Sono ancora un po’ sorpreso della reazione che la trilogia di Phèdre di Jacqueline Carey ha suscitato in me. Sulla carta, le avventure erotiche e romantiche di una cortigiana in un’Europa medievale alternativa non avevano molto di interessante, per lo meno per me. La premessa alla base di Il dardo e la rosa, primo romanzo della serie, è talmente estranea al genere di libro che leggo di solito che ne ho affrontato la lettura non senza una certa diffidenza – e, se ricordate, nella recensione ho cercato di giustificare la cosa con un lungo preambolo introduttivo.

Quello che, nelle brevi sinossi online e nelle recensioni su Goodreads, veniva descritto come un fantasy erotico e romantico sulle avventure di una spia cortigiana in realtà si è rivelato essere molto di più. Una storia dalla trama sofisticata e dalla prosa densa e ricercata, condita con momenti di intrigo, toccanti colpi di scena e, perché no, un buon numero di scene di sesso a tinte BDSM. Si trattava di certo di qualcosa di diverso dalle mie solite letture, ma non per questo meno meritevole di uno spazio su questo blog. Il fantasy è bello perché è vario, dopotutto, e Il dardo e la rosa, pur con i suoi innegabili limiti, è un piacevole anello di congiunzione tra i bizantinismi delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco e il pattume del fantasy romantico a tinte paranormali per ragazzine.

Un discorso del tutto diverso c’è da fare per il sequel, La prescelta e l’erede, che mi è sembrato più che altro una riedizione sciapa e mal congegnata di Il dardo e la rosa. Al termine della lettura, avendo già comprato in blocco la trilogia di Phèdre, mi sono domandato se era il caso di continuare a leggere la serie o lasciare perdere, visto il calo qualitativo.

È quindi più il bisogno di concludere quello che avevo iniziato che altro ad avermi spinto a leggere La maschera e le tenebre, il terzo e ultimo romanzo della trilogia di Phèdre. Che, in fin dei conti, è un romanzo che incapsula alla perfezione ciò che penso dell’intera serie.

In La maschera e le tenebre ritroviamo Phèdre e Joscelin dieci anni dopo gli eventi di La prescelta e l’erede, un periodo che hanno trascorso in pace e tranquillità, l’uno come consorte dell’altra, nella pacifica Montrève, feudo che Phèdre ha ereditato dal mentore Anafiel Delaunay. Melisande è al sicuro rinchiusa nel tempio di Asherat alla Serenissima, suo figlio e principe del sangue Imriel è sotto la protezione della famiglia reale, e Terre d’Ange sta vivendo un periodo di pace e prosperità. L’unico pensiero che turba Phèdre è la consapevolezza che Hyacinthe è ancora prigioniero delle Tre Sorelle, costretto a vestire i panni del Signore dello Stretto.

Phèdre scopre, attraverso lo studio della religione yeshuita, che l’unico modo di spezzare la prigionia di Hyacinthe è quello di servirsi nientemeno del vero nome di dio. Che però è andato perduto da generazioni, ed è ignoto anche ai più ferventi mistici yeshuiti. L’unica persona in grado di aiutarla è proprio Melisande Sharizai, che però vuole da lei qualcosa in cambio. Suo figlio Imriel è misteriosamente scomparso, e Melisandre chiede a Phèdre di fare luce sulla sua sparizione e di riportarlo a casa in cambio di un’informazione chiave su come trovare il vero nome di dio. Da qui comincia la terza avventura di Phèdre e Joscelin, che li porterà alla corte del faraone del Menekhet, e poi ancora più a oriente, a Khebbel-im-Akkad e nel terribile Drujan, fino a spingerli ai veri e propri confini del mondo conosciuto.

La prima metà di questo romanzo è decisamente la parte migliore della serie. La missione di Phèdre è chiara fin dall’inizio (ritrovare Imriel per poi imparare il nome di dio) e non sembra attardarsi in una side quest che ritarda il completamento della main quest come è accaduto con il rapimento in Skaldia nel primo libro e la tediosamente orribile parte a Kriti del secondo. Ritrovare Imriel per venire a conoscenza del nome di dio. Facile.

Nemmeno i capitoli ambientati nella zenana, l’harem di schiavi sessuali del despota del Drujan, che potrebbero essere scambiati come un allungamento del brodo, in realtà lo sono. Prima di tutto perché è lì che accade qualcosa di fondamentale per l’avanzamento della storia. E poi perché, in fin dei conti, sono i miei capitoli preferiti del romanzo. Prima di tutto perché la brutalità e la “pesantezza” dell’ambientazione e di quello che vi accade sono inconsulti per il tono che la serie ha avuto fino a quel momento, e poi perché ho molto apprezzato la dissonanza di Phèdre consapevole, da un lato, di stare subendo un abuso, e dall’altro incapace, per via del suo essere anguissette, di non provare piacere dal proprio dolore.

La prima parte del romanzo è quindi più che buona, a mio avviso. Non ricca ed elaborata come la prima metà di Il dardo e la rosa, ma certamente scorrevole e soddisfacente.

Dove il libro va a perdersi è nella sua seconda metà. Una volta recuperato Imriel, Phèdre riceve l’informazione di cui aveva bisogno per recuperare il vero nome di dio. Non le resta che viaggiare fino alla lontanissima e leggendaria Saba, e poi fare ritorno alle Tre Sorelle per liberare Hyacinthe. Qui è dove il romanzo si sfascia. Perché per trecento e passa pagine non resta che assistere impotenti alla minuziosa descrizione di un viaggio che, per quanto fondamentale per la storia, avrebbe benissimo potuto essere sintetizzato in tre agili capitoletti e nulla di valore sarebbe andato perduto. Dalla fuga dall’harem del mahrkagir al momento in cui Phèdre impara il nome di dio non succede niente di rilevante, eppure la Carey insiste con un dettaglio quasi maniacale a raccontare tutto per filo e per segno. E lo capisco che è il suo stile, barocco e minuzioso, ma perfino lo stile deve zittirsi quando manca la sostanza. E la sostanza è che se non c’è conflitto una storia (o parte di essa, come in questo caso) ha ben poca necessità di essere raccontata.

Per questo, a mio avviso, La maschera e le tenebre è una perfetta sintesi di tutto ciò che va e non va con la trilogia di Phèdre. Da un lato Jacqueline Carey è in possesso di una prosa che, per quanto non digeribile per tutti, io trovo personalmente affascinante e il più delle volte assai piacevole da leggere. D’altro canto però, santiddio, quanto ama sentirsi parlare. Sul serio non c’è ragione perché questo libro sia lungo ottocentotrenta pagine, quando la trama vera e propria è condensata nelle prime quattrocento pagine e nell’immediato finale. Il resto sono ghirigori. La trilogia di Phèdre, proprio come questo romanzo, ha buoni spunti, buone trovate, personaggi interessanti, un’ambientazione accattivante nel suo essere contemporaneamente riconoscibile e immaginaria. Ma a nuocerle è la tendenza della sua autrice di amare il suono della propria voce, per così dire.

Il che non significa che l’intera trilogia, o nello specifico questo romanzo, siano stati delle brutte letture. Ma avrebbero potuto essere molto di più, in tutta onestà.

Del canto mio ho concluso la lettura della trilogia e ciò è bene (visto che comincio miliardi di serie per abbandonarne la maggior parte a metà — ehi, un po’ come la Fanucci e l’Editrice Nord!), e come se non bastasse ho acquistato i primi volumi della trilogia di Imriel, quelli con le copertine improponibili di cui ho parlato in precedenza, che leggerò in un non meglio precisato futuro. La ragione per cui l’ho fatto è semplice: mi piace il personaggio di Imriel e voglio vedere come se la cava la Carey a scrivere una storia con un personaggio maschile. Se poi magari impara a non perdersi in dettagli inutili tanto di guadagnato.

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