Come probabilmente saprete, il quarto episodio della settima stagione di Game of Thrones, intitolato The Spoils of War è stato leakato qualche giorno fa ed era disponibile per il download pirata qualche giorno prima del solito.

Non ho sentito il bisogno di scaricarlo in anticipo, così come non ho di certo gioito all’idea di guardare l’episodio il prima possibile per scrivere il qui presente recap. E non si tratta di un problema relativo alla mia leggendaria pigrizia: scrivere questo genere di post non mi pesa affatto, anzi l’unica cosa che forse mi dà un minimo di noia è cercare le immagini e decidere un titolo il meno banale possibile (cosa che, come avrete notato, di rado mi riesce). E la radice del problema non va ricercata nemmeno nell’episodio stesso, perché The Spoils of War non era affatto male in sé, con quella grande sequenza d’azione nel finale che più volte ha giocato con il fato dei personaggi coinvolti, e anche la riunione di personaggi storici separati da stagioni e stagioni.

Il problema è che Game of Thrones, vuoi per un’assenza di materiale su cui basarsi (D&D sono in possesso di un canovaccio, non del ricco intreccio di trame e personaggi che erano i cinque libri), vuoi per una necessità economica (Peter Dinklage, Emilia Clarke, Lena Headey e Kit Harrington si beccano una paccata di soldi a episodio, da cui la necessità di tagliare il numero di episodi e, con esso, gli archi narrativi ancora aperti), vuoi per il desiderio di risultare un programma allettante per il maggior numero possibile di spettatori, è diventato l’ombra di quello che era tre o quattro stagioni fa. Non sento più il bisogno di attendere con ansia il nuovo episodio o di leggere teorie e recensioni al termine della visione. Il Game of Thrones che sta andando in onda adesso non è lo stesso che mi ha fatto innamorare prima di sé stesso e subito dopo dei libri (i quali, poi, mi hanno fatto reinnamorare del fantasy e hanno modellato come e cosa scrivo, ma questa è un’altra storia). E, d’altro canto, sembra che questo Game of Thrones non sappia cosa farsene di me. Non gli importa se sono ancora affranto per l’omissione di Lady Stoneheart e Griff il Giovane, Arianne Martell, Marwyn e Victarion Greyjoy, né delle mie speranze di vedere gli uomini senza volto alla Cittadella, di scoprire qual è il grande piano di Petyr Baelish, Euron Greyjoy o Doran Martell. Questa non è la storia che D&D vogliono raccontare nel loro Game of Thrones e questa non è la storia che ho la presunzione di aspettarmi.

Ed ecco perché anche per un episodio che si colloca al di sopra della media, come il qui presente The Spoils of War, non sono in grado di mostrare che disinteressata apatia.

Sono arrivato alla conclusione che non mi interessa più di questo Game of Thrones.

Ma.

Ma va anche detto che George R.R. Martin è lento come la fame e ad aspettarlo rischio di fare una pessima fine. Anche la notizia che Winds potrebbe uscire forse magari può darsi l’anno prossimo va presa con un paio di pinze a loro volta sorrette da un paio di pinze. Il che è complicato.

Ma va anche detto che Game of Thrones mi dà l’occasione di parlare dei libri, che è una cosa che mi piace fare – e che l’altra sera mi ha fatto vincere una scommessa quando ho elencato tutti gli alfieri maggiori dei Tyrell.

Per cui… The Spoils of War.

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L’episodio comincia con i Lanniser che lasciano Alto Giardino – non una parola su come abbiano espugnato un castello senza armi da assedio né come abbiano in venti minuti sconfitto l’esercito che gli stessi Lannister avevano fatto carte false per avere al loro fianco contro Stannis, altrimenti cominciamo già con l’astio – portandosi dietro l’oro dei Tyrell.

Randyll Tarly marcia assieme al figlio e a Jaime e Bronn alla volta di Approdo del Re. Ora, lo so che avevo detto niente astio, ma… lasciare dietro non dico Dickon, ma per lo meno un contingente nel castello che ora, come da accordi presi con Jaime, gli appartiene? O il futuro Lord Protettore del Sud è riluttante a prendere ciò che legittimamente gli appartiene, come dimostra il fatto che il detestato figlio Samwell gli abbia sottratto Veleno del Cuore (che, lo ricordo, è la spada ancestrale in acciaio di Valyria che da generazioni i Tarly si passano di padre in figlio, un artefatto di valore e prestigio inestimabili) senza che lui abbia mai mosso un dito per andare a riprendersela, nonostante Collina del Corno sia a letteralmente un giorno di marcia (senza bisogno di servirsi del Teletrasporto Greyjoy™) da Vecchia Città e la Cittadella. Ma niente astio, si era detto, prendiamo per buono che Alto Giardino sia meglio lasciarla abbandonata per evitare che cada in mano a Daenerys proprio come la Roccia del Drag– DANNAZIONE!

Ad Approdo del Re, Tycho Nestoris manifesta a Cersei la sua soddisfazione per l’imminente pagamento del debito contratto dai Lannister con la Banca del Ferro. Ma, le ricorda, il supporto della banca è condizionato alla presenza fisica dell’oro nelle sue saccocce. Oy vey, mi domando cosa andrà storto…

A Grande Inverno, intanto, non contento di fare il patrigno creepy con Sansa, Ditocorto è passato a tampinare Bran. Che in quanto depositario dei poteri del corvo a tre occhi dovrebbe sapere che letteralmente tutto quello che è accaduto di male alla sua famiglia non imputabile a Theon Greyjoy è colpa di Ditocorto. Sul serio, l’intera guerra civile, la morte di Eddard, tutto quanto è stato orchestrato da Petyr Baelish – e se vi interessa leggere al riguardo, vi rimando a un post che ho scritto un annetto fa al riguardo.

Bran però si limita a fare criptici riferimenti al celebre monologo di Ditocorto (“Chaos is a laddaH”) ed è forse il suo modo di comunicargli che sa che cosa è successo. Va ricordato – e, sì, sto spezzando una lancia in favore della serie – che il Bran che ha fatto ritorno da oltre la Barriera è diverso dal Bran che ha lasciato le rovine di Grande Inverno. Ora è in possesso di un potere antico che gli consente di vedere in uno stesso istante tutti gli eventi del presente, del passato e del futuro. E va precisato che Bran non è mai stato una mente brillante per cominciare, quindi questo suo nuovo potere lo sta evidentemente sopraffacendo e gli sta impedendo di tirare fuori l’informazione desiderata tipo la versione fantasy medievale di Wikipedia.

Ditocorto rivela che ora il suo obiettivo è quello di proteggere i figli dell’amata Catelyn e, sapete che vi dico? Ci credo. Ditocorto ha capito che stanno succedendo cose più grandi di quelle che è in grado di comprendere e prevedere e ha deciso di dedicare la sua vita a onorare la donna che ha sempre amato. Perché mi rifiuto di sperare che Ditocorto stia macchinando qualche grande piano segreto per perseguire i suoi obiettivi. L’unico motivo per il quale sta mettendo zizzania tra Sansa e Jon, ad esempio, è che Sansa è figlia di Catelyn e Jon no. E questo è quanto. Non c’è nulla di più nascosto alla vista, perché i suoi giorni sono chiaramente numerati e D&D, mancando la grande regia di Martin, non sanno cosa farsene di lui. Ed è ironico che si citi proprio “Chaos is a ladder”, perché del Ditocorto che pronunciò quel celebre monologo, quello che mirava a farsi assegnare Harrenhall per avere uno status sociale sufficiente a permettergli di chiedere la mano di Lysa Tully – e questo era solo parte di un piano ben più ampio e complicato – non è rimasto più nulla. Ditocorto è ora il patrigno creepy dei figli di Catelyn e, fino al momento della sua imminente e inevitabile morte, dobbiamo accettare che questo è quanto.

Meera, intanto, comunica a Bran la sua decisione di lasciare Grande Inverno per fare ritorno a Torre delle Acque Grigie (che, lo ricordo, è un FOTTUTO CASTELLO GALLEGGIANTE) dove immagino si ricongiungerà con il padre Howland Reed e trascorrerà il resto dell’inverno. Non ho molte speranze riguardo a una nuova apparizione di Howland Reed ma ricordo che il padre di Meera è l’unica persona vivente tra quelli che erano presenti alla Torre della Gioia quando Lyanna strappò a Eddard la celebre promessa. Lo so che c’è Bran che è il corvo a tre occhi e tutto sa e tutto vede, ma ho sempre trovato più verosimile credere che i lord del Nord e della Valle di Arryn presterebbero più fede alla rivelazione che Jon è un Targaryen se questa provenisse dalle labbra di un loro pari.

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Anyway, per una Meera che se ne va, ecco un’Arya che ritorna. La riunione tra Arya e Sansa è quella su cui avevo puntato tutti i miei soldi del Monopoli al termine di A Dance with Dragons, per lo meno prima che Game of Thrones mi aprisse gli occhi su quanto fosse più probabile che Sansa incontrasse Jon. Chi vivrà vedrà.

Una volta che le sorelle si ricongiungono a Bran, si finisce a parlare, visto che non ci sono altre notizie di carattere famigliare da riferire, della daga di acciaio di Valyria che Ditocorto ha regalato poco prima a Bran – la stessa daga usata per tentare di ucciderlo nella prima stagione, quella che Ditocorto stesso ha asserito appartenesse a Tyrion Lannister, mettendo in atto una serie di eventi che si è conclusa con la morte di Eddard Stark. Qui Arya, tanto di cappello, fa l’unica domanda sensata che per libri e stagioni nessuno si è posto al riguardo: com’è che un tagliagole è in possesso di una lama di acciaio di Valyria?

Va detto che nei libri la responsabilità del tentato assassinio di Bran è, secondo Tyrion, di Joffrey, desideroso di guadagnare il favore del padre Robert (che aveva precedentemente detto che, in quelle condizioni, era meglio che Bran morisse). Che Joffrey sia effettivamente il mandante non è però certo oltre ogni dubbio.

Alla Roccia del Drago, Daenerys non ha ancora notizie da Castel Granito, ma quello che le interessa ora è sapere come Verme Grigio ha saputo soddisfare sessualmente Missandei. E, a proposito di gente che se la cava più che egregiamente col sesso orale, Jon le interrompe e conduce Daenerys alla miniera di vetro di drago. Nel profondo della miniera Jon mostra a Daenerys dei graffiti dei figli della foresta che, assieme ai primi uomini, hanno messo da parte le loro differenze e hanno fatto fronte comune contro un nemico condiviso – lo stesso che Jon si troverà a breve ad affrontare, preferibilmente con l’aiuto di almeno un paio di draghi.

Siccome Jon e Daenerys sono ancora in uno stallo alla messicana sul chi deve giurare fedeltà a chi, anche questo tentativo di portare dalla sua la regina dei draghi si conclude per Jon in un nulla di fatto. Ovviamente c’è una soluzione a cui nessuno dei due ha pensato, e che invece è ovvia come un’insegna al neon per chiunque abbia seguito la serie: un matrimonio politico tra i due. Qualcosa che tre o quattro stagioni fa sarebbe stata messa sul tavolo, perché tre o quattro stagioni fa ai personaggi interessavano ancora quisquilie come dinastie e alleanze politiche.

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Tra parentesi, lasciatemi dire che le pitture rupestri dei figli della foresta che raffigurano gli Estranei sono estremamente dettagliate.

All’uscita dalla caverna dell’amore, Tyrion e Varys informano Daenerys della disfatta dei Tyrell e Daenerys incanala il padre decidendo di sferrare un attacco diretto alla Fortezza Rossa con la sola forza dei suoi draghi.

Il che è in realtà una buona idea. Perché un attacco chirurgico alla Fortezza Rossa non nuocerebbe di sicuro alla popolazione di Approdo del Re come un prolungato assedio o una guerra aperta, ma, no. Daenerys decide di chiedere consiglio a Jon, il quale la esorta a essere meglio di chi l’ha preceduta e di non fare guerra bruciando castelli. Perché bruciare eserciti apparentemente è molto meglio.

Tra parentesi, lo sa Jon che l’obiettivo di Daenerys è comunque quello di riportare Westeros sotto la guida dei Targaryen, ossia LETTERALMENTE reinstaurare il regime di quelli che l’hanno preceduta? Voglio dire, non c’è modo di leggere quella conversazione per non far sembrare tutte le persone coinvolte ipocrite o stupide.

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Dopo un duello amichevole tra Arya e Brienne (coreografato da un tetraplegico, pare), l’attenzione da Grande Inverno ritorna alla Roccia del Drago, con Davos che cerca di fare il cupido tra Jon e Daenerys – e qui si piange un po’ perché Davos ha corretto il less/fewer di Jon memore del grammarnazismo di Stannis.

Ma ecco che sul più bello compare Theon Greyjoy, che qui per la prima volta incontra di nuovo Jon dal primo o secondo episodio della prima stagione. Theon è tornato alla Roccia del Drago perché vuole affrontare Euron e liberare Asha, proprio come Asha ha tentato di fare quando Theon era prigioniero di Ramsay. Non riesco onestamente a capire quale sia il livello di benessere mentale di Theon al momento (basso, comunque), ma sembra leggermente diverso dal Theon di due episodi fa, al quale è bastata la vista di un corpo mutilato per regredire allo stato di Reek. Che questo Theon sia in grado di comandare degli uomini in un’azione che prevede affrontare la flotta di ferro e Euron Motherfucking Greyjoy mi sembra altamente improbabile. Ma è anche vero che, in qualche modo, Theon deve affrontare i propri demoni, e Euron è rimasto l’unico catalizzatore per consentirgli di farlo, visto che è stato deciso (non illudiamoci: dal pubblico) che quello che Ramsay ha fatto a Sansa per una notte era estremamente peggio delle torture inferte a Theon per mesi e mesi.

Jon però informa Theon che alla Roccia del Drago non troverà l’aiuto di Daenerys, perché Daenerys è partita alla volta del selvaggio west.

Ed è proprio in uno scenario da assalto alla diligenza che ritroviamo la carovana dei Lannister, i quali evidentemente non si sono serviti del teletrasporto Greyjoy™ e sono ancora a venti metri da Alto Giardino (scherzi a parte, è probabile che siano tra il limitare est dell’Altopiano e le terre basse di Dorne). Grazie all’udito elfico di Bronn, i Lannister sono allertati dell’imminente arrivo dei dothraki che, dopo sei stagioni, finalmente fanno qualcosa. Ovvio, i dothraki in campo aperto sono nemici temibili, ma i Lannister e i Tarly danno loro filo da torcere – almeno fino a quando non compare Daenerys a cavallo di Drogon.

Dopo che Daenerys ha ucciso più persone in due minuti di quanto avrebbe fatto con un attacco diretto alla Fortezza Rossa (uh, e dato alle fiamme le stesse razioni di cui a inizio puntata lamentava la perdita), Jaime ordina a Bronn di eliminare Drogon con la balestra di Qyburn, che si sono portati dietro ad Alto Giardino per… ragioni. Bronn, essendo Bronn, colpisce Drogon, ma neanche l’invenzione di Qyburn è sufficiente a ucciderlo. Che fosse quello il suo piano fin dall’inizio? Dopotutto la lealtà di Qyburn nei confronti di Cersei è del tutto opinabile e quando lo incontriamo per la prima volt– NO! NO! NO! NON FACCIAMOCI DEL MALE.

Con Drogon atterrato, Jaime ha l’occasione di colpire Daenerys, e si lancia all’attacco, ma viene intercettato da Drogon che si prepara a incenerirlo, se non fosse che il tempestivo intervento di Bronn gli salva la vita trasportandoli entrambi nella Fossa delle Marianne dove Jaime muore affogato dal peso della propria armatura e della sua mano d’oro. Davvero una fine appropriata per lui, ucciso dalla figlia del re che ha tradito e ucciso, affogato per via della lucente armatura della sua nobile casa e della mano d’oro simbolo di potere e ricchezza e ASPETTA UN ATTIMO LA MANO D’ORO CHE GLI AVEVA ATTACCATO QYBURN LO STESSO QYBURN CHE FACEVA PARTE DEI BRAVI CAMERATI DI VARGO HOAT LO STESSO VARGO HOAT CHE HA TAGLIATO LA MANO DI JAIME IN PRIMO LUOGO VEDETE ALLORA CHE È TUTTO CONNESSO C’È DAVVERO UNA GRANDE TRAMA NASCOSTA ALLA VISTA DELLA QUALE TRASPAIONO SOLO DI TANTO IN TANTO DEGLI INDIZI QUA E LÀ ESISTE DAVVERO LA VERITÀ È LÀ FUORI IO VOGLIO CREDERE D&D LETTERALMENTE MIGLIORI DI MARTIN MARWYN CANDELA DI VETRO LADY STONEHEART ASHARA DAYNE AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA

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