Avevo cominciato a leggere Dune, per riprendere la serie di letture dei romanzi Cosmo Oro, ma mi sono onestamente ritrovato ad averne le saccocce piene più o meno dopo un terzo. Allo stesso tempo, ho avuto la brillante idea di riprendere la lettura di La pietra dell’addio, il secondo romanzo del Ciclo delle spade di Tad Williams. Anche quello lo avevo già sospeso perché l’ho trovato tedioso e monotono come poco altro, e non so cosa mi abbia fatto saltare in testa l’idea di dargli una seconda chance. Forse l’avere comprato in blocco tutti e quattro i libri della serie, pagandoli non poco. In ogni caso, a differenza di Dune, per lo meno La pietra dell’addio l’ho concluso. Solo non chiedetemi di cosa parla o cosa ne penso perché, giuro, non mi ricordo niente al riguardo.

Tutto questo preambolo per dire che ultimamente non ho avuto molta fortuna con le letture. Ma, ehi, per lo meno mi sono comprato The Witcher 3 e Persona 5, per cui sul versante videoludico va più che bene.

Eppure immagino di non essere l’unico che se resta troppo a lungo senza qualcosa di interessante da leggere comincia a diventare irrequieto. Per cui mi sono deciso, una settimanella fa, a mettere da parte i libri orribili e cominciare a leggere qualcosa di nuovo (e lo so che lo sto facendo sembrare la scelta di Sophie, però per me abbandonare a metà i libri è quasi sacrilego e cerco di evitarlo il più possibile).

Avevo bisogno di leggere qualcosa di leggero, veloce, e possibilmente poco impegnativo. E che cosa c’è di più leggero, veloce e poco impegnativo del fantasy anni Novanta?

Siccome non volevo cominciare la lettura dei duecentocinquantasei romanzi dei Forgotten Realms in puntiglioso ordine cronologico che qualche mese fa mi sono… ehm… procacciato… e ho messo a far la polvere nel tablet — duecentocinquantasei romanzi non son esattamente qualcosa di poco impegnativo, anche se ho tutte le intenzioni di passare in rassegna anche loro — ho deciso invece di puntare su una serie a sé stante scritta da Margaret Weis e Tracy Hickman, già autori di un botto di romanzi di Dragonlance.

La serie in questione è il Ciclo di Death Gate, è composta da sette romanzi e io l’ho letta in inglese, per questioni di… ehm… reperibilità, ma so che è stata pubblicata anche da Mondadori negli anni Novanta e anche dalla Armenia nei primi anni Duem… anni Zer… nel 2002.

Il primo romanzo della serie, L’ala del drago (Dragon Wing), ha visto la luce nel 1990, quando Elric di Menliboné aveva quasi trent’anni, ma il fantasy era più che altro una roba per nerd brufolosi chiusi in cantine polverose a giocare con altri nerd altrettanto bufolosi a Sotterranei & Viverne. Dato che Hickman e Weis hanno imparato a scrivere proprio lavorando alla TSR di Gary Gygax su Dragonlance, non ci vuole molto a fare due più due e realizzare che Sotterranei & Viverne è una delle influenze principali della serie.

Che è occhei, suppongo. Non ho mai giocato a Sotterranei & Viverne ma non sembra più noioso del calcio, onestamente. Ho visto un paio di video di Matt Mercer che faceva il DM e mi è sembrato qualcosa di perfino divertente. Che poi sia il primo responsabile della deriva del fantasy post-tolkeniano è un altro discorso, che non mi pare il caso di intraprendere ora perché a) ho già sproloquiato abbastanza, e b) il Ciclo di Death Gate presenta pur sempre una storia e un’ambientazione tutta sua, composta da una moltitudine di mondi unici e distinti, creati ad hoc dai due coautori.

Sullo sfondo della storia, almeno nel primo romanzo (perché presumo che poi passerà in primo piano ed evolverà a essere il conflitto principale della serie), abbiamo un’antica guerra tra due potenti razze di nome Sartan e Patryn che si è concluso con la distruzione del mondo per mano dei Sartan, i quali poi hanno creato quattro nuovi mondi, ciascuno ispirato a uno dei quattro elementi (Aria, Fuoco, Acqua e Pietra), connessi tra di loro dalla Porta della Morte che dà il titolo alla serie, mentre i Patryn sono stati esiliati in una prigione magica chiamata Labyrinth. Solo che, ovviamente, non tutti i Patryn sono rimasti confinati all’interno della loro prigione, e uno di loro, chiamato semplicemente Lord of the Nexus, è riuscito a fuggire, con l’obiettivo di liberare il resto dei prigionieri del labirinto e di riconquistare ciò che i Sartan gli hanno sottratto.

Ma questa è solo la grande cornice storica della vicenda. L’ala del drago è ambiantato ad Arianus che, forse ci sarete arrivati da soli, è il mondo dell’Aria, composto di sole isole che fluttuano nell’etere, tra tempeste eterne. Arianus è diviso in tre reami, il Basso Reame, abitato dai nani (chiamati Geg, la parola elfica per insetto) che lavorano incessantemente alla manutenzione di una gigantesca macchina di origine e funzione misteriosa, in grado di espandersi e ripararsi da sola secondo piani al di là della comprensione altrui, chiamata con il francamente un po’ goffo nome di Kicksey-Winsey.

Se alla presenza del Kicksey-Winsey si unisce il fatto che molte delle parole usate dai nani sono storpiature di termini afferenti alla sfera semantica dell’industria (factree in luogo di factory, froman in luogo di foreman, e così via) e che i loro nomi derivano tutti da attività manuali, non è difficile capire che esiste, nel Basso Reame, tutto un passato che i nani hanno però dimenticato. Perché uno dei dogmi fondamentali della cultura Geg è mai domandarsi il perché delle cose. Qualcosa che Limbeck Bolttightner proprio non riesce a fare. E questo gli creerà non pochi problemi con il suo popolo, che considera la curiosità e il dubbio qualcosa di affine all’eresia.

Oltre i cieli polverosi del Kicksey-Winsey si trova il Medio Reame, dove infuria una guerra secolare tra elfi e umani. Qui due sovrani, re Stephen di Volkaran e la regina Anne di Uylandia si sono sposati, in un’alleanza politica che è maturata poi in una vera relazione affettiva, di fatto unendo le loro due corone. La cosa strana è che quando re Stephen convoca l’assassino Hugh the Hand per acquistare i suoi servizi, veniamo a scoprire che la vittima che dovrà uccidere è nient’altro che Bane, il giovane figlioletto di Stephen e Anne.

Infine, al di sopra di tutto, si trova l’Alto Reame, dove vivono i misteriarchi, potenti maghi isolazionisti che hanno abbandonato gli umani disgustati dalle guerre continue che piagano il Medio Reame.

L’ala del drago segue le avventure di Hugh, Bane, Limbeck, Alfred (il servitore di Bane) e del misterioso Haplo attraverso i tre reami, dove combatteranno battaglie aeree, sveleranno segreti dimenticati, salveranno (ovviamente) il mondo dai piani di dominio di un ambizioso misteriarca, e porteranno alla luce qualche indizio sul grande piano del signore del Nexus.

La prima cosa che mi ha colpito leggendo L’ala del drago è stata l’estrema facilità con cui mi è stato consentito di accedere al mondo creato da Hickman e Weis. Si tratta senza dubbio di un romanzo scorrevole e accessibile, che era proprio ciò di cui avevo bisogno.

Certo, l’accessibilità è stata ottenuta facendo un uso a volte un po’ forzato di spiegoni e infodump, ma credo ciò sia dovuto al prezzo che inevitabilmente si deve pagare quando si ambienta un romanzo in un mondo diverso dal solito (e non ci si chiama China Miéville).

Pur essendo tutto sommato originale il mondo in cui è ambientata la storia, i personaggi sono piuttosto monodimensionali. Non che mi aspettassi qualcosa di diverso, ma ognuno si attiene a un preciso ruolo (lo spietato assassino che conserva in sé un po’ di umanità e finisce per farla emergere, il nano goffo ma di buone intenzioni, eccetera). Voglio dire, il cattivo del romanzo si chiama Sinistrad, vive a Castle Sinister e sono più che certo che passi metà del tempo in cui non compare sulla pagina ad affogare cuccioletti al torrente.

C’è da dire, però, che in almeno due casi ci sono stati degli sviluppi che non avevo visto arrivare da un chilometro e che quindi mi hanno sorpreso in positivo.

Tutto sommato, L’ala del drago è stata una lettura interessante, facile e scorrevole come volevo, e abbastanza interessante da spingermi subito a cominciare il seguito, La stella degli elfi, che è ambientato nel mondo del fuoco. Ovviamente si tratta di un romanzo che offre un’avventura in cui quello che leggete sulla pagina è quello che è, non è necessario stare a cercare allegorie, metafore, significati reconditi, o livelli secondari di lettura, perché non ve ne sono. Sì, si potrebbe paragonare la vita dei Geg alla vita degli operai nella società industriale — ma sono più che certo si tratti di un caso, non della volontà degli autori di fare analisi sociologica.

Il che ovviamente non va a squalificare il libro, perché se qualcosa che mi era stato presentato come un’avventura fantasy è in effetti un’avventura fantasy, non vedo proprio ragione di lamentarsene.

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