Qualche tempo fa parlavo della rinascita della Gargoyle con la pubblicazione di una doppietta di romanzi di autori italiani. Tra i due, quello che sembrava più incline ai miei gusti, era Ultima Oasi di Alfonso Zarbo.

Ultima Oasi è ambientato in un mondo in cui Iram, la Città delle Mille Colonne, è l’unico grande insediamento umano a sopravvivere in un deserto inospitale che sembra aver ricoperto tutto il pianeta. Nonostante la relativa sicurezza rappresentata dalla città-sultanato retta dall’anziano e cagionevole Saddad, il pericolo è sempre in agguato.

Ad avere a che fare con la più grave minaccia alla sicurezza di Ultima Oasi saranno due giovani, Arkan e Dhaki. Un assassino che vive nel deserto, accompagnato dalla fedele tigre Shakaria il primo, un soldato in erba ed erede al trono del sultano Saddad il secondo, Arkan e Dhaki dovranno farsi strada in un intrigo di nemici manifesti e non, per riuscire a salvare la città delle mille colonne e, con essa, ciò che rimane del mondo.

Ho appreso leggendo la bio sul suo blog che Ultima Oasi non è il primo romanzo di Alfonso Zarbo – il che, onestamente, mi ha lasciato un po’ perplesso. Perché Ultima Oasi suona come un romanzo d’esordio. Un romanzo d’esordio sufficiente, ma scritto pur sempre da qualcuno che ancora deve farsi le ossa e prendere la mano con il mestiere della scrittura.

Lasciatemi mettere le mani avanti e precisare subito che la prosa di Alfonso Zarbo, presa in sé stessa, non è malvagia. È senza dubbio in grado di scrivere una frase incisiva e di mettere in piedi un paragrafo scorrevole. Dato che, sempre dalla sua bio, apprendo che Alfonso Zarbo è anche un editor, la cosa non mi stupisce più di tanto.

Il mio problema con lo stile di Ultima Oasi va in realtà oltre la mera parola scritta.

Il romanzo è diviso in capitoli, alternando il punto di vista di Dhaki a quello di Arkan. Che è uno stratagemma ormai consolidato e impiegato da giganti del genere come, nome a caso, Giorgino “Deadline? Che cos’è una deadline?” Martin. Per cui mentre non ho problemi con il fatto che si impieghi il narratore focalizzato con punto di vista interno, mi è impossibile non notare che, soprattutto nella prima metà del romanzo, questa struttura è usata maluccio: i capitoli sono troppo brevi e poco focalizzati e incisivi, con la tendenza a concludersi senza che niente di veramente rilevante abbia avuto luogo, e ciò in un momento in cui il lettore dovrebbe invece trascorrere più tempo con i protagonisti della storia che ha appena cominciato a leggere.

Ho trovato anche, forse in parte anche a causa dei problemi strutturali che ho menzionato nel paragrafo precedente, i due protagonisti della storia abbastanza dimenticabili. Non che ci fosse qualcosa di sbagliato in Dhaki e Arkan, ma se mi chiedessero a bruciapelo di descrivere con anche solo due aggettivi le loro rispettive personalità, penso proprio che mi ritroverei a boccheggiare tipo pesce. Questo è causato anche dalla brevità della storia, che è sì condensata di modo da non presentare tempi morti o momenti di fiacca, ma d’altra parte non consente nemmeno ai due protagonisti di prendersi un po’ di tempo per far sentire la loro voce al lettore. Più memorabili, viceversa, sono i personaggi secondari di Oltremare e, soprattutto, Yasir.

Ultima Oasi ha però svariati aspetti che mi hanno convinto. Uno su tutti è il world building, che è senza dubbio interessante e risulta convincente nonostante le dimensioni della storia. Lo stile, in ultima analisi, non è male, e il racconto scorre senza perdersi in lungaggini o macchionsità eccessive.

Si intravedono, soprattutto nella struttura della storia, alcuni richiami alle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di Giorgino “Bretellino Birichino” Martin. Personalmente ho trovato che il continuo menzionare questo “gioco” di intrighi e inganni a lungo andare stonasse, soprattutto perché in neanche duecento pagine è difficile costruire un vero e proprio gioco bizantino come quello ordito da Martin nella sua saga.

A conti fatti, ho trovato Ultima Oasi un romanzo accettabile, ma con molto potenziale non realizzato. Limitato dalla lunghezza del testo, non posso dirmi convinto che l’intento di creare un fantasy avventuroso ma nel contempo permeato di intrigo sia del tutto riuscito. Un romanzo che, come me al liceo, ha le potenzialità ma non si applica.

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