Sabato scorso sono andato a fare la spesa con i miei genitori e c’era casualmente l’umano di livello 1 spawnato di fresco da mia sorella, che ha passato tutto il tempo a spapugnare la confezione di pangoccioli che mi ero premurosamente comprato per darmi sollievo nelle lunghe serate trascorse a scartabellare fogli Excel e presentazioni Power Point. E dato che nessun vincolo è più sacro di quello che lega un uomo ai suoi pangoccioli, devo trovare il modo di fargliela pagare.

Ora, non sto dicendo che, tra una decina d’anni, regalargli una copia di Firefight di Brandon Sanderson costituirà parte del mio piano di vendetta, però potrebbe anche darsi.

Sia chiaro, sto accentuando la negatività. Non è che Firefight, seguito di Steelheart nella trilogia degli Eliminatori, sia un brutto libro. Voglio dire, non è nemmeno eccellente, ma una volta letto Steelheart non mi aspettavo l’eccellenza. È solo che, se messo a confronto con il suo predecessore non solo ripete tutti o quasi i suoi difetti, ma non sembra nemmeno esserci quel miglioramento fisiologico che la storia dovrebbe mostrare.

Ciò significa che non è divertente, e a tratti una figata? No, e un libro può ricadere in entrambe le categoria.

Ma procediamo per gradi. A seguito degli eventi di Steelheart (e di Mitosis, racconto breve che si inserisce tra il primo e il secondo libro della trilogia e che non è assolutamente necessario per seguire la storia, anche se viene menzionato un paio di volte) gli Eliminatori che hanno liberato Newcago dalla dittatura di Steelheart si preparano ad affrontare un nuovo e potente nemico, Regalia, che governa sulla città di Babilonia Rinata, o Babilor per brevità

E proprio a Babilor, che altro non è che Manhattan allagata da trenta metri d’acqua innalzati dai poteri della sua despota, David, Tia e Prof si rendono conto che c’è qualcosa che non quadra, e che la “sfida” lanciata da Regalia agli Eliminatori potrebbe nascondere un piano ben più intrigato.

In più, David deve anche fare i conti con Firefight, con i poteri di Prof che forse stanno prendendo il sopravvento su di lui, e con le divisioni all’interno degli stessi Eliminatori.

Come già ho avuto modo di dire, Firefight mi è piaciuto. Non lo considero un brutto libro e, anzi, ha svolto alla perfezione il suo ruolo di intrattenimento-mentre-prendo-i-mezzi-e-sono-imbottigliato-nel-traffico-dell’ora-di-punta. È un grande romanzo? No. È la miglior cosa mai scritta da Sanderson? No. È meglio del suo predecessore? Probabilmente no. Però è perfettamente adeguato al suo scopo, che già di per sé è una cosa soddisfacente.

Incontrare una seconda volta David ha contribuito a farmi andare a genio certi suoi modi di fare che mentre leggevo Steelheart avevano dipinto un grosso punto interrogativo sul mio volto. Uno su tutti, adesso adoro il suo modo di essere goffo e impacciato, e soprattutto ho accettato nel mio cuore le similitudini assurde che ogni tanto spara per descrivere una data situazione (il top è stato, parafrasando, sei come una patata in un campo minato, perché se sei in un campo minato e pesti qualcosa pensi sia una mina e invece scopri che è una patata e il sollievo è meraviglioso). Un po’ meno il fatto che il libro continui a riferirsi a delle evidenti similitudini (prima elementare: c’è il “come”, è una similitudine) come a delle metafore.

D’altra parte l’introduzione di nuovi personaggi mi ha lasciato alquanto freddino. Non sto parlando di Regalia, che come main villain del romanzo svolge abbastanza bene il proprio ruolo. Gli Eliminatori di Babilonia Rinata sono alquanto deludenti. C’è un tizio che, fedele alla strategia di Sanderson di dotare i propri personaggi secondari di un solo tratto di personalità, riconduce ogni conversazione alla sua precedente professione di impresario di pompe funebri. E il peggio del peggio è Mizzy, la tecnica barra ragazza quirky degli Eliminatori di Babilonia Rinata. Lasciando perdere il fatto che è infantile e insopportabile come unghie sulla lavagna – involontariamente infantile e insopportabile come unghie sulla lavagna – a un certo punto ho avuto perfino il dubbio che fosse afflitta da una qualche forma di ritardo mentale. Scena: gli eliminatori stanno discutendo il piano per combattere Regalia. Mood: serio. Mizzy è l’incaricata di prendere gli appunti. E ogni volta, invece di riassumere e riportare come imporrebbe il suo ruolo, Mizzy scrive cose tipo: Dobbiamo far esplodere Regalia. In miiiiiiiillle pezzi. Boom! Mancava giusto un hihihihihi e la faccina del gatto ammiccante. Per dire, è una situazione seria, comportati da persona adulta. Ma evidentemente Sanderson pensava che fosse divertente e che rendesse Mizzy unica – mentre in realtà l’ha indelebilmente associata nella mia mente alla Shallan di La via dei re.

Per cui, in conclusione, abbiamo un libro che è sicuramente in linea con il suo predecessore e che, tra qualche magagna qua e là, svolge decentemente il suo compito di oggetto di intrattenimento. Se vi piacciono supereroi, storie tutto sommato semplici e leggere, con tanta azione e quel pizzico di amicizia e amore qua a insaporirle, Firefight è sicuramente il libro che fa per voi. Se cercate qualcosa di più, forse è meglio che passiate oltre (tipo a I figli della mezzanotte di Salman Rushdie). Mentirei se dicessi che Firefight non mi è piaciuto, ma mentirei altrettanto se lo definissi un capolavoro del genere. Sarà anche interessante vedere come Sanderson chiuderà la trilogia degli Eliminatori con Calamity e di che cosa parlerà la prossima, già annunciata, trilogia prevista per il 2018.

Non è una buona vendetta da infliggere a un bambino di un anno e mezzo, vero? Ora che ci penso, tramare vendetta contro un bambino di un anno e mezzo reo di avermi spapugnato i pangoccioli è un po’ un’esagerazione o sono io troppo di buon cuore?