenze che, in tempi recenti (e anche meno) hanno contribuito a plasmare il genere: Dungeons & Dragons, in primo luogo, poi i videogiochi, e tutto quel fantasy che ci viene da anime e manga giapponesi (praticamente Sanderson scrive anime in prosa ed è uno degli autori più popolari del genere che non hanno la doppia R puntata nel nome).

Ciò detto, Andrew Marr’s Paperback Heroes riesce a rendere giustizia a un genere letterario che, per anni, è stato visto come escapismo e wish fulfilment per maschi disadattati (e qualche rara femmina, anch’ella disadattata). Confrontate questo con il caso italiano, dove l’ultima volta che, in tv, si è sentito parlare di fantasy, è stato quando tre galline starnazzanti (i giudici di Masterpiece, ricordate?) lo hanno relegato con spocchia e sufficienza a genere per bambini, non meritevole di essere considerato dagli adulti. E poi c’è chi si chiede perché da noi il fantasy non vende.