Una regola fondamentale del giornalismo, specialmente ora che siamo nell’era di internet, è che quando il titolo di un articolo è composto da una domanda, la risposta a tale domanda è sempre no. E in questo caso sono il primo ad ammettere che il qui presente post è stato scritto sulla base di congetture e voli pindarici, quindi prendetelo come tale.

Stalkerando Seguendo su Facebook alcuni degli autori Bonelli, ho notato, nella giornata di ieri, che due di loro, due nomi peraltro di primissimo piano, hanno portato all’attenzione dei loro follower un problema che, va detto, è vivo e presente nell’editoria italiana. Editori che pubblicano romanzi, non fumetti.

Il primo è stato Roberto Recchioni, curatore di Dylan Dog, nonché autore del romanzo fantasy YA – La battaglia di Campocarne edito da Mondadori, a postare la foto di un suo nuovo acquisto librario.

photo_2017-08-30_09-15-38

Tra l’altro, una buona scelta. The Court of Broken Knives è anche nella mia lista di letture tassative da fare entro l’anno, insieme ad altri fantasy più o meno grimdark come Red Sister di Mark Lawrence, Cold Counsel di Chris SharpGodblind di Anna Stephens, e Soleri di Michael Johnston.

Dopo Recchioni, è stata la volta di Stefano Vietti, co-creatore di Dragonero – attualmente il mio fumetto Bonelli preferito – e autore, tra l’altro, del primo romanzo di Dragonero, La maledizione di Thule, che ammetto non mi è piaciuto granché, ma che ha avuto buon successo tanto da garantirsi un seguito.

photo_2017-08-30_09-15-46

Va detto che sia Recchioni sia Vietti hanno ragione, assolutamente ragione, nel lamentare la scarsa lungimiranza degli editori del fantastico italiano. È un problema di cui chi conosce il settore è a conoscenza già da anni. Prima si pubblicavano solo vampiri deficienti, poi distopie deficienti, con l’occasionale steampunk deficiente qua e là, e adesso onestamente non ne ho idea è da una vita che non entro in libreria e di roba italiana ne compro davvero poca. Ma presumo che l’offerta di fantasy “puro” sia limitata a George R.R. Martin e forse ai libri dello Strigo (che volevo comprare ma ho deciso di piratare per via dell’assenza di un’edizione economica e del costo offensivo dell’edizione digitale, brava Editrice Nord!).

Comunque, fin qui niente di sospetto, si tratta appunto di un limite ben noto dell’editoria di genere italiana e, anzi, fa piacere che due autori affermati se ne siano resi conto.

Però poi abbiamo questo commento di Vietti alla domanda di un fan.

photo_2017-08-30_09-15-49

E qui, scusate, ma vado a calzare il mio bel cappellino a cono fatto di carta stagnola, quello che tengo in serbo per le migliori teorie relative alle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco.

La Sergio Bonelli Editore, negli ultimi tempi, ha intrapreso alcuni cambiamenti volti a non farla essere la solita barbosa casa editrice che pubblica fumetti vecchi per lettori vecchi (Tex, sto parlando di Tex, mettetela come vi pare ma Tex è una rappresentazione visiva del vecchiume, anche quando a scriverlo ci si mette gente brava come Manfredi o Faraci). Di recente hanno stretto un accordo commerciale con la Bao (quelli che ci infliggono Zerocalcare ma per lo meno hanno il cuore di tradurre Saga, Descender, Black Hammer e tanta altra roba bella), si sono ripresi i diritti di Dylan Dog (serie Netflix in arrivo?), e hanno inaugurato una linea editoriale, la Bonelli Kids, dedicata a un pubblico più giovane.

Il che mi porta a pensare che, magari, il nuovo sviluppo al quale Davide Bonelli, figlio del compianto Sergio, sta pensando sia il pubblicare romanzi tie-in come quelli di Dragonero non più con la Mondadori, ma direttamente con il marchio SBE. Che in effetti ha senso. L’anno scorso a Lucca Luca Enoch e Stefano Vietti hanno annunciato che il secondo romanzo di Dragonero era andato decisamente bene e che avevano ricevuto l’ok per scriverne un seguito – seguito che, però, a oggi non si è ancora visto. Che quel “per quanto riguarda noi di Dragonero… ne riparliamo a Lucca” nel post di Vietti sia da interpretare in riferimento a questo terzo romanzo mancante? Che possa essere l’inizio di un’espansione della SBE sul mercato dei romanzi? Espansione che, sostenuta dal nome (e dal fatturato) di un’azienda che non è la Sperindio Editore, potrebbe portarli ad avere successo dove molti hanno fallito?

O magari Vietti e Recchioni, che sono persone impegnate, non stanno dando indizi relativi al futuro della loro casa editrice e  hanno semplicemente dato voce a una mancanza dell’editoria italiana che in tanti abbiamo già notato.

Il Lucca Comics aprirà le porte a curiosi, appassionati e professionisti del settore (insieme a una sovrabbondanza di inutili cosplayer che andrebbro passati sotto una mietitrebbia) dall’1 al 5 novembre, e a quel punto, forse, si saprà quello che c’è da sapere.