E siamo giunti alla conclusione del terzetto di romanzi di Brandon Sanderson dedicati agli Eliminatori, dove si combattono vecchi amici, si reincontrano volti del passato e si scopre, finalmente, la verità su Calamity.

Riepilogo delle puntate precedenti: David Charleston fa parte degli Eliminatori, un manipolo di eroi che oppone una strenua resistenza agli Epici, persone in possesso di superpoteri dei quali si servono per instaurare veri e propri regimi dittatoriali nelle varie città-stato di ciò che resta degli Stati Uniti.

Nel primo romanzo della serie David si è unito agli Eliminatori, e insieme a loro ha fronteggiato Steelheart, l’Epico che domimnava su Newcago, in cerca di vendetta per la morte di suo padre.

In Firefight, gli Eliminatori hanno raccolto la sfida di Regalia, e hanno raggiunto Babilonia Rinata, ovvero un’apocalittica New York sommersa dalle acque del mare. Lì però la vittoria ha avuto il sapore della sconfitta, perché grazie al piano ben articolato di Regalia, il più grande alleato di David è stato corrotto dai suoi stessi poteri fino a diventare un nuovo temibile avversario.

Un avversario che, per forza di cosa, David e ciò che rimane degli Eliminatori, dovranno affrontare in maniera definitiva, nello scenario suggestivo di Ildithia, la città di sale, che ciclicamente si distrugge e si rigenera. Ma non è l’unica questione rimasta in sospeso, perché anche il segreto che si cela dietro Calamity, la stella rossa che da decenni brilla fissa nel cielo e che si dice sia la responsabile della nascita degli Epici, sta per essere svelato.

A trilogia terminata, posso dire che Calamity è la degna conclusione della serie, nel senso che è perfettamente in linea con i due romanzi che l’hanno preceduto. Non è in alcun modo un romanzo straordinario, ma è riuscito a intrattenermi durante le ore trascorse in pullman e metropolitana.

Come ho già avuto modo di dire nelle recensioni dei due romanzi precedenti, non ho trovato la caratterizzazione dei personaggi così strabiliante o particolarmente aggraziata. C’è da dire – e questo è qualcosa che ho notato costantemente nei romanzi di Sanderson – che i personaggi introdotti nei romanzi precedenti sono meno stridenti una volta che li si reincontra. Ad esempio Mizzy in Firefight era quasi intollerabile, sembrava avere un ritardo mentale addirittura, mentre in Calamity la sua quirkyness è stata smorzata a un livello più che tollerabile. Lo stesso David all’inizio era più imbarazzo che personaggio, mentre nell’arco di tre libri si è trasformato in un adorabile idiota con molto cuore e ancora più metafore strampalate.

Calamity ha i suoi momenti epici. L’idea della città migrante di Ildithia, un’Atlanta completamente fatta di sale, con edifici che si sgretolano dopo una settimana per rigenerarsi altrove è la tipica genialata alla Sanderson. Mi è piaciuto anche parecchio leggere lo scontro tra David e Loophole, un’Epica in grado di manipolare le dimensioni di quello che tocca. D’altro canto devo ammettere che la rivelazione finale su Calamity mi ha lasciato un po’ freddino, e l’ho trovata quasi anticlimatica.

Come i due romanzi che l’hanno preceduto, Calamity è un romanzo soddisfacente e piacevole se si è alla ricerca di intrattenimento e poco più. Il che non significa che sia un brutto romanzo, per carità, ma se vi aspettate dalla saga degli Eliminatori qualcosa che va al di là della trasposizione romanzata di un fumetto (non scritto da Moore, Jodorowsky o Morrison) rischiate di rimanere delusi. Ma è anche vero che è uno dei pochissimi esempi, dati alla mano, di serie letterarie a tema supereroistico di successo.

Se invece avete adorato la trilogia, sappiate che Sanderson, da bravo scrittore iperprolifico, sta già lavorando a una nuova serie ambientata nell’universo degli Eliminatori (anzi, del multiverso, perché così si confà al genere dei supereroi), che si intitolerà The Apocalypse Guard e che arriverà nelle librerie statunitensi a partire dalla primavera del 2018.

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