Come probabilmente saprete, una settimana fa Donald Trump è stato eletto quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America, con un risultato elettorale che è stato descritto come il più sorprendente dai tempi di Dewey defeats Truman.

Ma qui siamo su un blog di speculative fiction, e ho come il sentore che la gente (me incluso) ne abbia piene le cosiddette di farsi inquinare le orecchie con l’ennesima discussione politica. Ma è anche vero che, come diceva uno slogan della campagna di John Kerry nel 2004, “democracy is not a spectator sport”, nel bene o nel male la politica ci influenza tutti e il presidente degli Stati Uniti d’America è, di fatto, l’uomo più potente del mondo.

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che l’arte è uno strumento di espressione molto potente. Voglio dire, il primo mandato di Bush figlio ci ha dato il miglior album dei Green Day di sempre. Lo stesso vale per la letteratura, sia quella mainstream sia quella di genere. In particolare la speculative fiction, che è un po’ il motivo per cui sono qui a scrivere questo post.

Uno dei miei primissimi pensieri quando mi sono svegliato mercoledì scorso e ho visto che Trump aveva praticamente la vittoria in pugno senza possibilità di rimonta da parte della Clinton, è stato, oh beh, se non altro nei prossimi anni avremo un sacco di nuovi romanzi distopici e postapocalittici. E immagino di non essere stato il solo a pensarla così. Anche Brian Keene ha twittato qualcosa del genere:

Una delle ragioni di esistenza del fantasy, lo abbiamo detto anche nel post dedicato ad Andrew Marr’s Paperback Heroes, è raccontare il presente senza i limiti imposti dal realismo. Anche se è più facile immaginarsi la fantascienza occuparsi di questo lavoro, nel fantasy più recente abbondano romanzi politici, che parlano più del potere che del classico viaggio dell’eroe. Mi aspetto, quindi, nei prossimi quattro anni, un fiorire di romanzi che affrontino la presidenza Trump in chiave metaforica.

La questione che volevo pormi qui, piuttosto, è: la speculative fiction, quella americana in particolare, è davvero pronta a cogliere l’occasione e fare un buon lavoro? Perché, se devo essere onesto, ho qualche riserva al riguardo.

C’è una parte di me che non riesce a smettere di pensare a quanto l’elezione di Trump sia simile al puppygate che ha coinvolto gli Hugo Awards negli anni passati. Certo, si tratta di due eventi con dimensioni e impatti diversissimi, e che hanno avuto un esito completamente antipodico, ma statemi comunque a sentire.

Trump ha vinto le elezioni grazie ai voti dell’America rurale ed extraurbana. La Clinton è stata votata in massa dalle aree cittadine. Questo, oltre a sottolineare l’importanza del collegio elettorale per un paese così vasto e diverso come gli USA, è indice dell’esistenza di un divario nella popolazione statunitense. Specialmente perché parte di quei voti che hanno sancito la vittoria di Trump, nel 2008 e 2012 erano andati a Obama. La spiegazione suggerita da parecchi analisti è che Trump è stato votato da una maggioranza silenziosa di elettori. Gente evidentemente normale, interessata ad alcuni aspetti dell’offerta di Trump, che tuttavia i democratici e i liberali non hanno fatto altro, per tutta la campagna elettorale, che definire bulli e deplorevoli (e se siete stati su internet sapete che in parte è una definizione assolutamente ragionevole e appropriata). Questo però senza guardare che cosa succedeva in casa loro. Università americane che zittivano ogni punto di vista che non fosse allineato con quello degli studenti più liberali. I media che facevano altrettanto. E, nel mentre, Donald Trump che prometteva di annientare questa cosiddetta political correctness andata ormai allo sbando. È un messaggio che è risuonato bene tra gli elettori, e non solo quelli repubblicani. Voglio dire, è qualcosa che perfino io mi sento di sottoscrivere, e Trump mi disgusta.

Il puppygate esploso in occasione delle ultime due edizioni dei premi Hugo è un esempio di political correctness impazzita. Alcuni scrittori, quelli che poi sono diventati i sad puppies, ritenevano che gli Hugo fossero diventati un premio autocongratulatorio che teneva ostaggio la speculative fiction con la propria agenda liberale, mentre romanzi più popolari venivano puntualmente ignorati e marginalizzati. Ora, lasciando perdere per un attimo quei lunatici dei rabid puppies, non si tratta forse di una posizione legittima? Magari non la condividete, magari ritenete che i romanzi popolari sono già premiati dal pubblico, e che gli Hugo servano anche per portare alla luce speculative fiction di qualità che altrimenti verrebbe ignorata perfino dagli amanti del genere. Ma si tratta pur sempre di una posizione legittima che tante persone sostengono. Ora, immaginate di essere anche voi di questa opinione e poi di leggere articoli intitolati: Right-Wing Activist Fail to Ruin the Hugo Awards; Fiction Categories Swept by Women. Ecco, non vi girerebbe un po’ il cazzo essere definiti razzisti e misogini solo perché la vostra opinione (che non è un’opinione di quelle dannose e non informate, tipo negare il cambiamento climatico o l’efficacia dei vaccini) capita che non sia perfettamente allineata con quella maggioritaria?

Anche questo atteggiamento ha contribuito a spostare voti in favore di un candidato che, in un mondo normale, non sarebbe andato oltre i primi due round delle elezioni primarie.

In questo senso ho i miei dubbi che il mondo della speculative fiction americana riuscirà a produrre qualcosa di significativo in risposta all’elezione di Trump. Perché ha già fallito quando si è trattato di assumere atteggiamenti che non facessero di legittime opinioni altrui un nemico da zittire e ridicolizzare.

E il mio timore è che quella che potrebbe e dovrebbe essere una risposta intellettuale al rischio di essere governati da un sociopatico si ridurrà invece a una versione estremizzata e infantile di quella percezione di superiorità che già ha causato il distacco tra i liberal e parte della popolazione americana.