Come mai la gente non mi regala mai libri per natale? Soprattutto quando esce un nuovo romanzo di Stephen King sotto le feste e mi trattengo dal comprarlo apposta per evitare di ritrovarmelo sotto l’albero. Tutti in famiglia dovrebbero sapere che mi piace Stephen King, la libreria straripante di tutti i suoi romanzi che ho cominciato a leggere da quando avevo undici anni (in tv davano la miniserie di L’ombra dello scorpione, mia madre non voleva che la guardassi, ma io ho scoperto che esisteva anche un libro e che lei lo possedeva) dovrebbe fornire un eccellente indizio al riguardo.

Boh, sta di fatto che invece dei libri ho ricevuto un buono Amazon. Col quale ho comprato libri. Meglio che niente.

Uno dei libri in questione è per l’appunto Sleeping Beauties scritto da Stephen King e Owen King (gli altri due sono Chiamami col tuo nome di André Aciman e City of Miracles di Robert Jackson Bennett).

Ai tempi della recensione di Fine turno, tutto quello che sapevo di Sleeping Beauties era che si trattava di una storia di suspense soprannaturale che partiva dall’interrogativo: cosa succederebbe se tutte le donne abbandonassero il mondo. Ora che ho letto Sleeping Beauties posso affermare con certezza di saperne molto di più al riguardo. Sleeping Beauties è una storia postapocalittica, anche se l’apocalissi in questione dura all’incirca una settimana. Un giorno si diffonde la notizia di un misterioso virus che sta colpendo le donne di tutto il mondo, ed è qualcosa che nessuno scienziato ha mai visto prima: quando una donna si addormenta, finisce avvolta in un bozzolo e cade in una sorta di coma. Manomettere il bozzolo per tentare di liberare la donna è altresì caldamente sconsigliabile, perché la donna si risveglia in preda a violenti scatti di furia omicida. L’unica soluzione, per il momento, è quella di non svegliarsi.

Nella città di Dooling, West Virginia, hanno però luogo una serie di eventi che potrebbero cambiare il destino del mondo. Nella cittadina alle pendici degli Appalachi troviamo un carcere femminile, dove è in arrivo una nuova e misteriosa detenuta, di nome Eve Black, responsabile del brutale massacro di due spacciatori. Ad arrestare Eve è stata lo sceriffo Lila Norcross, e a condurre su di lei una valutazione psichiatrica è lo psicologo del carcere Clint Norcross, che è anche il marito di Lila. Durante il colloquio Eve rivela di essere arrivata a Dooling per un preciso motivo, che è collegato con l’epidemia, ribattezzata Aurora, che ha colpito le donne di tutto il mondo.

Intanto l’epidemia continua a imperversare e anche le donne di Dooling cercano di fare del loro meglio per resistere al sonno. Ma ovviamente il sonno è una funzione necessaria per l’organismo umano, e alla fine non passano che pochi giorni prima che la maggior parte delle donne della cittadina si ritrovino imbozzolate e addormentate. Ma a quel punto scopriamo che hanno cominciato a svegliarsi da qualche altra parte…

Dopo la trilogia di Bill Hodges, che per tre anni ha tenuto impegnato Stephen King con la pubblicazione di libri molto al di sotto della soglia della mediocrità (nel mezzo ci sono stati anche Revival e Il bazar dei brutti sogni, ma né l’uno né l’altro è stato eccelso, in tutta onestà), qualsiasi cosa sarebbe stata una lettura migliore. Ma dire che Sleeping Beauties è meglio di Mr Mercedes, Chi perde paga e Fine turno non è dire granché, per quanto sia vero. In quanto storia più o meno postapocalittica, mi viene inevitabile paragonarla a L’ombra dello scorpione, paragone da cui però Sleeping Beauties esce distrutto — perché non può essere altrimenti. L’ombra dello scorpione è ormai un classico che fa parte dei capisaldi del genere postapocalittico, mentre Sleeping Beauties è… beh, è ok.

È un libro di seicento e passa pagine con abbastanza personaggi da meritarsi un elenco a inizio romanzo. Un elenco che mi sono trovato spesso e volentieri a scartabellare, perché non tutti i personaggi sono riusciti a livello di caratterizzazione, e molti, anzi, si perdono sullo sfondo. Difficile non ricordarsi di Clint e Lila Norcross, o di loro figlio Jared, un po’ perché sono a tutti gli effetti i protagonisti, un po’ perché sono quelli a cui sono dedicati più capitoli e quindi hanno modo di far trasparire dalla pagina la loro personalità. Mi ricordo di Garth Flickinger, anche se per tutto il romanzo ho dislessicamente letto il suo cognome Flickering, e di Michaela Morgan, perché c’era qualcosa di particolare in loro che li faceva risaltare dal resto degli abitanti di Dooling. E ovviamente mi ricordo Don Peters, perché è il prototipo del cattivo da romanzo di Stephen King (lo Stephen King degli anni Ottanta avrebbe incluso una scena in cui uccide a sassate un cane per far capire che Don Peters è veramente cattivo — e sarà un caso che il cattivo-cattivo di una storia in cui molte delle vittime sono donne si chiama Don, che è il diminutivo di Donald?). Ma il resto dei personaggi si confonde con la scenografia, per così dire. Tipo, chi è Vanessa Lampley? E vi assicuro che svolge perfino un ruolo importante nel climax della vicenda. O Kent Daley, o Carson Struthers, o Mick Napolitano, o Reed Barrows? Erano nello stesso libro che ho letto? Presumibilmente sì, perché sono menzionati nell’elenco dei personaggi. Ma mi ricordo della loro esistenza? Certo che no.

Ed è un po’ un peccato che padre e figlio King non siano riusciti a far brillare di luce propria molti personaggi, perché la storia di Sleeping Beauties si prestava più di molte altre a farlo. Stephen King è famoso, tra le altre cose, per la sua grande sensibilità nello scrivere personaggi femminili, ma questo libro non ne ha poi così tanti che risaltino. Sleeping Beauties sarebbe stato, ad esempio e a mio avviso, il posto ideale per inserire un personaggio transessuale, visto che il conflitto primario ha assolutamente a che vedere con il genere. C’è questo uomo che non si sente a suo agio col proprio corpo, è depresso, e decide di intraprendere una riassegnazione di genere. E magari, a causa anche delle molte difficoltà fisiche e psicologiche che la riassegnazione di genere porta con sé, quest’uomo, ora donna, finisce in carcere. Riesce a scampare di essere mandata in un carcere maschile, perché la giustizia americana tende ad assegnare l’incarcerazione a seconda del genere di nascita, e si ritrova nel carcere femminile di Dooling. Nel mentre, però, questa persona ha trovato una sorta di pace, imparando ad accettarsi e a sentirsi a suo agio come donna. Ecco, e poi arriva l’Aurora, a cui lei è immune perché biologicamente maschio, e questo non fa che ricordarle, ancora una volta, che non è realmente una donna. E magari, chissà, sul finale potrà perfino essere utile a Norcross e ai suoi nella battaglia climatica. Non è granché, ma è qualcosa che comunque rimane più impresso di “tizio è un agente carcerario, tizia un poliziotto, tizio un pensionato reduce del Vietnam”. In effetti mi ha stupito come in un romanzo al cui cuore si trova il conflitto tra maschi e femmine non si faccia mai menzione di chi si trova nel mezzo tra le due squadre.

Ma parliamo appunto per un istante di come Sleeping Beauties affronta questo conflitto. Non ho intenzione di addentrarmi su come in America stia avvenendo in questo periodo una sorta di nuovo puritanesimo femminista contrapposto a un ipermaschilismo anni Cinquanta per cui o gli uomini sono tutti stupratori o le donne sono tutte puttane. In America le vie di mezzo sono più o meno morte da quando John McCain sceglieva Sarah Palin come candidata alla vicepresidenza nel 2008. Quello è stato il momento in cui gli argini si sono sfondati. E ovviamente, essendo le due parti in guerra decisamente estremiste, sono anche decisamente idiote. Stephen e Owen King per lo meno riescono a portare un minimo di sanità nella discussione, posto che si tratti di una discussione di cui fare parte. Certo, alcuni uomini sono degli orribili pezzi di merda, ma non significa che a causa loro l’intero genere maschile meriti l’annientamento. Preferisco non approfondire oltre, però, per evitare di rovinarvi il finale del romanzo.

E infine, Sleeping Beauties è una collaborazione tra Stephen King e suo figlio Owen, di cui non ho mai letto nulla, anche perché ha scritto poco e quel poco è literary fiction, genere di cui me ne faccio poco o niente. Leggendo il romanzo, però, non mi è parso di riscontrare molte differenze rispetto a qualcosa scritto da Stephen King in solitaria. Per cui secondo me le possibilità sono tre: o Owen King è menzionato come coautore ma in realtà non lo è, o Owen King è quello che ha avuto l’idea, e magari ha delineato il soggetto, ma poi l’autore materiale del romanzo è stato Stephen King, o Owen King è effettivamente un coautore ma ha preferito seminare nel solco del padre, che ha molta più esperienza di lui. L’unica differenza che ho notato rispetto a un romanzo di Stephen King in solitaria, specialmente uno di quelli che ha pubblicato nel corso dell’ultimo decennio, è che il finale di Sleeping Beauties è molto meno pessimista del solito. Il che significa che magari c’è lo zampino di Owen, o magari l’esperienza della scrittura a quattro mani ha scosso Stephen King da quel pessimismo cosmico che ha cominciato ad affliggerlo con l’età avanzata.

In ogni caso, Sleeping Beauties è quello che definirei un romanzo ok. Non eccezionale, specialmente perché proviene da Stephen King il cui ultimo romanzo veramente bello risale al 2011, ma godibile in tutto e per tutto. La storia è in sé interessante, topica senza diventare un predicozzo, ma avrebbe giovato un po’ più di attenzione ai personaggi, quando non addirittura di una certa dose di pensiero laterale per osservare la vicenda anche da punti di vista insoliti.

Stephen King se ne uscirà a breve (Maggio negli Stati Uniti) con un nuovo romanzo, intitolato The Outsider, che però dalla trama sembra un altro thriller a tinte horror, per cui sospendo il giudizio in attesa di saperne di più.