Parliamo per un attimo di rottura della quarta parete.

Nel teatro si definisce quarta parete quel muro immaginario che separa ciò che avviene in scena, sul palcoscenico, dal pubblico negli spalti. Il teatro è anche uno dei luoghi dove è comune che un personaggio infranga la barriera invisibile della quarta parete: i soliloqui di Amleto sono, in realtà dei monologhi rivolti al pubblico, per riferirgli informazioni relativi ad eventi e al suo stato d’animo; quando Peter Pan chiede al pubblico di applaudire per riportare in vita Campanellino sta di fatto coinvolgendo il pubblico che assiste alla rappresentazione nella rappresentazione stessa.

La quarta parete esiste perché c’è un accordo implicito tra spettatore e attori che è basato sulla sospensione dell’incredulità. Quando la quarta parete viene abbattuta, la sospensione dell’incredulità vacilla, e il rischio è che lo spettatore si renda improvvisamente conto che c’è qualcosa di sbagliato nella storia che a cui sta assistendo, e che l’incantesimo si infranga. Naturalmente Shakespeare e Barrie sono personalità di immenso talento, perfettamente in grado di bilanciare la rottura della quarta parete da parte dei loro personaggi e il mantenimento della sospensione dell’incredulità del loro pubblico.

Aiuta anche che a rompere la quarta parete siano Amleto e Peter Pan, non un fottuto mago arteriosclerotico di merda che ogni tre per due dice cose a cazzo su Guerre Stellari, i Beatles, Gandalf, James Bond e Il mago di Oz — in un universo narrativo in cui nessuna di queste cose dovrebbe esistere.

Gesù Cristo quanto detesto Zifnab.

Doveva essere solo un omaggio a un altro personaggio multidimensionale, Fiznab, che Margaret Weis e Tracy Hickman avevano inserito nelle loro storie ambientate a Dragonlance, ma ha finito per essere la ragione principale per cui questo romanzo, La stella degli elfi, il secondo nel Ciclo di Death Gate dopo L’ala del drago, mi è piaciuto considerevolmente meno del precedente. Non che non ne sussistano delle altre, eh.

La stella degli elfi (Elven Star) è ambientato su Pryan, il mondo di fuoro, secondo dei quattro creati dai Sartan dopo la fine della guerra con i Patryn. Dei personaggi del romanzo precedente ritorna solo Haplo, il patryn a servizio del signore del Nexus, inviato di volta in volta su ciascuno dei quattro pianeti per raccogliere informazioni in vista della pianificata invasione del suo signore. Suppongo che la serie seguirà un canovaccio del genere: i primi quattro libri saranno una cronaca dell’esplorazione di Haplo, e i restanti tre verteranno sull’invasione del signore del Nexus. Haplo, in ogni caso, è solo uno dei protagonisti del romanzo.

Pryan è un mondo immenso, completamente ricoperto da una folta giungla, con alberi grandi anche come continenti, in cui fa parecchio caldo e il sole non tramonta mai. Nonostante questo, in cielo sono visibili alcune misteriose stelle.

Tra gli elfi che abitano sulla cima degli alberi del pianeta, il ricco mercante Lenthan Quindiniar è particolarmente ossessionato dalle stelle. Solo che l’interesse di Lenthan è dettato dall’ossessione, perché è convinto che sulle stelle risieda l’amata moglie deceduta. Così sono i figli di Lenthan, in particolare la pratica Calandra e il debosciato Paithan a mandare avanti il commercio di armi magiche.

Paithan in particolare si imbarca in una spedizione commerciale che lo porta a contatto con i due umani Roland e Rega, che sono in realtà due truffatori e hanno pianificato di incastrare Paithan in una situazione sconveniente con Rega e ricattarlo. Durante il viaggio, però, Paithan, Roland e Rega si imbattono nei titani, una gigantesca razza di umanoidi legnosi alla ricerca di una misteriosa Cittadella e votata alla distruzione di tutto ciò che è inutile ai fini della loro ricerca.

Unico personaggio importato dal romanzo precedente è Haplo, che assieme al suo cane e alla dragonave gentilmente offerta dagli elfi di Arianus, si unisce a Paithan, Rega, Roland, il nano Drugar e (ugh!) Zifnab nell’ardua missione di sopravvivere all’attacco dei titani, scoprire il mistero della loro origine e il legame che intercorre tra essi e le criptiche stelle di Pryan.

Dunque. Del Ciclo di Death Gate ho attualmente letto i primi due romanzi (duh) e una decina di capitoli del terzo. Ancora non ho capito qual è il tono che Hickman e Weis vogliono dare alla serie. Mentre L’ala del drago è una classica avventura fantasy e Mare di fuoco presenta toni molto cupi, il qui presente La stella degli elfi suona quasi come una farsa. Vedo per ora una coesione narrativa dei romanzi che compongono la serie, generata dalla figura di Haplo e dalla backstory che accomuna i pianeti creati dai Sartan, ma lo stesso non posso dire del tono che i libri letti finora presentano. Sembrano tre storie scritte da tre autori differenti che solo incidentalmente presentano una trama e un personaggio in comune.

Va da sé che, a livello tonale, il più debole è proprio il qui presente La stella degli elfi, che pure racconta una storia che, a livello di drammaticità, non ha nulla da invidiare a quella che offre Mare di fuoco.

Uno dei principali problemi, l’ho già detto, è l’introduzione della figura di Zifnab, buono solo a rovinare l’immersione e a fornire quella che credo nelle intenzioni di Hickman e Weis dovesse essere una parentesi di comicità? Ma ce ne sono altri, per cui accantoniamo un istante il mago arteriosclerotico.

Ho trovato Pryan un po’ deludente, per fregiarsi del titolo del mondo di fuoco. Non che non ci fosse niente di intrinsecamente malvagio nel pianeta, ma una grande giungla dove regna sempre la luce del sole mi ricorda più I regni di Nashira di Licia Troisi che “il mondo di fuoco”. Paradossalmente Abarrach, il mondo di pietra dove è ambientato il romanzo successivo, è più in linea con quanto mi sarei aspettato da un “mondo di fuoco”.

La storia in sé è interessante, con le civiltà degli umani, dei nani e degli elfi minacciati dai distruttori titani, ma quello che dovrebbe essere il conflitto principale del romanzo viene a mio avviso introdotto troppo tardi e annacquato da sottotrame che sinceramente non sono né rilevanti al quadro generale dell’opera, né interessanti.

Inutile è ad esempio il personaggio di Aleatha e della sottotrama che la vede protagonista, ossia il suo tentativo di impalmare un nobile elfico per diventare dama di compagnia della regina. Non vediamo nemmeno la regina degli elfi, immaginate quanto me ne freghi dei magheggi politici di Aleatha e del conflitto con la futura suocera.

Il peggio del peggio, però, è la cosiddetta storia d’amore tra Paithan e Rega. Trovo quasi imbarazzante che autori fantasy anche di un certo calibro, quando si tratta di scrivere di romanticismo e storie d’amore, si facciano mettere i piedi in testa dalla più becera autrice di paranormal romance. Qualcosa che, ad esempio, ho anche riscontrato in La leggenda dei Drenai di Gemmell. Qui la storia d’amore è un disastro. In pratica Hickman e Weis non fanno altro che dirci che Paithan e Rega si amano alla follia, omettendo tuttavia con estrema cura di mostrarci questo struggente amore. Il che rende tutto un’imposizione dall’alto e non una naturale evoluzione di personaggi ben caratterizzati. A questo si aggiunge anche che la sottotrama della truffa che Ronald e Rega intendono mettere a segno ai danni di Paithan occupa troppo spazio rispetto all’effettiva importanza che ha nell’economia della storia.

Sapete che cosa non mi sarebbe dispiaciuto leggere un po’ di più? La storia dei titani. Presente? Il conflitto principale del romanzo?

Per tutti questi motivi La stella degli elfi è un deciso passo indietro rispetto al precedente L’ala del drago. Per fortuna già l’inizio di Mare di fuoco è più promettente (ad esempio, già nel primo capitolo si sa quale sarà il conflitto principale del romanzo, non ci si perde in una miriade di storie secondarie), per cui il mio consiglio è di saltare a piè pari questo romanzo, magari di leggerne un riassunto da qualche parte, o anche no, tanto il prologo di Mare di fuoco è abbastanza esaustivo, e di passare direttamente al terzo.

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