Un sequel può condannare o redimere una serie. Per esempio di recente, quando ho letto Il mezzo re di Abercrombie e l’ho trovato una mezza delusione, mi avete consigliato di proseguire nella lettura della trilogia perché già con il secondo libro le cose miglioravano. Difatti Mezzo mondo non è stato malaccio e, alla fine, la Trilogia del Mare Infranto si è rivelata quando non proprio in linea con quello che mi aspetto da Joe Abercrombie, per lo meno una lettura piacevole.

Per contro, sempre per citare esempi recenti, Chi perde paga ha decisamente ammazzato il mio interesse nella trilogia di Bill Hodges di Stephen King (e, sì, lo so che ho detto di aver appena comprato Fine turno, il terzo libro, ma perché sono prima di tutto un debole e un fanboy).

Anche il qui presente La prescelta e l’erede è un secondo romanzo, che prosegue le avventure dell’anguissette Phèdre nó Delaunay, ora diventata contessa di Montrève, cominciate in Il dardo e la rosa.

Sventato il complotto ordito ai danni della regina Ysandre di Terre d’Ange, Phèdre si ritrova spinta nuovamente all’azione, da una parte per assicurare alla giustizia la diabolica Mèlisande Shahrizai, e dall’altra per trovare un modo di salvare l’amico Hyacinthe dal Signore dello Stretto. La ricerca di Mèlisande porta Phèdre ancora una volta lontano dal Terre d’Ange, ancora una volta accompagnata dal fedele Joscelin (anche se questa volta tra i due c’è ancora più tensione e angst perché per rimettersi al servizio di Ysandre Phèdre è dovuta tornare a vestire i panni della prostituta rituale con tutto quello che ciò comporta per la loro relazione). Dopo la fredda e inospitale Skaldia, Phèdre e compagnia seguono le tracce di Mèlisande alla Serenissima, che è l’equivalente di Venezia nell’universo di Kushiel. Anche lì i misteri e i complotti abbondano, e Phèdre finirà ben presto per imparare a sue spese che Mèlisande è un’avversaria formidabile e che non va sottovalutata.

Jaqueline Carey mi aveva illuso con Il dardo e la rosa di non essere una di quelle scrittrici di fantasy per femminucce tutto angst e cuoricini. Vuoi perché quel libro era un tomone di settecento e passa pagine con lussureggianti descrizioni di cose lussuriose e un worldbuilding tanto famigliare quanto elaborato, che richiedeva un po’ di attenzione per ricavarne un quadro completo. Pur avendo Il dardo e la rosa il suo buon quantitativo di limiti era tuttavia un romanzo abbastanza interessante.

Il problema di La prescelta e l’erede, invece, è che sembra proprio uno di quei fantasy per femminucce tutto angst e cuoricini. Non solo sembra una riedizione del primo romanzo (in una maniera simile a come The Force Awakens è una riedizione di A New Hope), ma mi è mancato, nel corso della lettura, quello charme che invece avevo trovato nel primo libro quel tanto che è bastato a farmelo piacere. Come in Il dardo e la rosa, Phèdre deve sgominare, da sola contro tutti, una cospirazione contro la regina Ysandre, segue, più o meno a metà romanzo, un confronto con l’antagonista, al termine del quale Phèdre ha la peggio e si ritrova, controvoglia e mentre il tempo stringe, a essere trasportata lontano da Terre d’Ange. Se nel Dardo Mèlisande ha venduto Phèdre e Joscelin in schiavitù agli skaldi, qui in la Prescelta è il turno di finire tra i pirati dell’Illiria. Il problema è che nel precedente romanzo la “deviazione” aveva un senso, qui invece mi sono reso conto che si trattava proprio di un avventura messa lì ad allungare il brodo. Non penso intenzionalmente da parte della Carey, ma ho avuto la netta impressione di stare leggendo una quest secondaria.

Inoltre, scusate tanto, ma comincio a trovare irritante la plot armor di Phèdre. E qui siamo in territorio spoiler, per cui se non avete letto il libro, saltate al paragrafo successivo. Fatto? Ok. Per la seconda volta in due libri Mèlisande ha l’occasione di eliminare Phèdre, che ha dimostrato di essere l’unico ostacolo alla buona riuscita dei suoi piani, e per la seconda volta Mèlisande rifiuta di farlo. E, sì, viene fornito un tentativo di spiegazione ma, scusate, non me lo bevo. No, non è che Mèlisande si rifiuta di uccidere Phèdre perché ne è innamorata o perché è la prescelta di Kushiel, è perché se Phèdre morisse il libro sarebbe finito. Punto e basta.

Penso che La prescelta e l’erede sia, a conti fatti, un’occasione mancata. Il dardo e la rosa aveva il potenziale per essere qualcosa di speciale ma anche tutti i limiti di un romanzo d’esordio. Qui, invece, sembra che la Carey abbia preferito restarsene bella tranquilla su binari già esplorati anziché valicare l’ignoto. Ed è un peccato, perché questo libro non è quello che lo ha preceduto, ed è privo di gran parte delle cose che lo avevano reso particolare e interessante. Gli intrighi sono più blandi, anche se c’è qualche colpo di scena interessante (uno in particolare mi ha impedito, da solo, di dare al romanzo una sola stellina su Goodreads), i nuovi personaggi sono adeguati, ma non hanno suscitato in me lo stesso interesse di quelli che abbiamo perso nel romanzo precedente (uno su tutti, Anafiel Delauney, ma anche Hyacinthe e Alcuin), perfino le scene di sesso sono più sporadiche e non così interessanti. Phèdre, purtroppo, viene trasformata in una perfetta Mary Sue, con tutti quanti che si innamorano di lei – che è quasi accettabile, perché in effetti è il suo ruolo di servitrice di Naamah le richiede di essere una seduttrice, ma, suvvia, c’è un limite a tutto.

Tutto sommato La prescelta e l’erede non è un libro che mi sento di consigliare, a meno che non vi sia proprio strapiaciuto Il dardo e la rosa e non vogliate rivivere una versione sgasata e sbiadita dell’esperienza. Leggerò il terzo e ultimo romanzo della trilogia di Phèdre, La maschera e le tenebre, giusto perché l’ho già comprato (è lì che mi guarda dallo scaffale della vergogna), ma farò trascorrere qualche mesetto. E, salvo sconvolgimenti inaspettati, potrebbe benissimo essere la mia ultima visita in Terre d’Ange.